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Il turbo-nazionalista Erdogan stravince in Turchia

09 Agosto 2018 · Alberto Negri

Cosa c’è alla base della popolarità di Erdogan? il “turbo-nazionalismo” del presidente della Turchia sembra essere il vero carburante propagandistico

Per capire la popolarità di Recep Tayyip Erdogan, presidente con pieni poteri, capo quasi assoluto della Turchia, noi giornalisti dovremmo frequentare meno la brillante e intellettuale borghesia di Istanbul e un pò di più la Turchia profonda: una considerazione che mi veniva conversando a Istanbul con Ferzan Ozpetek, il regista di “Napoli Velata” e di altri film eccellenti, quasi tutti ispirati alla tradizione italiana, come lui stesso sottolinea con orgoglio. Dal 2002 il partito islamico l’Akp ha vinto 12 elezioni e comunque in un decennio i turchi hanno raddoppiato il loro reddito medio pro capite, la stessa Turchia è al 17° posto tra le economie mondiali e il Reìs Erdogan ha l’ambizione di portarla tra le prime dieci quando nel 2023 festeggerà da presidente il centenario dello stato fondato da Kemal Ataturk sulle rovine dell’Impero Ottomano. Per quanto nell’ultima campagna elettorale il suo concorrente più serio, Muharrem Ince del partito repubblicano Chp, abbia rivitalizzato l’opposizione con comizi oceanici, da quasi una generazione i turchi sono inclini a dare più fiducia a Erdogan che a chiunque altro.E ancora di più – soprattutto dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 – una maggioranza consistente dei turchi è disposta anche a passare sopra a centinaia di migliaia di arresti di gulenisti e non.

Come mai? Perché il Reìs assicura continuità e comunque il proseguimento di un sogno di modernizzazione ed emancipazione economica e sociale delle fasce più tradizionali della popolazione che i secolaristi non sanno assolutamente intercettare”. Me lo spiega con grande chiarezza un uomo d’affari affermato come Aldo Kaslowski, presidente onorario della Ferrero-Turchia, capo dell’Organik Holding, esponente di primo piano della Tusiad, la Confindustria turca. Kaslowski è un italo-istanbuliota dalla storia personale complessa e dalla carriera imprenditoriale prestigiosa. La sua famiglia viene dalla Polonia, i suoi antenati si stabilirono in Piemonte qualche secolo fa. Poi suo nonno, ingegnere ferroviario, venne chiamato a fine ottocento dal sultano Abdülhamid II per occuparsi dei collegamenti via treno dell’Impero ottomano. I Kaslowski ci sono rimasti, in quella che è poi diventata nel 1923 la Turchia. E oggi sono arrivati alla quinta generazione, mantenendo la doppia cittadinanza turca e italiana. “Non è il confortevole cosmopolitismo borghese che vince in Turchia – spiega Aldo-ma un forte e talora esasperato nazionalismo. Anzi un turbo-nazionalismo, come dimostra l’alleanza elettorale vincente forgiata da Erdogan e dall’Akp, il partito islamico e tradizionalista, con la formazione di ultra-destra Mhp, i famosi Lupi Grigi fondati dal colonnello Arsplan Turkes negli Sessanta e Settanta, il cui esponente più noto da noi fu Ali Agca, l’attentatore di Papa Woytila.

In Turchia alle ultime elezioni hanno festeggiato il Reis Erdogan, Develet Bahceli, capo dell’Mhp e i curdi di Diyarbakir che hanno accolto con entusiasmo l’ingresso in Parlamento del partito Hdp, il cui leader Salahettin Demirtas per altro è ancora è ancora in carcere. Il dato forse più inatteso e interessante è stata proprio l’affermazione alle urne dell’Mhp il Partito del movimento nazionalista, ultranazionalista, ferocemente anti-curdo, euroscettico. Alla vigilia era dato a meno del 6-8% e sembrava che Erdogan fosse la sua àncora di salvezza per sopravvivere: superando l’11% ha invece regalato all’Akp anche la maggioranza in Parlamento. E’ questo il partito dei Lupi Grigi, esponenti di quel Derin Devlet, lo “Stato Profondo”, che storicamente sa come nuotare e manovrare nelle acque più torbide della politica turca. Eredi dell’alleanza negli anni Settanta e Ottanta con la Cia, erano loro i membri delle reti clandestine anti-comuniste Stay Behind (Gladio) della Nato. Ultranazionalisti ma anche con una componente religiosa: il fondatore dell’Mhp, il colonnello Alparslan Turkes affermava che “il nazionalismo rappresentava la politica del suo partito e l’Islam la sua anima”. Un movimento fedele a una visione turco-centrica delle relazioni internazionali, favorevole al ripristino della pena di morte, promessa che ogni tanto Erdogan rinnova sollevando i brividi dell’opposizione e dell’Europa. il turbo-nazionalismo, ancora più della religione, è diventato così il vero carburante propagandistico di Erdogan, usato anche per oscurare i cattivi risultati dell’economia. Per il Sultano si profila un mandato di cinque anni con poteri quasi assoluti, ma in un Paese sempre spaccato a metà, diviso tra religiosi e laici, tra nazionalisti e curdi, con un’economia che batte in testa e una lira vulnerabile sui mercati. Per questo si attende da Erdogan un governo forse meno strettamente legato alla cerchia del clan Akp e con qualche elemento più presentabile sulla scena internazionale per guadagnare credibilità sui mercati. Cosa farà in politica estera? L’avvicinamento alla Russia e i rapporti con l’Iran per il momento non sembrano in discussione.

Il vero nodo è il rapporto con gli Stati Uniti e la Nato, di cui la Turchia è un membro storico: la recente consegna ad Ankara del primo caccia F-35, che per altro resta negli hangar americani, sembra un segnale di disten- sione come pure le operazioni militari congiunte con gli Usa nel Nord della Siria. Ma il fatto che l’Imam Fethullah Gulen, ritenuto l’ispiratore del fallito golpe, resti in esilio negli Stati Uniti costituisce un motivo di tensione latente. Quanto all’Europa resta importante: Erdogan è il guardiano ben pagato di tre milioni di profughi siriani, quasi il 50% dell’export turco va in Europa mentre il 70% del debito delle imprese è contratto con banche europee. Ma l’Europa come approdo politico appare sempre meno attraente, soprattutto questa Unione sempre più litigiosa e disunita.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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