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Inflazione, questa sconosciuta. Il mistero europeo svelato

31 Agosto 2018 · Teresa Scarale · 2 min

  • Alla ricerca della core inflation…

  • Economia bizzarra: negli ultimi cinque anni i prezzi si sono mossi in senso opposto a quanto atteso. Come mai?

  • La chiave di volta però esiste, anche questa volta

Negli ultimi cinque anni l’economia europea sta tornando ai livelli pre-crisi. Quello che lascia perplessi è l’andamento apparentemente anomalo dei prezzi, che paiono non rispondere alla ripresa del mercato del lavoro. Qual è il motivo?

Inflazione, questa sconosciuta. Il mistero europeo secondo l’Fmi

Le nubi all’orizzonte stanno schiarendosi: l’area euro è giunta al suo quinto anno di risanamento, con la disoccupazione ai suoi livelli pre-crisi e un assottigliamento dei divari di Pil fra la maggior parte dei paesi. L’inflazione  core (ossia quella depurata dai prezzi dei beni a forte volatilità come l’energia o gli alimenti) resta però rattrappita come una nocciola, a dispetto delle fiammate dei prezzi dovute ai combustibili.

Il rompicapo. Phillips, dove sei?

Quello che fa corrugare la fronte agli economisti è che nell’ultimo lustro l’aurea relazione fra core inflation e disoccupazione pare essersi infranta. Innanzitutto, dal 2012 al 2014 (periodo con un livello generale dei prezzi relativamente alto) si è verificata in Europa una mancata disinflazione, a dispetto degli elevati livelli di disoccupazione. Per contro, negli anni dal 2014 al 2017 è stato l’aumento dell’inflazione a mancare, nonostante la ripresa di slancio del mercato del lavoro. In parole povere, i prezzi non sono scesi quando ce lo si sarebbe aspettato e viceversa. Perché? Molti si sono affrettati a incolpare fenomeni come le difficoltà di misurazione della stagnazione, o anche il basso livello dei prezzi mondiale. Dalle parti del Fondo monetario internazionale, invece, la pensano diversamente.

Colpa del jet lag

Nel suo studio, l’Fmi trova che la relazione fra inflazione core e disoccupazione continua a funzionare. Ossia, i prezzi reagiscono sempre alle dinamiche del mercato del lavoro. La chiave per interpretare il “malfunzionamento” della curva di Phillips in Europa sta nel suo coefficiente di inflazione passato, maggiore che quello Usa. Il coefficiente di inflazione attesa è invece molto più basso nell’area euro che negli Usa.

Cosa significa questo? Che l’Europa ci metterà molto più tempo a riaversi dal suo periodo di domanda debole e bassa inflazione. Esiste un ritardo temporale un sorta di jet lag fra i miglioramenti in corso nel mercato del lavoro e i livello dei prezzi. Includendo questo “ritardo” nel modello, l’equazione di risolve: ecco di nuovo a braccetto inflazione e mercato del lavoro.

L’Fmi ipotizza anche che i bassi prezzi europei dipendono dalla bassa inflazione mondiale, ma senza successo. Semplicemente, in Europa, abbiamo bisogno di smaltire il jet lag.

La persistenza della memoria

La variabile lag indica dunque che la convergenza del livello dei prezzi verso l’obiettivo di medio termine della Bce sarà graduale, a causa della persistenza del fenomeno inflattivo di base nell’economia europea. E Draghi lo sa. Dare le spalle troppo bruscamente al quantitative easing avrebbe causato serie conseguenze all’economia europea.

Pazienti, prudenti, tenaci

La conclusione rafforza l’impegno della Bce a mantenere i suoi tassi al valore corrente, almeno per un anno ancora (fino all’estate 2019). O fino a quando sarà necessario. La politica monetaria europea veleggerà verso il suo porto, con Mario Draghi al timone. Ma con prudenza, sostenuta da una domanda robusta e da aspettative di inflazione consolidate.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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