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Frontiera: i mercati hanno superato un altro stress test

11 Febbraio 2019 · Teresa Scarale · 3 min

  • L’asset class in questione ha mostrato una volatilità inferiore rispetto agli emergenti e persino ai paesi sviluppati. Ciò grazie alla bassa correlazione tra le varie economie che ne fanno parte

  • L’importanza della selezione: non ci sarà quest’anno un denominatore comune che indirizzerà i titoli dei mercati di frontiera in una specifica direzione

Il 2018 è stato solo un altro stress test per i mercati di frontiera, che lo hanno superato con successo. Vietnam, Egitto, Nigeria, Pakistan sono solo alcune delle economie su cui puntare secondo East Capital

La volatilità del 2018 non ha risparmiato nemmeno i mercati di frontiera. L’indice Msci Frontier Markets ha perso infatti l’anno scorso il 13,2%, arretrando rispetto ai risultati positivi del 2016 e 2017. Ma, stando alle parole del fondatore e Cio di East Capital, Peter Elam Håkansson, i mercati di frontiera (come gli emergenti in generale) con il 2018 avrebbero superato un altro stress test.

Frontiera: tutta sostanza

A dispetto della volatilità capricciosa che tanti dolori ha provocato agli investitori lo scorso anno, i fondamentali per la crescita economica a lungo termine sono rimasti immutati. L’asset class in questione ha mostrato ancora una volta una volatilità inferiore rispetto agli emergenti e persino ai paesi sviluppati. Questo, grazie alla correlazione strutturalmente bassa tra i vari Stati che ne fanno parte.

Una perdita del 4% nell’annus horribilis

Escludendo l’Argentina, che ha registrato un forte calo, pari al 51,7% in un momento in cui il suo peso nell’indice aveva raggiunto livelli record superiori al 20%, i mercati di frontiera hanno chiuso l’anno con una perdita moderata del 4%. Ciò, nonostante il contesto negativo per i mercati azionari e gli asset con rischio elevato.

Un’asset class “multidirezionale”

Secondo Peter Elam Håkansson, non ci sarà quest’anno un denominatore comune che indirizzerà i titoli dei mercati di frontiera in una specifica direzione. Si prendano ad esempio le politiche Fed. Nel caso queste diventino meno prevedibili perché “basate sui dati” (come già affermato da Powell), le implicazioni sarebbero diverse sui singoli mercati.

Nel 2018, l’inasprimento ha aiutato i mercati di frontiera del Medio Oriente, esercitando al contempo una pressione sui mercati più indebitati e caratterizzati da disavanzi delle partite correnti importanti come Argentina e Kenya.

Oggi, una maggiore volatilità avrebbe implicazioni diverse per gli esportatori di petrolio come la Nigeria e l’Arabia Saudita rispetto agli importatori netti, tra cui Pakistan ed Egitto. Allo stesso modo, le guerre commerciali influirebbero su quasi tutti i principali mercati globali. Ma “potrebbero anche offrire inaspettate opportunità di crescita per i poli manifatturieri come il Vietnam”, rendendo così più appetibili per gli investitori stranieri le economie di frontiera di tutto il mondo, attualmente caratterizzate da una forte connotazione domestica.

Valutazioni ultra appetibili

Considerato l’attuale multiplo prezzo/utili pari a 9,5, le valutazioni dei mercati di frontiera sono prossime al minimo degli ultimi sette anni. Si tratta di una situazione simile a quella vista durante il crollo del prezzo del petrolio alla fine del 2014 e in seguito alla flessione dei mercati dovute alle preoccupazioni legate alla Cina nel 2016. Oltre a questa situazione generale, ci sono molte opportunità sia a livello di paese che di singola società.

Nigeria

In Africa, la Nigeria presenta un profilo rischio/rendimento molto interessante in vista delle elezioni in programma questo mese. East Capital è convinta che il mercato accoglierà positivamente una conclusione pacifica delle procedure di voto e l’insediamento di un nuovo governo dall’intento riformista, a prescindere dal candidato vincente.

