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Fed e taglio tassi: The Day After e il "retrogusto amaro"

Fed e taglio tassi: The Day After e il "retrogusto amaro"

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

01 Agosto 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • La mossa era largamente attesa e prezzata dai mercati, ma ciò non è bastato a renderla universalmente accetta

  • “Non credo che il recente annuncio della Fed sia indicativo di un ciclo di allentamento tale da portare i tassi a zero o a livelli negativi”

  • “C’è però un tema che potrebbe esercitare una pressione al ribasso sui tassi Fed: il differenziale tra i rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e l’equivalente in altri paesi, come i bund a 10 anni della Germania”

  • La sensazione è quella di “una Fed che abbassa i tassi quasi controvoglia, per rispondere alle pressioni esterne, che siano il rallentamento economico fuori degli Usa o l’insistenza di Trump. E’ uno stato di cose che può alimentare incertezza per qualche tempo”

All’indomani del primo taglio dei tassi Fed in più di dieci anni, gli asset manager possono definirsi unanimemente discordi. Da chi non lo reputa l’inizio di un ciclo a chi pensa che Powell lo abbia fatto “controvoglia”. In un contesto ancora espansivo, la parola chiave è allora “irrilevanza”?

La Fed e il taglio dei tassi: una rondine non fa primavera

Unanimemente discordi potrebbero definirsi i pareri degli asset manager all’indomani del taglio dei tassi Fed. La mossa era largamente attesa e prezzata dai mercati, ma ciò non è bastato a renderla universalmente accetta. Per molti versi l’economia Usa è ancora forte. I numeri pubblicati il 26 luglio 2019 rivelano che la fiducia dei consumatori è aumentata. Come rileva l’Economist poi, si è leggermente ridotto il rischio sulle finanze pubbliche grazie ad un accordo raggiunto il 22 luglio 2019 sull’innalzamento del tetto dell’indebitamento. D’altro canto però le imprese non condividono la stessa fiducia dei consumatori. Secondo la Federal Reserve Bank of New York, gli investitori starebbero prezzando il debito pubblico Usa a livelli che, una volta su tre, storicamente hanno portato ad una fase recessiva nell’arco di 12 mesi. Ecco dunque l’analisi di chi tasta il polso dei fondi di investimento tutti i giorni.

“Non ci saranno altri due tagli dei tassi da parte della Fed nel 2019”

Per Stefania Paolo, country head per l’Italia di Bny Mellon Investment Management, quello del 31 luglio 2019 sarà l’unico taglio dei tassi Fed nell’anno. “Non credo che il recente annuncio della Fed sia indicativo di un ciclo di allentamento tale da portare i tassi a zero o a livelli negativi”. Il motivo è che gli Usa sono strutturalmente diversi in termini (anche) demografici da altri paesi avanzati che stanno vivendo in un conteso di tassi bassissimi da lungo tempo. “Negli Usa non ci sono gli stessi problemi demografici che caratterizzano altre regioni sviluppate. In paesi come la Germania, dove i bund sono a rendimenti negativi, o il Giappone, che viene da 20 anni di tassi bassi, il driver principale delle politiche monetarie accomodanti sta proprio nell’impatto delle dinamiche demografiche sull’economia reale”.

“C’è però un tema che potrebbe esercitare una pressione al ribasso sui tassi Fed: il differenziale tra i rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni (che di recente si aggirano intorno al 2%) e l’equivalente in altri paesi, come i bund a 10 anni della Germania (tra il -0,2% e il -0,4% da inizio giugno)”.

Conclude la Paolo: “Dubito però che vedremo altri due tagli dei tassi da parte della Fed nel 2019. Sarebbe un percorso sin troppo aggressivo, considerando la forza dei consumi e il basso tasso di disoccupazione negli Usa”.

“Corto circuito comunicativo”

Andrea Conti, Responsabile Macro Research di Eurizon: “La Fed ha tagliato i tassi, una misura accomodante che però ha lasciato un retrogusto amaro. Un po’ perché il Fomc non è stato compatto nella decisione, con due membri su dieci che hanno votato per tassi invariati. Un po’ perché Powell non si è voluto sbilanciare sulle prossime mosse, raffreddando le attese per un vero e proprio ciclo di ribasso dei tassi”.

“E’ la sensazione di una Fed che abbassa i tassi quasi controvoglia, per rispondere alle pressioni esterne, che siano il rallentamento economico fuori degli USA o l’insistenza del presidente Trump. E’ uno stato di cose che può alimentare incertezza per qualche tempo, anche perché l’estate, con la tipica rarefazione dei volumi, è soggetta a momenti di volatilità”.

