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Europa, un continente selvaggio

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Alberto Negri
Alberto Negri

16 Luglio 2018
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C’è chi difende l’Unione Europea e chi crede che sia un problema: quasi nessuno ha voglia di ricordare da dove siamo ripartiti come continente dopo la seconda guerra

Tutta colpa dell’Europa? Una volta William Hague, il politico britannico conservatore, descrisse l’euro come un edificio in fiamme senza uscite. Forse non aveva del tutto torto. L’Italia ha sempre fatto un’enorme fatica a rispettare i criteri della moneta unica: per quasi vent’anni l’Italia ha avuto una crescita economica debole, inferiore per esempio a quella della Spagna o della Francia, mentre le condizioni di vita non sono migliorate, lasciando alla popolazione la netta sensazione, percepita, che siano solo peggiorate. Per questo l’Italia si è rivolta contro i vecchi partiti spostando i voti su movimenti euroscettici e populisti. Il populismo ci sembra a volte inaccettabile e ideologico ma descrive anche sentimenti e sofferenze reali.

Ma uscire dall’euro non si può

L’Unione non ha previsto una procedura per consentire ai Paesi membri di lasciare l’euro in caso di volontà popolare. Ed è facile capire perché: se i mercati avessero l’impressione che un governo vuole uscire dall’euro, i titoli di stato diventerebbero sempre più rischiosi, i tassi di interesse schizzerebbero per innescare una crisi finanziaria e bancaria, con annessa una profonda recessione. Come ha già scoperto la Grecia, uscire dalla moneta unica non è possibile.

Lo riconobbe tempo fa anche il battagliero ex ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis: “Fare l’euro è stato un errore ma ora non possiamo tornare indietro. L’unica soluzione è democratizzare l’Unione”. Non ci sono molte soluzioni. Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un pacchetto di riforme sull’unione fiscale e monetaria diretta da un ministro delle Finanze europeo: ma anche se avesse il sostegno della cancelliera Angela Merkel difficilmente il piano sarebbe sostenuto da altri. L’alternativa sarebbe concedere maggiore libertà sulle politiche di bilancio ma le regole attuali, se vuoi maggiori margini di manovra interni, impongono tagli e austerità. Probabile quindi che tutto resti come prima sperando che la situazione migliori ma c’è il rischio, in presenza di una nuova crisi, che il metaforico palazzo di Hague possa anche crollare. Alla fine tutti si attaccano sempre alla Banca centrale europea, alla politica di Mario Draghi del Quantitative easing che però tra qualche mese lascerà l’incarico. Ma c’è dell’altro. Sul Financial Times Wolfgang Munchau si faceva una domanda più profonda: perché i populisti in Europa sono al potere o vicini a esserlo? Perché i partiti di centro, è la sua risposta, hanno fallito le aspettative popolari sul piano economico.

In poche parole stiamo forse per imparare, di nuovo, la lezione della repubblica di Weimar. Se le democrazie liberali non sono in grado di garantire il benessere economico alla maggioranza della popolazione nel lungo periodo sono destinate a scomparire, insieme alle istituzioni finanziarie de economiche che hanno creato.

Che cosa è successo durante e dopo la seconda guerra mondiale?

Sembra che lo sappiano tutti ma non è così: le nuove generazioni ne hanno un’idea assai vaga perché sono stati educate lontano da quel periodo, in un benessere e in uno stato di sicurezza che sembrava illimitato e senza fine. L’Europa non è sempre stata così, cadenzata dai ritmi burocratici di Bruxelles e dell’Unione Europea, accarezzata dai fondi strutturali a pioggia e dall’Erasmus per tutti. L’Europa alla fine della seconda guerra mondiale era un continente selvaggio. Un mondo i cui confini si erano dissolti, lasciando un paesaggio di rovine materiali e morali. “Potevamo vedere la distruzione fisica ma l’effetto dell’ampio crollo economico e della distruzione politica e psicologica ci sfuggiva completamente”: sono le parole dell’allora sottosegretario di stato americano Dan Acheson.

Non c‘erano più governi, né su scala nazionale né su scala locale, niente scuole, università, biblioteche. Non si poteva più accedere ad alcuna informazione, la radio funzionava saltuariamente e non si stampavano neppure giornali perché non c’era la carta. Non c’erano ferrovie funzionanti, veicoli, benzina, telefoni. Venti milioni di tedeschi rimasero senza casa per la distruzione delle loro città e continuarono a fare la spesa con le tessere annonarie fino agli anni Cinquanta. In Italia un terzo della rete stradale era impraticabile ed erano stati polverizzati 13 mila ponti. In Unione Sovietica 32mila fabbriche erano andate distrutte. Le città europee erano state talmente bombardate, incendiate e depredate che apparivano come scheletri, gusci vuoti con strade spettrali. Non c’erano banche ma questo non era un gran problema visto che il denaro non aveva più nessun valore e i negozi non avevano niente da vendere. Legge e ordine erano praticamente inesistenti perché non c’erano né forze di polizia e neppure i giudici. Si rubava tutto, chi impugnava un fucile arraffava tutto quello che poteva, non c’era vergogna o moralità. C’era soltanto la sopravvivenza. Gli ebrei continuavano a essere perseguitati come lo erano stati durante la guerra, tra il 1945 e il 1947 decine di milioni di uomini, donne e bambini furono cacciati dai loro Paesi in una delle più colossali operazioni di pulizia enica che il mondo abbia mai conosciuto.

Questo era il Continente Selvaggio, titolo di un ottimo libro di Keith Lowe uscito qualche tempo fa che ricostruisce il dopoguerra europeo.

Non che queste vicende non le abbiamo viste anche in questi decenni. L’origine della violenza in Ucraina degli anni passati risale proprio alla seconda guerra mondiale e in parte ha ricordato quella già vissuta in Jugoslavia, disgregata sotto i nostri occhi negli anni’90. “Qui – mi disse in un’intervista a Belgrado Milovan Gilas, ex compagno di Tito – stiamo ancora regolando i conti della seconda guerra mondiale”. Anche allora l’Europa faceva fatica a comprendere o pensava di utilizzare con la consueta faciloneria l’implosione dei Balcani dopo il crollo del Muro di Berlino nell’89. Esattamente come oggi non riesce a ricordare e rimuove il passato recente, figuriamoci quello di oltre settanta anni fa. La seconda guerra mondiale, la più distruttiva della storia, aveva devastato non solo fisicamente il continente ma anche le sue istituzioni: il sistema politico era così decomposto che gli americani temevano una guerra civile di portata europea. “L’Europa – scriveva il New York Times nel marzo del 1945 – è in una condizione che nessun americano può sperare di capire”.

Che l’Europa sia riuscita a tirarsi fuori da questo pantano fino a diventare un continente prospero e tollerante appare quasi un miracolo. Provate ad andare in giro a raccontarlo: questa Europa viene da lì. Ma non vi daranno retta.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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