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La Francia, ma solo del pallone, vince anche in tolleranza

18 Settembre 2018 · Andrea Goldstein · 3 min

  • Nella finale dei mondiali 2018 la Francia ha battuto la Croazia 4 -2

  • Le celebrazioni hanno fatto da cassa di risonanza al progressismo di Manuel Macron

La coppa del Mondo di calcio è un evento, non solo sportivo e televisivo, straordinario. In un mondo in cui (fortunatamente) il campo ha sostituito le trincee, è legittimo interrogarsi sulla portata sostanziale e simbolica di una tenzone che vede protagonisti 22 ragazzi in pantaloncini

Cosa leggere nella vittoria dei Blues?

Intanto un trionfo di comunicazione per la Francia, che in poco più di 12 mesi si è sbarazzata della reputazione (più o meno meritata) di paese restio ad ogni cambiamento, per convertirsi in un paradigma di coolness, capace di dare un tocco digitale al suo soft power secolare e di coltivare un ecosistema imprenditoriale dinamico e aperto.

La squadra di Didier Deschamps ben sintetizza queste caratteristiche: è giovane (e del resto, dalla finale di Berlino nel 2006, in Francia sono nati quasi 10 milioni di bimbi, in Italia 6,3 milioni); è internazionale, sia nelle origini (ai 14 giocatori schierati a Mosca corrispondono 14 genitori nati all’estero), sia nel profilo professionale (solo due giocano in Ligue 1, come del resto Deschamps quando vinse nel 1998, gli altri sono sparsi per l’Europa); ed è il risultato di una politica attiva di sostegno allo sport, fatta di impianti pubblici accessibili e ben mantenuti, formazione di base e preparazione all’agonismo.

In estrema sintesi, il successo di Mosca, insieme alle celebrazioni parigine (sfilata sui Champs-Elysées e ricevimento all’Eliseo), ha fatto da cassa di risonanza globale al messaggio di progressismo fortemente europeista di Emmanuel Macron e verrà diffuso in lungo e in largo nei mesi a venire.

Prime pagina della finale Coazia-Francia

Qual è il nesso tra calcio e integrazione?

In Francia non è lecito raccogliere statistiche demografiche secondo razza ed etnia e pertanto si dispone solo di stime più o meno precise sull’entità della popolazione di colore e di origine araba – rispettivamente 3 milioni (almeno) e 5,7 milioni (di mussulmani, secondo uno studio 2017 del Pew Research Centre). Al di là della cifra esatta, è evidente che sul totale della popolazione francese (67,2 milioni al 1 gennaio 2018) sono percentuali minori che allo Stadio Lužniki, dove sono scesi in campo sei giocatori di colore (o otto, se si contano anche Varane e Tolisso, di madri bianche) e uno di origine araba. Una composizione insomma che non è rappresentativa della popolazione totale, ma che suscita lo stesso un immenso sentimento di orgoglio nazionale.

Da un lato, la maggioranza franco-francese si riconosce pienamente in un gruppo di ragazzi dai tratti somatici non caucasici – come non notare le immagini di borghesi dei beaux quartiers travestiti con le maglie di giocatori dai nomi completamente africani! Dall’altro, la minoranza non-bianca osserva quasi sbigottita il successo dei suoi eroi in un terreno dove apparentemente regna sovrana la meritocrazia e lo celebra cantando la Marsigliese e la sua chiamata alle armi contro l’invasore dal sangue impuro.

Con buona pace dei sovranisti-alla-matriciana secondo cui la Francia multietnica e multiculturale ha rinunciato a essere Patria per conquistare un Mondiale.

Dopo la prima stella del 12 luglio 1998 (quando a dire il vero non scese in campo nessun giocatore nero nato nelle banlieues e Zidane fu l’unico di origine nord-africana) si abbondò nella retorica a buon mercato della nazione black-blanc-beur. Nei 20 anni successivi le discriminazioni invece sono continuate, e forse si sono pure intensificate, e questa volta nessuno o quasi si illude che sia sorta una nuova estemporanea identità transalpina sinonima di égalité. Secondo France Stratégie, le discriminazioni costano svariati punti di Pil (tra 3,6% e 14,1% a seconda dello scenario) perché impediscono di utilizzare al meglio le risorse umane a disposizione della società e dell’economia.

A farne le spese sono soprattutto le donne di origine africana, ma anche antillese. E chiaramente le criticità non si limitano al mercato del lavoro: secondo il Défenseur des droits, giovani “percepiti come neri o arabi” hanno una probabilità 20 volte più elevata di essere fermati dalle forze dell’ordine per un controllo casuale.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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