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Cosa succede se le proteste a Hong Kong non si placano

21 Agosto 2019 · Livia Caivano · 3 min

  • Secondo la Securities and Futures Commission il patrimonio gestito del wealth management di Hong Kong a fine 2018 ammontava a 23.95 mila miliardi di dollari HK

  • Il personale impiegato nel settore della gestione patrimoniale e patrimoniale contava nello scorso dicembre di 42.821 unità

L’industria dell’asset management di Hong Kong vanta un patrimonio di circa tre mila miliardi di dollari. Le proteste contro il Governo cinese iniziate in primavera non sembrano placarsi e questo potrebbe in ultima istanza ripercuotersi sull’economia dell’ex colonia britannica, ma non solo

Non solo tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina a destabilizzare il wealth management internazionale ma anche Hong Kong. Per i prossimi mesi sono attesi nuovi dazi commerciali, una conseguente recessione dei fatturati e una dislocazione della filiera produttiva all’interno dei settori industriali e dei servizi più dinamici a livello globale. Ma il driver più importante per la seconda metà dell’anno sembra saranno gli sviluppi politici all’interno dei singoli Paesi ma anche nelle relazioni internazionali. Secondo Filippo Lanza, gestore del fondo HI Numen Credit di Hedge Invest Sgr su questo fronte è importante l’emergere di ‘punti caldi’ geopolitici come la crisi in corso ad Hong Kong. “Il proseguimento delle tensioni può facilmente andare fuori controllo e innescare un intervento più deciso da parte delle autorità cinesi – si legge in una nota – Crediamo che l’attuale politica del currency peg – il regime di tassi di cambio fissi che lega il dollaro Hk al dollaro Usa – non sia di alcun aiuto al Governo cinese, e riteniamo che possa dunque esservi un vero e proprio de-pegging – una rimozione del tasso di cambio fisso – qualora lo status speciale di Hong-Kong venisse sollevato a seguito di nuove rivolte”. Questo, prosegue ilgestore di Hedge Invest, lascerebbe le riserve di dollari americani a disposizione della Cina per le sue negoziazioni commerciali con gli Stati Uniti. “È sorprendente pensare che, fino a qualche mese fa, le rivolte di Hong Kong così come la svalutazione della valuta da parte della Cina avevano zero probabilità anche negli scenari più pessimistici. Hong-Kong potrebbe essere il cigno nero nell’era della guerra commerciale”.

Secondo poi Nitesh Shah, director Research per WisdomTree le ripercussioni potrebbero sentirsi anche sull’oro. “Sono molteplici i rischi finanziari e geopolitici che hanno spinto a livelli elevati le posizioni dei future sull’oro”, chiarisce Shah. Le controversie tra Stati Uniti e Cina, sì, ma anche Brexit, la crisi di governo italiana e i problemi economici in Argentina. E i disordini di Hong Kong, nati in risposta alla nuova legge sull’estradizione forzata da parte del Governo cinese, non fanno eccezione. “I prezzi dell’oro potrebbero salire a 1.875 Usd l’oncia – vicinissimi al prezzo più alto di sempre, pari a 1900 Usd l’oncia, toccato il 5 settembre del 2011”.

Le proteste in corso, stando a quanto riportato dall’agenzia Reuters, potrebbero anche spingere Alibaba a rinviare la quotazione sulla piazza finanziaria del territorio indipendente. Anche se una precisa calendarizzazione non è stata ancora definita, l’Ipo della Amazon asiatica quotata a Wall Street, potrebbe avvenire in Ottobre.

Livia Caivano
Livia Caivano