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Il dollaro forte indebolisce gli asset emergenti

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

23 Maggio 2018
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  • Quali sono le tre principali determinanti del rafforzamento del dollaro

  • Le opportunità e i rischi di un dollaro più forte nel panorama degli investimenti

Oggi, dopo aver perso l’11% l’anno scorso, il dollaro sta tornando a salire. Rspetto ai minimi di febbraio, è aumentato del 5%. Da cosa dipende la forza del biglietto verde? I fattori sono almeno tre

Mode a parte, il dollaro resta la prima valuta mondiale di finanziamento. E’ un fatto che i due terzi del debito dei mercati emergenti siano tuttora denominati in dollari. Un biglietto verde meno forte per molti equivale quindi a un indebitamento più conveniente. Cosa che è avvenuta nel 2017.

Oggi, dopo aver perso l’11% l’anno scorso, il dollaro sta tornando a salire. Rispetto ai minimi di febbraio, è aumentato del 5%. Da cosa dipende la forza del biglietto verde? I fattori sono almeno tre, nell’opinione di Witold Bahrke, senior macro strategy di Nordea AM.

Punto primo. La divergenza. L’inflazione negli Usa è in crescita, mentre in Europa e Cina, no. Di conseguenza, è possibile una maggiore divergenza delle politiche monetarie. Un’inflazione sostenuta rende più probabile una posizione aggressiva da parte della Fed. Al contrario, altre banche centrali potrebbero reagire in modo più accomodante del previsto, supportando il biglietto verde.

Punto secondo. La de-sincronizzazione della crescita globale. Il 2017 era stato caratterizzato da una ripresa sincronizzata. Oggi, si assiste invece a un rallentamento de-sincronizzato. La crescita globale complessiva sta infatti rallentando di pari passo con l’inasprimento della politica monetaria. Alcune aree, come l’Europa, risultano meno “sorprendenti” rispetto agli Stati Uniti in termini di sorprese economiche. Ciò significa che dagli Usa volano adesso meno capitali verso regioni con rendimenti più elevati. “Lo si potrebbe chiamare un ambiente meno favorevole ai carry trade, un ambiente che contribuisce alla forza del dollaro Usa”.

Punto terzo. I rendimenti dei treasury statunitensi a 10 anni i quali hanno infranto il livello psicologico del 3%, seducendo gli investitori a caccia di obbligazioni.

Si prevede che il dollaro americano si rafforzerà ulteriormente verso la fine dell’anno. Il fattore divergenza permarrà. L’inflazione cinese calerà ulteriormente. La Bce dovrà cambiare i propri piani relativi alla fine dell’alleggerimento quantitativo, indebolendo così l’euro. La crescita desincronizzata continuerà.

I recenti problemi dei mercati emergenti sono tutti collegati alla forza del dollaro americano, poiché la regione è maggiormente dipendente dalla liquidità in dollari. Ed essi non possono fare molto per arginare il fenomeno. Di conseguenza, gli asset dei mercati emergenti avranno vita più difficile e gli investitori dovranno essere ancora più selettivi. Ci si aspetta inoltre per il 2018 che le obbligazioni in valuta locale degli emergenti sottoperformino quelle in valuta forte.

La ripresa dei rendimenti negli Stati Uniti appare interessante già da un po’ di tempo se osservata da una prospettiva europea. Ma molti investitori europei sono stati spaventati dai rischi valutari e/o dai costi di copertura elevati. Potrebbe però valere la pena di assumere alcuni rischi valutari, dato che le dinamiche descritte aumenteranno. Il valore relativo offerto dai treasury americani rispetto ai bund tedeschi ha toccato i valori massimi da decenni, sia per le scadenze brevi che per quelle lunghe.

 

Teresa Scarale
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