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Intelligenza artificiale: la lotta fra Aquila e Dragone

Intelligenza artificiale: la lotta fra Aquila e Dragone

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

28 Maggio 2018
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  • Quali sono i motivi che avvantaggiano la Cina nella lotta per il dominio nell’AI

  • Non è solo una questione di innovazione

Per la prima volta in 60 anni, la schiacciante egemonia Usa nel campo dell’intelligenza artificiale è seriamente messa in discussione dalla Cina. Il Dragone sta alzando improvvisamente la testa per addentare il dominio dell’Aquila. E le ragioni sono meno “strategiche” di quanto potrebbe sospettarsi

Solo nel 1980, il Paese di Mezzo era del tutto assente nella letteratura scientifica in merito all’intelligenza artificiale. Quello fu l’anno di debutto della conferenza annuale dell’Association for the Advancement of Artificial Intelligence. In quell’occasione, non c’era un solo paper scritto da un autore cinese. Tutti gli articoli erano americani, con una rappresentanza europea minima. Nel 1998, gli Usa ancora dominavano, ma era cresciuta la quota di autori europei. La Cina, o meglio Hong Kong, si affacciava con una sola pubblicazione. 38 anni dopo, il Paese di Mezzo supera il Nuovo Mondo del 25%. 1.242 contro 934 all’ultimo AAAI di febbraio 2018.

Cos’è che si nasconde dietro a questa improvvisa crescita delle pubblicazioni scientifiche cinesi sull’AI?

L’intelligenza artificiale si alimenta di dati, senza rischio obesità. Più ne mangia, più prospera e apprende. Un sistema di AI autoapprende grazie a reti neurali artificiali, non viene programmato. Sta qui la differenza fra robot e computer.  Funzioni come capacità di riconoscere volti e voci umani, tradurre lingue e linguaggi, guidare veicoli, richiedono masse e masse di dati. Essi sono il carburante degli algoritmi dell’apprendimento artificiale. Da cosa vengono generati? Dall’uso di smartphone o comunque dagli accessi online. Le società cinesi, con un mercato pari a Usa ed Europa messe insieme, hanno banalmente un bacino di dati molto più grande cui attingere. Beneficiano delle economie di scala, ovvero delle sue dimensione.

Del resto il presidente Xi Jinping ha incluso il settore dell’AI fra i pilastri centrali del suo ambizioso piano economico “Made in China 2025”. L’obiettivo finale è quello di scalarne il podio mondiale entro il 2030. Sul versante Usa invece, si fa spazio il nervosismo. Dovuto alla consapevolezza che il primato non sarà più scontato.

La posta in gioco non è il primato tecnologico. E’ la supremazia militare. L’offensiva trumpiana dei dazi cela infatti la contesa sull’AI.

Un tuffo nel passato dell’intelligenza artificiale

La risposta alla domanda che Alan Turing si fece nel 1950 arriva oggi. Le macchine sono in grado di pensare? Adesso si, in qualche modo. La capacità di imparare dall’esperienza è qualcosa di simile al pensiero.

Il concetto scientifico di AI risale proprio agli anni ’50.  Il termine si riferiva alla tecnologia che permette ai computer di simulare porzioni di pensiero umano. Per molti decenni, i computer hanno dovuto essere programmati minuziosamente per poter compiere delle operazioni elementari. Oggi le cose sono cambiate. Attraverso l’autoapprendimento le macchine possono imparare dall’analisi dei dati senza bisogno di essere esplicitamente programmate.

Le possibilità di investimento

La rivoluzione in corso presenta importanti sfide e opportunità per gli investitori a lungo termine. La Federazione Internazionale della Robotica prevede che entro il 2019 saranno installati nel mondo oltre un milione e 400 mila robot industriali. Fra gli ETF disponibili si segnalano: il Robo Global Robotics & Automation Index ETF. Poi c’è il Global X Robotics & Artificial Intelligence Index ETF. Infine, il fondo europeo iShares Automation & Robotics Ucits ETF.

Teresa Scarale
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