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Deglobalizzazione: da cosa nasce il trend del Millennio

24 Gennaio 2019 · Teresa Scarale · 3 min

  • L’onda lunga della crisi del 2008 è arrivata a modificare la geografia degli scambi commerciali internazionali

  • Con essa, altri fattori che prima erano incentivo all’espatrio oggi sono in realtà remora alla diversificazione internazionale della catena del valore

  • Nei trimestri a venire, molti analisti potrebbero scambiare questo mutamento strutturale per una fluttuazione ciclica, ma si tratta di qualcosa di più fondante

L’ultimo report di Nomura fa il punto sull’affievolirsi in atto della globalizzazione, o della cosiddetta deglobalizzazione. Un fenomeno ben evidente anche se dal quadro si tolgono Brexit e dazi Usa – Cina, perché si tratta di tendenze strutturali

L'andamento del commercio internazionale dei beni. Fonte Nomura
Andamento dello scambio internazionale dei servizi. Fonte Nomura

Chi lo avrebbe mai detto, durante i furori commerciali degli anni Novanta, culminato con l’ingresso della Cina nel Wto (11 dicembre 2001). Eppure lo slancio della globalizzazione si sta affievolendo. Tanto da far parlare molti di “deglobalizzazione”. Un termine non agevole, ma che ben coglie le tendenze profonde dell’economia attuale. Si tratta di un fenomeno che, secondo la banca d’affari giapponese Nomura, sarebbe evidente anche in assenza di Brexit e guerra dei dazi.

Ammesso che le tendenze “anti-scambio” attuali conducano a

  • una più debole espansione del commercio,
  • un accesso limitato ai mercati internazionali e
  • ad un bacino inferiore di risparmi internazionalmente “mobili”,

ci saranno serie conseguenze per mercati azionari, tassi e più in generale per ogni altro asset finanziario.

I fattori della deglobalizzazione

Lavoro a basso costo: fine di un’era?

Secondo Nomura, l’epoca della forza lavoro a bassissimo costo starebbe per concludersi. E l’inflazione dei salari comprimerà sempre più i margini di profitto e i rendimenti azionari.

Restrizioni finanziarie nel dopo crisi

Facendo il paio con lo stallo della circolazione dei beni e dei servizi, anche il “ricircolo” internazionale dei risparmi si è affievolito nel dopo crisi 2008. Come scritto su queste pagine, forse la vera fine del “secolo breve”, si  compì allora. Per dirla in altre parole, anche i flussi internazionali dei capitali stanno vivendo un trend di deglobalizzazione. Negli ultimi dieci anni secondo Nomura si è assistito a sforzi di deleveraging, con conseguenti effetti sulla domanda e l’offerta di credito. Inoltre, vi sono stati incentivi da parte dei governi a tenere i capitali onshore.

Riduzione degli incentivi ad esternalizzare

O meglio, riduzione degli incentivi a riallocare capitali e soprattutto lavoro al di fuori dei confini nazionali. Si tratta di una delle prime conseguenze di quanto scritto sopra: il costo del lavoro estero spesso non viene più ritenuto così conveniente e non è più considerato elemento di diversificazione nella Gvc (global value chain). I dati di Nomura in particolare mostrano una chiarissima tendenza ormai verso la convergenza del costo del lavoro fra Cina e Usa.

Protezionismo

Non solo i recenti tafferugli commerciali. Se è vero che le tariffe monetarie sono diminuite negli ultimi vent’anni, è anche vero che sono aumentate le barriere non tariffarie, più difficili da individuare. Fra queste comunque emergono soprattutto le misure anti-dumping e i cosiddetti diritti compensativi.

Riduzione ineguale o addirittura aumento delle tariffe

I dati dimostrano come in realtà la riduzione delle barriere tariffarie fra paesi sia stata molto ineguale negli anni Duemila, spesso anzi a senso unico. Si pensi al caso della Cina, la quale nel periodo 2007 – 2016 non aveva sostanzialmente toccato le sue tariffe al contrario degli Usa, che le avevano ridotte.

Tech

L’effetto delle tecnologie emergenti deve ancora fare il suo ingresso nei dataset. E si tratterà di fattori che porranno un freno alla globalizzazione. Si pensi ad esempio alla tecnologia di stampa 3D: riduce la convenienza di ricercare lavoro a basso costo all’estero, comprimendo allo stesso tempo verso il basso i salari nazionali. Per di più, i paesi più ricchi e istruiti, già dotati di contesti regolamentativi adeguati, avranno solo da beneficiare da un accorciamento della catena del valore la quale tenga quanti più “pezzi” possibili in “casa” grazie al tech.

Cina

Il Dragone sta perdendo il suo effetto “strabiliante” sui flussi commerciali mondiali. In parte valgono le ragioni di cui sopra, comuni a tutte le economie contemporanee. Oltre a ciò, non si deve dimenticare che il Paese di Mezzo sta diventando un’economia matura, come evidenziato dal rapporto McKinsey.

Le implicazioni di mercato della deglobalizzazione

Isolarne gli effetti per i trimestri a venire non è semplice, essendo altre le questioni protagoniste dei titoli dei giornali (guerra commerciale, banche centrali, prezzi del petrolio, Brexit, ecc…). Il pericolo è che cambiamenti strutturali come questi trend di chiusura agli scambi vengano scambiati per fluttuazioni cicliche.

Il bel report di Nomura conclude quindi illustrando varie simulazioni al riguardo. In questa sede riportiamo quella relativa ai mercati finanziari: ci sarà un’ulteriore pressione verso il basso dei prezzi azionari, a causa di valutazioni più basse e profitti più deboli. Verso il basso andranno anche i rendimenti dei Treasury Usa. Oltre ai ridotti margini e all’impatto sulle valutazioni dovuti a una crescita più debole, gli effetti più tangibili saranno una più limitata possibilità di accesso ai mercati internazionali, una volatilità macroeconomica più elevata e una circolazione più lenta dei risparmi mondiali.

Teresa Scarale
Teresa Scarale