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Il risiko bancario non passa mai di moda

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Maddalena Liccione
Maddalena Liccione

22 Settembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Le fusioni di banche cross-border saranno inevitabili

  • La maggiore sfida è efficientamento dell’attività della banca ‘tradizionale’

  • Le autorità di vigilanza bancaria della Bce si sono rese conto che le banche redditizie sono più attraenti per gli investitori

Cresce il fermento nel settore bancario europeo. Dopo Italia (Intesa Sanpaolo-Ubi) e Spagna (Bankia-Caixabank) ora sembra essere il momento giusto per una delle più grandi fusioni che potrebbe coinvolgere Ubs e Credit Suisse. Intanto, sotto i riflettori ci sono anche Unicredit e Mps, mentre Deutsche Bank sta lavorando per prepararsi all’ondata di M&A

Il settore bancario è un business che era sotto pressione già prima del covid. Ci sono molti nuovi attori che stanno erodendo i redditi bancari tradizionali in settori come il private banking e gli investimenti, i trasferimenti internazionali, il credito al consumo, le assicurazioni… Di fronte a questa continua pressione sulle vendite, il modo per compensare è ridurre i costi e semplificare la struttura. Questo è il motivo per cui le banche hanno un chiaro incentivo a fondersi e trarne vantaggio per ridurre successivamente i costi. Non a caso la Bce, infatti, attraverso il suo vicepresidente De Guindos, ha ribadito in più occasioni la necessità di unire il settore bancario.

Quando le autorità di vigilanza bancaria della Bce analizzarono la redditività delle banche europee per il 2018, riscontrarono che il rendimento medio del capitale proprio era molto inferiore a quello delle banche statunitensi e nordiche. Era anche molto inferiore al costo del capitale.  In definitiva, le autorità di vigilanza bancaria si sono rese conto che le banche redditizie sono più attraenti per gli investitori. Per migliorare la loro redditività, le banche dell’Ue devono seguire l’esempio di quelle nordiche e investire nella digitalizzazione, chiudere filiali e ridurre i costi. Per consentire alle banche di affrontare contemporaneamente queste grandi sfide, la Bce ha cercato di persuadere le grandi banche della regione a fondersi per competere con i loro rivali americani e nordici, a fare quello che in gergo finanziario si chiamano fusioni difensive.

La Champions league bancaria

“Il legislatore amerebbe avere un numero relativamente contenuto di player sui quali vigilare e che abbiano delle dimensioni importanti, perché questo sulla carta renderebbe più semplice l’attività dell’organismo di vigilanza – spiega Riccardo Ambrosetti, presidente di Ambrosetti am Sim – È indubbio che in questi anni siano state fatte delle normative e anche operazioni volte a favorire questo tipo di movimento”. Per alcuni critici questo potrebbe portare anche ad un effetto negativo che sarebbe l’eccesso di concentrazione. “Con questo quadro di riferimento, c’è una gara in corso per attrezzarsi per questo campionato europeo, questa Champions league bancaria. Ne abbiamo un esempio domestico palese in quello che sta facendo Intesa Sanpaolo: tutte le fusioni di cui ora si sente parlare, tendenzialmente sono fusioni che avvengono a livello domestico, banche spagnole che si fondono tra di loro, svizzere, italiane e così via. Secondo noi questo evidenzia la volontà di realizzare una fase propedeutica a sfide più internazionali ma presentandosi nelle migliori condizioni possibili, che vuol dire una grande stabilità finanziaria e patrimoniale e anche una predominanza sul mercato locale”. L’esperto crede che in questo momento ci sia un fattore comune a questi processi di fusione: tutto avviene a livello nazionale e il caso di Intesa è eclatante in questo senso.

“Questa tendenza è stata manifestata in maniera molto palese quando la Bce ha forzato la  Banca d’Italia a far  sì che le Bcc ‘scomparissero’ come entità autonome e si ‘fondessero’ in una entità di ordine superiore. In Italia, come sempre, abbiamo fatto un po’ a nostro modo e adesso c’è un polo che fa riferimento a Cassa Centrale Trento, uno che fa riferimento a Raiffeisen  e un altro che fa riferimento a Iccrea, ma probabilmente anche questi poli da qui a 3-5 anni si fonderanno in un’unica entità”, aggiunge Ambrosetti. Anche in Spagna è accaduto qualcosa di simile, dove il numero delle banche è passato da circa 60 a 12.

L’efficientamento dell’attività della banca “tradizionale”

“L’obiettivo è arrivare al tavolo delle trattative più ‘cilindrati’, in una posizione di maggior forza”, spiega Ambrosetti. E aggiunge “si fanno le operazioni più facili. Per Intesa è più facile fare un’opa ostile su Ubi piuttosto che su una banca tedesca anche perché va a negoziare con un vigilante comune che è la Banca d’Italia”. Per il manager le fusioni cross-border saranno inevitabili. “L’Unione europea, a causa delle crisi finanziarie degli ultimi anni,  a causa della crisi di liquidità e adesso a causa della pandemia attuale, ha gioco forza dovuto accelerare una serie di processi. Questo tipo di movimenti ha delle ricadute anche su entità di dimensioni minori come nel caso delle Bcc”.

