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La difficile partita sulla Libia

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Alberto Negri
Alberto Negri

03 Aprile 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Dalla decisione di partecipare ai raid contro Gheddafi nel 2011, la politica italiana è stata perdente e priva di credibilità. Ma la nostra presenza nella regione resta strategica per i nuovi equilibri del Mediterraneo

C’è aria di una nuova spartizione della Libia. Come sono andate le cose sulla Sponda Sud non lo vuole dire nessuno, forse perché in futuro potrebbe andare anche peggio, soprattutto per gli interessi italiani. Il Financial Times descrive l’attuale guerra in Libia come un conflitto per procura e di interferenze straniere: ma non spreca una riga sull’intervento inglese, francese e americano del 2011 che ha rovesciato Gheddafi.

Senza i raid i ribelli non avrebbero mai superato la periferia di Bengasi, come da diretta testimonianza di chi scrive, che era lì nel 2011. Furono i bombardamenti stranieri a dare la vittoria ai rivoluzionari che altrimenti sarebbero stati sconfitti. L’Italia partecipò ai raid, passati sotto il comando Nato, con l’idea che altri avrebbero potuto occupare impianti del gas e petroliferi dell’Eni. A prima vista sembrò una decisione dettata dallo stato di necessità. In realtà sarebbe stato meglio che avessimo dichiarato la neutralità visto che con Gheddafi avevamo firmato sei mesi prima accordi miliardari anche nel campo della sicurezza e della difesa.

In poche parole siamo stati percepiti, non solo in Libia ma in tutto il Nordafrica, come un paese che aveva tradito quello che fino al giorno prima era il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo. Da quel momento la politica italiana in Libia è stata perdente e priva di credibilità: siamo caduti sotto il ricatto di milizie e personaggi da quattro soldi che usando i profughi hanno gettato non solo la Libia ma anche l’Italia nello scompiglio e nella confusione.

Ora bisogna guardare al futuro. Parlando con il capo dell’Eni Claudio De Scalzi ho percepito che la Libia per noi sarà ancora molto importante. La Turchia, con le spregiudicate manovre di Erdogan con l’amico-nemico Putin e nel Mediterraneo orientale, ci ha messo in difficoltà: sarà Ankara non noi a diventare un hub dell’energia per l’Europa. La Libia però, attraverso la pipeline del Green Stream – un gasdotto lungo 520 km che collega la Libia con l’Italia – potrebbe comunque diventare ancora più necessaria per aumentare i nostri rifornimenti di gas e sganciarci in parte dalla Russia e da altri fornitori. Tra l’altro alcuni dei progetti nel campo del gas nel Mediterraneo orientale saranno probabilmente ridimensionati: secondo l’Eni infatti non si farà il famoso gasdotto East-West per convogliare il gas egiziano, israeliano e di Cipro verso l’Europa. Costa troppo e soprattutto non risponde più alle esigenze dei mercati che richiedono maggiore flessibilità per i rifornimenti di gas che vanno insieme alla congiuntura economica.

L’Eni tra l’altro rimane il maggiore operatore in Libia, sia per il gas che per il petrolio e fornisce l’80 per cento dell’energia consumata nel Paese, dalla Tripolitania alla Cireanaica. Insomma è un “asset” strategico e proprio per questo il generale Khalifa Haftar, rivale del governo di Tripoli, punta a impadronirsi anche dei terminali del gas a Mellitah da dove parte il Green Stream. Se al generale, sostenuto da Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita e in parte della Francia, riuscirà questa mossa allora la partita libica sarà in gran parte decisa, nonostante la Turchia di Erdogan con armi e jihadisti, cerchi di mantenere in piedi il governo Sarraj, ormai un fantoccio nella mani di Ankara che gli ha fatto firmare persino un Memorandum per lo sfruttamento delle risorse del gas a Cipro contro ogni convenzione del diritto internazionale. Ecco perché la stampa britannica si è improvvisamente risvegliata e parla di Libia.

Qui si gioca una partita più grande. Una parte del governo Sarraj, vista la mala parata, ha chiesto agli americani di aprire una base militare in Libia per frenare l’influenza della Russia. Insomma c’è il tentativo di riaprire un capitolo di guerra fredda sull’ex Quarta Sponda. Non dimentichiamo che dopo la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale, furono proprio gli inglesi ad avere il mandato internazionale sulla Libia e insediarono il senusso re Idris sul trono. Da anni non era mai stato a Tripoli: tanto è vero che proclamò la monarchia con un discorso da Bengasi. Una parte della Libia ricadeva sotto l’influenza francese nel Fezzan mentre gli americani diventarono i principali partner quando si scoprì il petrolio, fino naturalmente al colpo di stato di Gheddafi nel 1969. Adesso gli attori in campo, oltre a quelli tradizionali, sono tanti, dalla Russia, all’Egitto, alla Turchia, alle monarchie del Golfo. Tra tutti quello che sembra contare di meno è proprio l’Italia. Ma c’è aria di spartizione. E noi non possiamo fare finta di nulla.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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