Il Medio Oriente

Per i mercati del Medio Oriente il 2019 sarà un anno più incerto rispetto al 2018 a causa dell’incertezza legata alla politica monetaria della Fed e al limitato rischio di downside del prezzo del petrolio. L’aumento dei tassi negli Usa favorisce le banche del Medio Oriente in quanto la maggior parte dei depositi della regione sono privi di interessi. Mentre i tassi sui prestiti stanno aumentando a causa del vincolo con il dollaro Usa.

Ma l’aumento dei tassi è negativo per le prospettive a medio termine a causa dell’impatto negativo sulla crescita dei prestiti, in particolare per quanto riguarda i mutui. Se a ciò si unisce l’incertezza rispetto alla politica della Fed, è chiaro perché il 2019 potrebbe essere complicato per una regione dominata da società operanti nel settore finanziario.

Egitto

L’Egitto, al contrario, dovrebbe continuare a crescere del 5%, grazie al programma del Fondo Monetario Internazionale. Pure l’inflazione dovrebbe scendere dall’attuale 12% al di sotto del 10% entro il 2020, a seguito dell’ultimo taglio ai sussidi previsto per giugno 2019. La banca centrale avrà dunque ampio margine per ridurre i tassi rispetto all’attuale 16,75% per alimentare la crescita del credito e quindi ulteriori investimenti. Considerato il conteso, il gestore ritiene che le banche e le società operanti in settori quali healthcare, beni alimentari e negli ambiti legati ai consumi continueranno a crescere.

Vietnam

Il Vietnam rimane uno dei mercati più interessanti, vista la sua crescente importanza come polo produttivo, soprattutto in un periodo di tensioni commerciali tra Usa e Cina come quello attuale. Si tratta inoltre di una delle economie che cresce più rapidamente a livello mondiale, con una crescita del Pil sana e stabile tra il 6,5% e 7% accompagnata da un contenuto surplus della bilancia commerciale e l’inflazione mantenuta al di sotto del 5%.

Ma nonostante il contesto macroeconomico favorevole, è importante saper selezionare con attenzione le singole società. Esistono infatti notevoli differenze in termini di qualità del management e di valutazioni, oltre a limitazioni agli investimenti esteri. Questo rende fondamentale lo stock picking e la capacità di andare oltre i grandi nomi che occupano buona parte del benchmark.

Pakistan

Dopo diciotto mesi di squilibrio fiscale e commerciale combinato con l’incertezza politica, il Pakistan sembra poter trovare un po’ di sollievo, soprattutto se si troverà un accordo con l’Fmi. Il Paese potrebbe trovare delle soluzioni temporanee per rispondere ai bisogni di liquidità più imminenti, ma un accordo con il Fondo Monetario Internazionale è reputato di fondamentale importanza per fare fronte ai problemi strutturali e per attirare investitori stranieri. Considerato l’attuale multiplo prezzo/utili – 7,3 – l’asset manager ritiene che il Pakistan sia un buon candidato per un forte rimbalzo. Questo, se le riforme dovessero tornare al centro dell’attenzione, essendo accompagnate da un programma economico credibile.

Argentina

L’Argentina è uno dei mercati meno prevedibili a causa delle incertezze economiche e politiche da un lato e dei nuovi afflussi legati all’inclusione del paese nell’indice Msci Emerging Markets dall’altro. Nel 2019 la politica giocherà un ruolo importante per il paese. Una possibile vittoria elettorale in ottobre per l’ex presidente Kirchner o un altro candidato da lei sostenuto potrebbe infatti segnare la fine dell’attuale accordo con il Fmi. E spingere nuovamente il paese fuori dai mercati internazionali, esercitando quindi una forte pressione sulla già travagliata economia.

La vittoria di Macri invece potrebbe portare ad un sollievo a breve termine. Ma non aiuterebbe a risolvere prontamente le sfide che il paese sta affrontando. Nel complesso il gestore esprime cautela sull’Argentina. Ne considera infatti il mercato come un “mercato da trader”. Ossia che potrebbe tanro offrire grandi opportunità a breve quanto danneggiare gli investitori in caso di errori.

 

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Teresa Scarale
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