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Ha senso parlare di Finanza Etica?

27 Novembre 2018 · Alessandro Mainardi · 5 min

A confronto la definizione contenuta nel Testo Unico della Finanza con i precetti impartiti dalla Congregazione per la Dottrina della Santa Fede con il “Oeconomicae et pecuniariae questiones”

Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani
BY Robert Kennedy (Discorso all’università del Kansas – 1968)

Cosa è la Finanza Etica? E soprattutto, ha senso parlare di Finanza Etica?

Le origini

Tutto è cominciato nel 2016 con l’approvazione di un nuovo articolo del Testo Unico Bancario dedicato alla “Finanza etica e sostenibile” (è l’art. 111 bis e lo trovate qui https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/intermediari/ Testo-Unico-Bancario.pdf).

Nel novembre 2017 è stato pubblicato il primo rapporto dedicato a “La Finanza Etica e Sostenibile in Europa” (lo trovate qui http://www.fcre.it/files/RAPPORTO_ONLINE.pdf).

E’ stato preparato dalla Fondazione FinanzaEtica, un think thank promosso da Banca Etica. Secondo il rapporto, il valore delle attività finanziarie etiche in Europa ammonta a 715 miliardi di Euro. Non poco.

Eppur si muove

Nel gennaio 2018 il Vaticano – per essere esatti, la Congregazione per la Dottrina della Santa Fede che, sempre per essere esatti, fino a cento anni fa si chiamava Sacra Inquisizione; quella che ce l’aveva su con Galileo Galilei per capirci – ha pubblicato uno studio dedicato alle criticità etiche del sistema finanziario.

Il documento ha un nome un po’ ampolloso, Oeconamicae Et Pecuniariae Quaestiones, ma fate prima a cercarlo qui (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20180106_oeconomicae-et-pecuniariae_
it.html). E’ una vera e propria summa dei principi che devono ispirare
l’uso etico della finanza, secondo la Chiesa. Strano ma vero, il tema della Finanza Etica non sembra invece interessare l’attuale governo.

Gialloverde, basta il nome

Il Contratto di governo (http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf) si occupa di economia sostenibile (vedi il paragrafo 4: ambiente, green economy e rifiuti zero) e di tutela del risparmio (vedi il paragrafo 5: banca per gli investimenti e risparmio). Tutti temi prossimi a quelli della Finanza Etica. Il Contratto di governo però non va oltre. Eppure il microcredito è uno dei padri nobili della Finanza Etica e piace molto al M5S (http://www.movimento5stelle.it/parlamento/microcredito).

Che inoltre spinge da sempre per il risarcimento dei risparmiatori
traditi dai crac bancari. Peccato, una occasione mancata.

Giudico ergo sum

Tutti i comportamenti umani sono suscettibili di un giudizio
etico, quindi perché non la finanza?

Se i dieci comandamenti sono le fondamenta etiche del nostro universo occidentale, il settimo ordina di non rubare e riguarda molto da vicino chi fa finanza e per lavoro maneggia il denaro altrui (non è una riflessione originale; lo ha notato prima di me Salvatore Rossi (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2017/Rossi-28112017.pdf, e prima ancora Guido Rossi https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:536, anche se entrambi sono a loro volta debitori del Decalogo di Kieslowski).

Nel nostro mondo ha senso parlare di Finanza Etica esattamente come ha senso parlare di commercio equosolidale e di onlus. Sono tutti segni di un afflato morale che non riesce ad essere liquidato dal capitale globalizzato e che si alimenta proprio dagli eccessi di quest’ultimo.

Nome e definizione

L’espressione Finanza Etica sinceramente non mi piace. Definire una parte della finanza etica significa relegare tutto il resto della finanza nel non etico. Forse che Banca Intesa è una istituzione immorale? Ovviamente no. Ma se non altro è una definizione di buon impatto mediatico e risponde ad un bisogno sentito di marcare un territorio lontano da quello della finanza
comunemente intesa come “rapace, spietata, speculativa, ipertrofica”
(http://www.fcre.it/files/RAPPORTO_ONLINE.pdf).

Come abbiamo visto, in Italia coesistono almeno due definizioni
di Finanza Etica. C’è la definizione che ne dà lo Stato nel Testo Unico Bancario e c’è quella che ne dà il Vaticano nel documento da poco pubblicato. Vediamole più da vicino.

I parametri

La definizione di Finanza Etica dello Stato è sobria. Il Testo Unico Bancario indica sei parametri che la aspirante banca etica deve rispettare. Il merito creditizio dei clienti deve essere valutato tenendo conto di rating internazionali non solo economici, ma anche etici. I finanziamenti etici devono essere resi pubblici sul web. Almeno il 20% dei finanziamenti deve
essere devoluto a Onlus e simili. I profitti della banca etica non possono essere distribuiti agli azionisti, ma devono essere interamente reinvestiti.