Ma come raggiungere questo obiettivo? “Si tratta di una sfida di cui si sta parlando da molto tempo e a cui si sta lavorando ma ancora troppo lentamente è l’efficientamento dell’attività della banca ‘tradizionale’, che fanno anche ricavi da servizi ma sono molto legate all’attività di credito. Sono banche che hanno un rapporto tra costi del personale e ricavi che difficilmente scende sotto il 50 o al 75% per le banche meno efficienti. Dall’altra parte abbiamo dei player che offrono dei servizi che si sovrappongono sempre più con quelli bancari, che hanno un rapporto tra costi del personale e ricavi attesi che è del 20-25%. Questo significa che a parità di valore aggiunto erogato la banca tradizionale oggi è un grosso handicap”.

Le banche tradizionali devono cambiare pelle

Per Ambrosetti questa sfida é ineludibile, in quanto in realtà il sistema bancario andrebbe oggi suddiviso in due: da una parte dovrebbero esserci le banche tradizionali e dall’altra le banche di servizio. L’attività di servizi (pagamenti, collocamento di prodotti finanziari, etc) è oggi quella più remunerativa. “Una banca che avrá successo deve essere agile e snella e deve trovare i massimi risultati. La sfida delle banche tradizionali è quella di cambiare pelle. Stanno perdendo tempo in questo mentre le ‘aggressioni’ che stanno subendo da parte di nuovi attori entrati sul mercato sono portate avanti già da qualche anno. Andando indietro di 10/15 anni c’era un insieme grande che era l’attività bancaria che includeva qualsiasi attività che fosse sia di credito sia di servizi finanziari. Adesso invece abbiamo due insiemi che si stanno sempre più sovrapponendo che sono la banca come la intendiamo tradizionalmente e dall’altra parte una serie di società come Google Finance o Amazon che forniscono anche servizi finanziari. C’è tutto un mondo di distribuzione generalizzata da parte di player che non hanno un’origine bancaria o finanziaria che stanno iniziando ad allargare la loro sfera di influenza in servizi che in parte si sovrappongono a quelli tradizionalmente bancari”.

Il risiko bancario non passa mai di moda

La politica bancaria della Bce sta funzionando. Il risiko bancario non passa mai di moda e continua a dominare il panorama economico europeo e internazionale. Dopo Italia (Intesa SanpaoloUbi) e Spagna (BankiaCaixabank) ora sembra essere il momento giusto per una delle più grandi fusioni al mondo che potrebbe coinvolgere i nomi di Ubs e Credit Suisse, rispettivamente la prima e la seconda banca svizzera.  A luglio Intesa Sanpaolo, il più grande istituto di credito retail italiano, si è fuso con la rivale Ubi Banca. Questo mese, CaixaBank ha annunciato la sua fusione con Bankia, creando la banca più grande della Spagna. Sotto i riflettori adesso ci sono Unicredit e Monte dei Paschi, con il Tesoro in pressing sull’istituto guidato da Jean Pierre Mustier per intervenire nell’acquisizione della banca di cui il Mef è azionista di maggioranza. Anche Deutsche Bank sta lavorando duramente per prepararsi all’ondata di fusioni e acquisizioni attesa nel settore bancario.

La fase successiva del consolidamento del sistema bancario europeo sono le grandi fusioni transfrontaliere. “Andremo sempre di più incontro a nuove fusioni, non solo tra banche di diversi paesi ma anche diverse tipologie. Un esempio è quello che sta facendo il gruppo Generali che pur essendo stato sempre molto tradizionalista, sta investendo in management internazionale sempre di più, mischiando la cultura italiana con quella di altri paesi e questo ha permesso di riformulare la posizione per cui quasi abitualmente vanno a comprare aziende di eccellenza nel mondo dell’asset management, piuttosto che nel mondo assicurativo,  che portate all’interno del gruppo possono diventare un volano per nuovi ricavi. Ci sarà una corsa ad accaparrarsi i talenti migliori non più solo come persone fisiche ma anche gruppi, entità, aziende specializzate in attività non tipicamente legate all’attività bancaria per accelerare i tempi di raggiungimento di un valore aggiunto”.

In definitiva, c’è un nuovo e sempre più dirompente fermento all’interno del settore bancario europeo. Non solo per le inedite difficoltà che l’economia dovrà affrontare nei prossimi mesi e per le sfide che le singole banche saranno chiamate a superare, ma anche perché sembra emersa in tutti gli attori in campo la consapevolezza che per sopravvivere e crescere all’attuale contesto le banche europee saranno costrette a cambiare.

Maddalena Liccione
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