“Nella sostanza però, alla fine, la Fed farà la cosa giusta”.

“Le pressioni inflazionistiche sono virtualmente assenti e questo lascia alle banche centrali le mani libere per stimolare la crescita appena questa perde slancio. Se le indicazioni di debolezza della crescita globale proseguiranno, ritengo che la Fed non esiterà a giocare il ruolo della banca centrale per l’economia mondiale e taglierà i tassi in modo da contenere il rischio di una ricaduta sull’economia americana. Diversamente, se la crescita smettesse di rallentare, mi aspetto che la Fed tagli meno del previsto semplicemente perché non ce ne sarà bisogno”.

Dopo la riunione di ieri si è aperto un corto circuito comunicativo Fed – mercati, va rilevato. Ma pensare a un vero e proprio errore di valutazione da parte della Fed non sarebbe corretto.

 

Stefania_Paolo-Country_Head_BNYM_IM sul taglio tassi Fed
Stefania Paolo, country head per l’Italia di Bny Mellon Investment Management. Courtesy Bny Mellon IM
Andrea Conti, Responsabile Macro Research di Eurizon. Courtesy Eurizon

Gli altri asset manager

Ronald Temple, head of Us equity, Lazard Asset Management, lamenta che “l’inversione a U della Fed è stata tutt’altro che fluida”. Nick Wall, co-gestore del fondo Merian Strategic Absolute Return Bond Fund, Merian Global Investors, lamenta che il taglio potrebbe rivelarsi “un’occasione mancata. Crediamo infatti che la Fed avrebbe dovuto spingersi oltre e ridurre i tassi di 50 punti base, al fine di indebolire il dollaro, aumentare le aspettative di inflazione e rendere più ripida la curva dei rendimenti dei Treasury”. La stessa delusione per il taglio tiepido viene espressa da  Olivier Marciot, Investment Manager di Unigestion.

Quello della comunicazione resta comunque un problema. “I mercati hanno fatto fatica ad adeguarsi al “wording” di Powell. Tra tagli difensivi e una crescita economica statunitense ancora florida”, interpretano i commenti come meno accomodanti del previsto. “L’indice S&P500 è in ribasso, i rendimenti a 2 anni Usa in crescita e il rafforzamento del dollaro“. E’ il commento di Esty Dwek, head of Global Market Strategy Dynamic Solutions, Natixis Investment Managers.

Prudenza preventiva e “buio”

“Se da un lato questa decisione ha le caratteristiche di un taglio preventivo, ora il Fomc potrebbe assumere un atteggiamento attendista”. Potrebbe vedere quindi “se effettivamente i timori relativi alla guerra commerciale e al rallentamento globale si concretizzeranno. Probabilmente questo messaggio meno accomodante sarà accompagnato da un incremento dei tassi a breve termine e dall’appiattimento della curva dei rendimenti. È anche possibile che il dollaro salga ulteriormente, mentre i mercati azionari potrebbero non accogliere favorevolmente le ridotte prospettive di ulteriori aumenti dei tassi in futuro”. E’ invece l’osservazione di Lee Ferridge, responsabile Multi-Asset Strategy per le Americhe di State Street Global Markets.

Stefan Scheurer, director di Global Capital Markets& Thematic Research, Allianz Global Investors, nella sua analisi mensile, prende invece atto che la Fed non poteva fare a meno di adottare la promessa svolta accomodante. Come le altre banche centrali.

Giovanni Cuniberti, responsabile consulenza fee-only di Gamma Capital Markets, aggiunge che “la fiducia nell’economia Usa rimane alta, anche se la guerra commerciale è al momento di non facile lettura per i modelli di scenario della Fed. I mercati non l’hanno presa bene. Capiremo solo nei prossimi giorni il tono e soprattutto i volumi nelle discese”. Continua poi dicendo che “ci aspetta un periodo di buio”. I motivi, fra gli altri, sono da ravvisarsi nella ripresa dei colloqui sulla guerra commerciale in settembre, nella prossima seduta della Fed stessa, prevista per il 17 e 18 settembre e infine per l’incertezza sulle prossime mosse della Bce, forse più chiare dal 12 settembre.

Nella sostanza però, alla fine, la Fed farà la cosa giusta
BY Andrea Conti, Responsabile Macro Research di Eurizon
Teresa Scarale
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