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Fuga di capitali all’estero, non conviene assolutamente

24 Dicembre 2018 · Stefania Pescarmona · 3 min

  • Cresce il rischio paese Italia e si intensifica la tendenza a portare i soldi all’estero

  • La Svizzera resta uno dei posti più ambiti, ma non è più come una volta…

Sempre più investitori trasferiscono capitali all’estero. Perché? We Wealth ha intervistato Antonello Sanna, amministratore delegato di Scm Sim

Si continua a parlare di fuga di capitali italiani all’estero, in particolare in Svizzera/Canton Ticino. Secondo gli ultimi dati della Bri, a fine giugno 2018, i patrimoni detenuti presso le banche del Canton Ticino sarebbero oltre 11 miliardi, in crescita del 5%. Perché succede, ripetutamente, tutto questo? We Wealth lo ha chiesto ad Antonello Sanna, amministratore delegato di Scm Sim.

Dott Sanna, è cresciuto il rischio paese, ma c’è, ora, veramente il rischio che l’Italia possa uscire dall’euro?
C’è un problema diffuso di cultura finanziaria. Innanzitutto, lo scenario in Italia è cambiato. Molti ricordano ancora la crisi finanziaria del 1992, quando uscimmo dallo Sme e la lira perdette molti punti percentuali sul marco: allora non vi fu il panico tra i risparmiatori, perché, fino al passaggio all’euro, la sicurezza per loro era data prevalentemente dai titoli di stato e, pur essendoci inflazione, non si percepiva la perdita di valore della nostra moneta. Oggi in Europa con lo spread è più chiaro il differenziale di «solidità» finanziaria del nostro paese rispetto ad altri europei, come ad esempio la Germania. E allora il risparmiatore italiano si comporta in maniera convulsa, con comportamenti irrazionali.

Voi avete riscontrato lo stesso trend tra la clientela di Scm Sim? Cosa chiedono, in particolare, i vostri clienti e quali soluzioni vengono proposte per affrontare questa delicata fase di mercato?
Sì, lo riscontriamo spesso negli ultimi mesi. Molti risparmiatori stanno effettivamente portando parte dei loro capitali all’estero e, come sempre, la Svizzera è uno dei posti più ambiti. Ma, come dicevo prima, si tratta in molti casi di comportamenti basati su una reazione emotiva e, quindi, poco efficaci. Un tempo effettivamente la Svizzera poteva garantire una maggior sicurezza rispetto all’Italia, ma con la fine del segreto bancario è rimasto solo il costo delle gestioni che lì è significativamente più alto, senza reali benefici.

Perché lo fanno allora?
C’è in effetti il timore diffuso di una uscita dall’euro, ma anche qualora succedesse (scenario che è francamente al momento attuale ben poco realistico) cosa cambierebbe per loro avere i capitali in Italia piuttosto che all’estero? Se hai un portafoglio in strumenti finanziari in valuta estera, ad esempio bund tedeschi o investimenti in sterlina inglese, questi titoli non corrono un rischio di cambio diverso da quello che avrebbero se depositati in una banca di Ginevra. E nella storia non si ricordano, eccetto l’unico caso del Messico nell’82, di conversioni forzose della valuta.

C’è anche una tendenza a smobilizzare per mantenere i fondi in liquidità…
Certamente, e anche in questo caso si tratta di una reazione impulsiva che ottiene l’effetto opposto: si liquida quando si è in negativo e poi quando i mercati ripartono si è fuori e se si vuole ricostituirsi il portafoglio si viene a pagare i titoli molto di più del valore che avevano quando li avevano venduti. Noi ricordiamo spesso ai nostri clienti che gli investimenti vanno giudicati sul lungo periodo e che, comunque, anche in fasi ribassiste, ci sono sempre delle opportunità di mercato che se si è “dentro” si ha la possibilità di cogliere.

Per le banche ticinesi questo scenario è una buona occasione per recuperare parte della clientela persa con la fine del segreto bancario (circa 25-30%). Quali strumenti dovrebbero, quindi, mettere in atto i nostri istituti di credito o le istituzioni, in particolare il governo italiano, per frenare la fuga della clientela e dei capitali?
Gli operatori finanziari credo stiano già facendo il possibile per mantenere un clima costruttivo e di fiducia con i propri clienti, rimarcando, in sostanza, quello che dicevo prima, cioè la non convenienza, proprio ai fini di preservare i capitali, di liquidare e andare all’estero. Il governo, poi, ha certamente un ruolo decisivo, in due ambiti. Per prima cosa, occorrono molte più risorse per gli investimenti, evitando di disperdere i pochi fondi disponibili in prebende agli elettorati di partito. Le due formazioni politiche al governo stanno facendo quello che in finanza si chiama un “leveraged buy-out”, cioè pagano con i soldi dei contribuenti i debiti contratti in campagna elettorale. In secondo luogo, si dovrebbe fare realmente quello che si promette da almeno vent’anni, una politica, tra l’altro, a costo quasi zero: semplificare le leggi e le normative per ridurre al minimo la burocrazia.
Guardi, sto facendo un aumento di capitale proprio in questo periodo e sono arrivato quasi al punto di rinunciarci, tanto complessa e contraddittoria è la normativa. Persino gli specialisti, avvocati e commercialisti, la interpretano in modo differente. C’è da impazzire…

Stefania Pescarmona
Stefania Pescarmona
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