La governance della banca deve essere democratica. Infine, la politica delle remunerazioni deve evitare eccessive differenze fra retribuzioni medie e retribuzioni massime. Tutto sensato o quasi. Il divieto di distribuire profitti però mi lascia perplesso. Riflette un pregiudizio antico di immoralità del profitto. Mi piacerebbe al contrario vedere imprese etiche rigorose tanto con i loro clienti, quanto con i loro azionisti. Il mondo del microcredito sta seguendo proprio questo modello e mi pare funzioni benissimo. Ricuce il rapporto fra capitali ed etica, assicurando rendimenti e promuovendo giustizia. Perché vietare alla Finanza Etica di fare la stessa cosa? Anche sulla governance democratica avrei qualche perplessità. Con le dovute eccezioni, di solito induce comportamenti poco trasparenti. Personalmente preferisco sapere chi comanda e di conseguenza chi è responsabile.

Santa ricchezza, prega per noi

L’approccio della Chiesa alla Finanza Etica è più articolato. Muove proponendo una distinzione sottile. Per la Chiesa la differenza non è fra le imprese etiche e tutte le altre imprese, come invece suggerisce lo Stato, ma fra casi di immoralità prossima che possono riguardare qualsiasi impresa, anche quelle legalmente riconosciute etiche. Indubbiamente il fine che si
prefigge il documento vaticano è diverso da quello che ha mosso il legislatore italiano. E’ un fine per così dire persuasivo, mentre quello legale è prescrittivo.

Immoralità prossima

Ma cosa vuole dire immoralità prossima? Vuole dire uso di strumenti “non immediatamente inaccettabili dal punto di vista etico”, ma impiegati con modalità tali da creare “occasioni in cui molto facilmente si generano abusi e raggiri, specie ai danni della controparte meno avvantaggiata”. Così è prossimamente immorale vendere titoli di per sé legali, ma avvantaggiandosi di asimmetrie informative: in parole povere approfittando della ignoranza e della fiducia dei clienti.

Oppure sfruttare la condizione di potere della banca sul cliente. Oppure operare sui mercati con motivazioni puramente speculative come succede con l’high frequency trading. O ancora addebitare tassi al limite dell’usura abusando dello stato di bisogno dei clienti. L’approccio della Chiesa insomma è più complesso, ma al tempo stesso più pragmatico. Rinuncia a dare una definizione esatta di Finanza Etica, preferendo indicare cosa rende immorale la finanza. Il rapporto dà anche indicazioni concrete.

Propone di istituire all’interno delle imprese dei comitati etici che riferiscano direttamente al consiglio di amministrazione, sul modello degli enti sanitari nei quali sono obbligatori per legge. Raccomanda che ogni strumento finanziario abbia un valore di mercato chiaro e facilmente comprensibile. Depreca l’uso dei paradisi fiscali e della finanza off shore.
Riprende l’invito rivolto da Benedetto XVI a tutti i risparmiatori a “votare con il portafoglio” ovvero a “votare quotidianamente nei mercati a favore di ciò che aiuta il benessere reale di noi tutti e di rigettare ciò che ad esso nuoce” (pag. 11). Tra l’altro, è il primo monito papale ad essersi trasformato in una app (Voto col portafoglio https://itunes.apple.com/it/app/voto-col-portafoglio/id1244405835?mt=8). L’approccio cattolico è molto diverso da quello statale, per i diversi fini che si prefiggono, ma approdano entrambi a risultati simili.

Qual è la conclusione?

La finanza maneggia il denaro di tutti, alla finanza quindi dovrebbero
applicarsi gli standard etici più severi possibili. E se la finanza non è in grado di autoregolamentarsi – e non lo è – il controllo deve essere altrettanto severo. La compliance è costosa perché i risultati contano più dei mezzi impiegati per ottenerli. Marco Onado sul Sole 24 Ore dello scorso 11 ottobre
lo ha spiegato bene.

 

Il benessere va perciò valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (Pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, crescita del “capitale umano”, la qualità della vita sociale e del lavoro. E il profitto va sempre perseguito ma mai “ad ogni costo”, né come referente totalizzante dell’azione economica
BY Oeconomicae et pecuniariae quaestiones (2018)
Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi
Partner dello studio legale Orrick e responsabile del Tax Group italiano. Con oltre 25 anni di esperienza nel settore della fiscalità interna ed internazionale, è uno dei più ascoltati specialisti in materia di wealth management: tassazione della famiglia, passaggio generazionale, trust, asset protection, art investment.
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