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Credit Suisse: sull’Italia non c’è troppo ottimismo

08 Marzo 2019 · Giorgia Pacione Di Bello · 2 min

  • Credit Suisse prevede una crescita del Pil per il 2019 pari allo 0,1% contro lo 0,8% del 2018

  • Negli ultimi tempi la liquidità nei portafogli è aumentata notevolmente a causa dell’incertezza su dove investire

Anna Guglielmetti, responsabile gestioni istituzionali di Credit Suisse, si dichiara non troppo ottimista in merito alla situazione italiana. Il rallentamento della crescita nell’Ue non aiuta l’Italia che già si trova in difficoltà

“Purtroppo non sono molto ottimista. Il nostro paese non cresce da anni e ora anche nell’area euro si comincia a intravedere qualche segno di rallentamento della crescita che non ci aiuta”. Così Anna Guglielmetti, responsabile gestioni istituzionali di Credit Suisse, risponde in merito alla situazione italiana.

Guglielmetti, gli ultimi dati danno il debito italiano oltre il 132% e la crescita in frenata, come vedete il futuro del nostro Paese?

Purtroppo non sono molto ottimista. Il nostro Paese non cresce da anni e ora anche nell’area euro si comincia a intravvede qualche segno di rallentamento della crescita che non ci aiuta. Per il primo trimestre del 2019 mi aspetto una crescita negativa, confermando la tendenza del quarto trimestre 2018. Il rallentamento della crescita (noi prevediamo al momento una crescita del Pil pari allo 0,1% per il 2019 contro lo 0,8% del 2018) unito alle misure di politica fiscale espansiva previste per il 2019 faranno peggiorare il rapporto deficit/Pil e renderanno necessarie misure fiscali restrittive per il 2020.

Visto l’attuale situazione economica, su quali asset è meglio investire?

Come prima cosa la quota di liquidità presente nei portafogli è molto aumentata negli ultimi mesi, proprio perché è molto difficile decidere come allocare gli investimenti.
Cominciando dalla asset allocation tra azionario e obbligazionario, da un lato l’obbligazionario offre rendimenti molto bassi e in molti casi addirittura negativi, dall’altro i mercati azionari dopo il rally dei primi due mesi dell’anno sono nel breve più vulnerabili e soggetti a un possibile aumento della volatilità. Detto questo, la quota da attribuire all’azionario dipende dalla propensione al rischio del singolo investitore e dal suo orizzonte temporale di riferimento. Una volta decisa la quota da destinare all’azionario, che potrebbe essere indicativamente un 30% con un orizzonte temporale di tre anni e una propensione al rischio media, i mercati che preferiamo in questo momento sono quelli emergenti, che hanno perso tantissimo nel 2018 e ora sono tra quelli meno cari.

E per l’obbligazionario?

Per quanto riguarda il comparto obbligazionario, i governativi sono molto cari. Pensate che circa l’80% dei titoli di Stato tedeschi offre rendimenti a scadenza negativi, questa percentuale è pari al 53% per la Francia e così via per altri mercati dell’area euro. Diverso è il caso dell’Italia dove a parte i Bot fino a 6 mesi, tutti gli altri titoli hanno rendimenti a scadenza positivi. Le altre aree dell’obbligazionario diverse dai governativi, come i corporate e gli high yield sono relativamente meno cari, anche se lo spazio di ulteriore restringimento dello spread non è elevato. Le aree meno care all’interno dei mercati obbligazionari sono quelle dei titoli legati all’inflazione, dove però ritengo sia ancora presto per andare a investire, e i titoli dei mercati emergenti, dove allocherei una piccola parte del portafoglio preferibilmente tramite un fondo/Etf per avere una diversificazione tra i mercati, visto che i rischi sono molto elevati.

Il 2019 porta con sé situazioni non ancora risolte: Cina-Usa e Brexit. Cosa ci dobbiamo aspettare?

Sui rapporti commerciali Cina-Stati Uniti sembra ci siano stati dei passi avanti e la trattativa si sta avvicinando a una conclusione, che porterà nella direzione di una riduzione o di una rimozione dei dazi da entrambe le parti.
Per quanto riguarda invece la Brexit, mi sembra che Westminster non abbia la più pallida idea di come uscire dalla situazione in cui si è messa. Credo che l’area Euro sia disposta a fare lievi concessioni. Forse quello che potrebbe succedere è un rinvio dei termini di 6 mesi. Detto questo, le conseguenze potrebbero essere: grossi problemi di confini con l’Irlanda del Nord, la fuga delle aziende produttive dal paese e il grosso dubbio su cosa potrebbe succedere sulla piazza finanziaria di Londra.

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello
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