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Crediti deteriorati, a rischio 10 milioni di imprese e famiglie

Crediti deteriorati, a rischio 10 milioni di imprese e famiglie

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

25 Agosto 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Si parla di 2,2 milioni di clienti degli istituti di credito, accompagnati da obbligati, co-obbligati, garanti e dipendenti delle imprese debitrici in crisi

  • Secondo il Centro studi di Unimpresa, a trarne vantaggio sono i fondi cessionari che hanno acquistato pacchetti di crediti inesigibili al 10 o al 30%

  • “Bisognerebbe dare al debitore la possibilità di pagare in un periodo molto più lungo rispetto ai 36 mesi attuali”, commenta Gaetana Lorenza Ortisi

Sono 10 milioni i soggetti coinvolti nel fenomeno della cessione dei crediti deteriorati da parte delle banche ai fondi specializzati, per 360 miliardi di euro di prestiti non rimborsati. Ma cosa succede in questi casi e quali sono i rischi per famiglie e imprese? We Wealth ne ha parlato con Gaetana Lorenza Ortisi di Unimpresa e Andrea Clamer di illimity

Il fenomeno della cessione dei crediti deteriorati da parte delle banche ai fondi specializzati coinvolge oggi oltre 10 milioni di soggetti, tra imprese e famiglie, che sulla scia dello shock pandemico potrebbero conoscere nel breve termine un’ulteriore impennata. Si parla di 360 miliardi di euro di prestiti non rimborsati da oltre 2,2 milioni di clienti, accompagnati da obbligati, co-obbligati, garanti e dipendenti delle imprese debitrici in crisi. Ma non si tratta solo di numeri. Dietro i numeri, spiega il consigliere nazionale di Unimpresa Gaetana Lorenza Ortisi interpellata da We Wealth, “ci sono persone, imprese, posti di lavoro e famiglie che non sono stati tutelati, anzi, hanno ricevuto una spinta per impantanarsi ulteriormente”.

Secondo una ricerca del Centro studi dell’associazione, in particolare, la spinta in negativo è derivata da normative a livello nazionale ed europeo che avrebbero incentivato gli istituti di credito a continue cessioni massive dei crediti deteriorati, trascurando le correlate conseguenze sull’economia reale e sull’intera società. A trarne vantaggio sarebbero stati i fondi cessionari che, si legge in una nota, hanno acquistato pacchetti di crediti inesigibili al 10 o al 30%. In questo modo, le banche hanno ripulito i propri bilanci attraverso una vera e propria “svendita” di non performing loan, continuano i ricercatori, lasciando ampi margini di guadagno alle società specializzate nel recupero crediti.

Ma cosa succede in questi casi? “Appena il fondo specializzato viene in possesso di questi titoli, può decidere di gestirli personalmente o di affidarli in gestione a un’altra società – spiega Ortisi – Quest’ultima, una volta ricevuto l’incarico, invia immediatamente una lettera a tutti i debitori comunicando loro di essere diventata cessionaria del credito, che si occuperà della riscossione e che saranno contattati da un loro collaboratore telefonicamente. Successivamente, cercherà di riscuotere i crediti in via stragiudiziale. Qualora il debitore non riesca comunque a pagare, la pratica viene passata a un legale che farà a sua volta una lettera di messa in mora e, se non sortisce alcun effetto, inizierà l’azione legale a seconda della tipologia di credito”.

“Tipicamente un buyer di crediti non performing ha come primo obiettivo quello di raggiungere un accordo con il soggetto debitore, accordo che solitamente prevede uno sconto sull’importo dovuto o una dilazione temporale nel pagamento, che avviene in modalità bonaria e senza il ricorso a un iter giudiziale”, aggiunge Andrea Clamer, responsabile divisione distressed credit investment and servicing di illimity. L’iter giudiziale, spiega, “è sicuramente sconveniente sia per l’acquirente della posizione creditizia sia per il debitore, in quanto più costoso e più lento”.

Nel caso in cui si tratta di crediti ipotecari, continua ad esempio Ortisi, potrebbero essere aggrediti i beni sottoposti a ipoteca. Il rischio è che, se il debitore è proprietario di un immobile, anche se si tratta della prima casa, “finirà per perderlo perché sarà attivata la procedura esecutiva immobiliare e sarà messo all’asta”. “Ho tentato diverse volte di fare proposte transattive durante la fase dell’esecuzione immobiliare, ma difficilmente arrivano a una soluzione – spiega Ortisi – La dilazione che le banche concedono non è superiore a 36 mesi e richiedono anche un congruo anticipo, solo che il debitore al 99,9% non possiede né il congruo anticipo né riesce a saldare in 36 mesi”.

Secondo Ortisi, il nodo delle sofferenze bancarie a carico di famiglie e imprese dovrebbe essere risolto rapidamente, “altrimenti non sarà possibile rimettere in moto l’economia del nostro Paese”. Attualmente in Senato sono presenti tre disegni di legge, che recano “disposizioni per favorire la definizione delle sofferenze bancarie a carico di famiglie e imprese”, “disposizioni volte ad agevolare le prospettive di recupero dei crediti in sofferenza e a favorire e accelerare il ritorno in bonis del debitore ceduto” e “misure in materia di tutela della proprietà immobiliare sottoposta a procedura esecutiva”. Una soluzione, spiega Ortisi, potrebbe essere quella di unificare le tre proposte di legge, affrontando così “tutte le problematiche e salvaguardando i legittimi diritti delle parti”. Ma, indipendentemente dalla loro approvazione, un’ulteriore soluzione potrebbe essere quella di “dare al debitore la possibilità di pagare in un periodo molto più lungo rispetto ai 36 mesi attuali, rimodulando il mutuo in 10 anni o, comunque, in un periodo più agevole”.

Secondo Clamer, invece, per le famiglie “occorrerebbe creare progetti formativi di educazione finanziaria che possano portare a un corretto equilibrio tra debito e reddito”. Per le imprese, conclude, “il discorso è più complesso, anche se i concetti fondamentali legati a un corretto bilanciamento tra reddito, capacità di produrre cassa e oneri finanziari rimangono gli stessi”.

Rita Annunziata
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