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Export Italia-Usa a rischio, è attesa sull’apertura delle frontiere

Export Italia-Usa a rischio, è attesa sull’apertura delle frontiere

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

29 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di sbocco dei prodotti italiani, con un flusso di merci nel 2019 dal valore di 45,5 miliardi

  • “L’Italia è uno dei paesi più export oriented al mondo”, spiega Lucio Poma, responsabile scientifico dell’area industria e innovazione di Nomisma

  • Secondo un’analisi di Coldiretti, la chiusura delle frontiere agli Stati Uniti potrebbe generare un buco per 1,8 miliardi di euro

Secondo un’analisi di Nomisma in collaborazione con Cribis, se il pil statunitense dovesse contrarsi dell’8% come previsto dall’Fmi, rischiano di andare in fumo 7,8 miliardi di euro, pari al 17% del flusso di esportazioni verso i paesi a stelle e strisce. È attesa sulla riapertura delle frontiere europee. Quali saranno gli effetti per le imprese italiane?

Il cielo delle imprese italiane non accenna a schiarirsi. Se da un lato l’Europa si prepara a riaprire le frontiere esterne ad alcuni paesi dove l’andamento dei contagi appare contenuto, per gli Stati Uniti potrebbe essere ancora il tempo dell’attesa. Un aspetto che potrebbe avere dei risvolti negativi sulle aziende esportatrici nel Nuovo Continente.

Secondo un’analisi di Nomisma in collaborazione con Cribis, gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di sbocco dei prodotti italiani, con un flusso di merci nel 2019 dal valore di 45,5 miliardi, preceduti unicamente dalla Germania con 58,1 miliardi. I dati del Fondo monetario internazionale, che la scorsa settimana ha stimato una contrazione del prodotto interno lordo statunitense dal -4,9 all’-8,0%, potrebbero avere dunque degli effetti particolarmente negativi anche sul tessuto imprenditoriale italiano.

Calcolando le diverse elasticità dell’export di tutti i comparti che esportano verso gli Stati Uniti rispetto alla variazione del pil statunitense dal 1995 al 2019, Nomisma ha calcolato che, qualora le previsioni sul 2020 venissero confermate, sarebbero a rischio 7,8 miliardi di euro, pari al 17% del flusso di esportazioni verso i paesi a stelle e strisce. I settori maggiormente colpiti sono quelli che vengono definiti come “altre attività manifatturiere” (tra gli altri, gioielli, strumenti musicali, articoli sportivi e giocattoli) che conoscerebbero una contrazione del -37% per 1,7 miliardi di perdite. Seguono i prodotti tessili, l’abbigliamento pelli e accessori che perderebbero 1,1 miliardi (-28%) e i macchinari e gli apparecchi n.c.a., per i quali è prevista una contrazione del 15% per 1,26 miliardi.

“L’Italia è uno dei paesi più export oriented al mondo”, spiega Lucio Poma, responsabile scientifico dell’area industria e innovazione di Nomisma. “Per questa ragione, se i principali mercati rallentano, vi è un aggravio dei riflessi negativi”. Secondo Poma, la chiusura delle frontiere in questo contesto potrebbe dare “adito a contromosse dalle controparti e a un restringimento del mercato”. Un chiaro svantaggio per un Paese che si basa sull’esportazione fin dagli anni ’80. “Si parla di una riapertura verso la Cina e una chiusura verso l’America. Una decisione che potrebbe essere legata alle questioni sanitarie, ma è anche un chiaro segnale che parte dei nostri interessi economici stanno andando sempre più verso Oriente”, continua Poma.

“Di sicuro qualsiasi elemento che rallenti il commercio, dalla chiusura delle frontiere all’applicazione dei dazi, al timore delle persone di ammalarsi, per l’Italia è uno svantaggio. Non avendo materie prime proprie, come nel caso del Giappone, deve prenderle da altri paesi, lavorarle, dargli un valore aggiunto e poi rivenderle sul mercato. È bene che riparta la domanda interna, ma l’export è una priorità assoluta”, conclude.

Intanto, l’attesa decisione dell’Unione europea potrebbe avere degli effetti negativi anche sulla filiera del turismo. Secondo un’analisi di Coldiretti, la chiusura delle frontiere agli Stati Uniti potrebbe generare un buco per 1,8 miliardi di euro, considerando che solo nel terzo trimestre del 2019 sono stati registrati 12,4 milioni di pernottamenti di viaggiatori statunitensi. Il vuoto, precisa l’associazione, non sarebbe tra l’altro compensato dal turismo domestico. Le evidenze di Coldiretti e Ixé mostrano che appena 34 milioni di italiani prevedono di andare in vacanza per qualche giorno nei prossimi mesi. Restano in bilico, dunque, 612mila imprese, pari al 10,1% del sistema produttivo nazionale. Per non dimenticare 2,7 milioni di lavoratori, il 12,6% dell’occupazione nazionale secondo le stime di Unioncamere.

Rita Annunziata
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