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Risparmio: inflazione bassa uguale rischio di inflazione. Paradossale?

Risparmio: inflazione bassa uguale rischio di inflazione. Paradossale?

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Contributor, Fabrizio Crespi

06 Giugno 2019
Tempo di lettura: 5 min
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Per molti anni l’inflazione è stata la spada di Damocle sul risparmio degli italiani (e non solo). Ormai però quei tempi sembrano lontanissimi, essendo oggi una delle preoccupazioni principali delle banche centrali quella di tenere l’inflazione in territorio positivo (all’incirca al 2%). Ecco spiegata l’ambivalenza del fenomeno

Il nemico numero uno del risparmio: l’inflazione

E’ stata per molti anni lo spauracchio dei risparmiatori italiani. L’inflazione, che erode il risparmio e aggredisce il potere di acquisto (ma, d’altra parte, allevia il fardello del debito), rappresenta il primo rischio da affrontare quando si decide di investire, specie se si ragiona in una logica di pianificazione finanziaria. Se non si ottiene un rendimento almeno in linea con l’inflazione, il risultato è che, anche non accorgendosene, si diventa più poveri nel corso del tempo.

Bene, sarà allora per tutti un piacere sapere che oggi, sia in Italia che in Europa (ed anche negli Usa), stiamo vivendo un anomalo periodo di inflazione bassa, ossia costantemente sotto i livelli obiettivo delle Banche centrali. Purtroppo, le cose non sono così semplici: proviamo a capire perché.

In passato, ovvero fino a prima della crisi, il lavoro dei banchieri centrali era tutto sommato semplice, per non dire noioso. I modelli economici, e la prassi, indicavano in sostanza che di fronte ad una economia che si surriscalda, caratterizzata da una inflazione in crescita, bisognava alzare i tassi di interesse; in caso di stagnazione dell’economia, viceversa, si procedeva inversamente dando fiato al credito a buon mercato per far ripartire il ciclo e con esso i prezzi. E soprattutto, diciamocelo, il problema principale pareva essere quello di evitare improvvise fiammate di inflazione, tanto gravose per i risparmi e per i redditi fissi.

Il ruolo della Bce

Non per niente, con la nascita dell’euro e il trasferimento della politica monetaria in capo alla Bce, si era teutonicamente voluto fissare il fatidico livello del 2% di crescita annua dei prezzi quale monito a futura memoria di chi, latinamente, era invece abituato a svalutare e a far correre l’inflazione e, di conseguenza, tale livello diveniva obiettivo primario dell’operato della Banca Centrale.

Oggi il problema è esattamente l’opposto. Da diversi anni, le Banche centrali dei paesi sviluppati non riescono infatti a riportare l’inflazione a livelli adeguati. La figura n. 1 mostra come la media dell’inflazione dell’area euro, a partire dal momento in cui la Bce ha preso le redine della politica monetaria, si attesta a 1,72%, cioè sotto il livello del 2% considerato corretto per una crescita stabile dell’economia. E addirittura, nell’ultima decade abbiamo avuto ben tre momenti di deflazione, un male atroce per il sistema economico (se i prezzi scendono non si compra e non si investe, e l’economia tende a stagnare). In Italia, il livello di inflazione si aggira intorno all’1%.

Rispamio inflazione
Fonte Bce

E il tutto, nonostante le forte iniezioni di liquidità e il denaro a tasso zero garantito dalla Bce al sistema bancario; e malgrado il fatto che il tasso di disoccupazione sia sceso significativamente a livello europeo (non italiano), potendosi quindi suppore una maggiore tensione sui salari e, di conseguenza, su prezzi.

Ora, quali siano le cause che impediscono un ritorno sostenuto dell’inflazione, è dibattito che lasciano ad altri, o ad altre sedi. In questo articolo ci interessa invece ragionare sugli effetti dell’inflazione per i risparmiatori italiani.

L’anomalia del momento attuale

A prima vista, come detto, il problema sembrerebbe non sussistere in questo anomalo momento storico. Il problema, tuttavia, è che l’epoca che stiamo vivendo è caratterizzata da un’altra anomalia ancora più incredibile: i tassi di interesse negativi. La creatività della politica monetaria ha infatti superato ogni fantasia; nessun economista o esperto di finanza avrebbe mai pensato ad una situazione del genere. Ed invece, specie nell’area euro, la situazione è quella descritta dalla figura n. 2, in cui viene riportata la curva dei rendimenti dei titoli AAA, cioè quelli più sicuri.

risparmio inflazione
Fonte Bce

Risparmio e inflazione al varco dei rendimenti

E’ facile osservare che fin oltre la scadenza 10 anni, questi titoli rendono meno di zero; ma soprattutto, anche “tirando” le scadenze fino a 30 anni non si ottiene neanche l’1%.

In definitiva, ecco ciò che succede: l’inflazione è bassa (in Italia 1% circa), ma ottenere un rendimento di pari entità senza rischiare, pur allungando l’orizzonte temporale, proprio non ci si riesce. Figuriamoci se i soldi vengono lasciati fermi sul conto corrente, come purtroppo continuano a fare migliaia di risparmiatori italiani, dove i tassi di interesse sono nulli (e se consideriamo i costi e le imposte andiamo sotto zero).

Che fare allora? Due suggerimenti banali ma fondamentali: a) ridurre al minimo la liquidità, limitandosi a non investire solo quella parte di denaro strettamente necessaria alle spese comuni; b) accettare comunque un certo grado di rischio (parlandone prima con un buon consulente), per riuscire ad ottenere, mediamente, un rendimento sufficiente a mantenere il potere di acquisto.

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Contributor , Fabrizio Crespi
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