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Il covid, le donne e la gestione dei denari

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Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza

07 Marzo 2021
Tempo di lettura: 3 min
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Sono in media meno competenti e meno appassionate di finanza. Gestiscono il bilancio familiare, e hanno svolto un ruolo essenziale durante la pandemia. Ma anche quando sono single, quasi nel 40% dei casi, preferiscono delegare le questioni strategiche legate ai risparmi. Non amano i modi e il gergo della speculazione (che piacciono invece agli uomini) e sono più orientate al futuro e alla sostenibilità

L’Istat: su 101mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne. La pandemia ha allargato il problema della disparità di genere”: con questa notizia – riferita ai dati del mese di dicembre 2020 – la stampa ha riportato in luce il fatto che la relazione fra donna e lavoro, nell’era Covid, ha probabilità infinitamente maggiori di interrompersi, rispetto a quella dei loro colleghi maschi. Il dato si conferma anche osservando l’intero aumento della disoccupazione 2020: il 70%, degli oltre 400mila nuovi disoccupati, sono donne.

Allo stesso tempo la crisi Covid ha portato però all’elaborazione di nuove sensibilità in materia di gestione del denaro, di cui le donne sono state protagoniste. Le famiglie, spesso attraverso la figura femminile che gestisce il budget famigliare, hanno focalizzato “le cose che contano” nei consumi, hanno diminuito gli acquisti cercando di selezionarli per qualità ed opportunità. Hanno deciso di prestare più attenzione alla casa, investendo su di essa. Chi ha potuto ha anche aumentato la quota di risparmio, come dimostrano i dati di contabilità nazionale. Si è detto che il Covid è stata una opportunità (forzosa) per un corso di massa sulla tecnologia di relazione e lavoro a distanza.

Il Covid si sta dimostrando anche un corso di massa sulla gestione del denaro famigliare, di fronte a sfide in molti casi mai affrontate prima. Senza considerare il lato dell’impresa. Le imprese a guida femminile erano – già prima della crisi Covid – tutto sommato una minoranza. Rappresentavano solo il 20% del totale delle aziende italiane e risultavano concentrate nei settori turistici e nei servizi alla persona. Giusto quei comparti più massacrati dal combinato disposto di crisi economica e lockdown globali degli ultimi 12 mesi. Fare dunque il punto sulla relazione fra donne e denaro e in più nello specifico della relazione fra donne e gestione finanziaria appare quanto mai importante.

Nelle famiglie contemporanee, molto è cambiato in termini di ruoli. Ma, stando ai dati di ricerca (Agos Monitor Ottobre 2019: Donne e gestione del budget famigliare), il cambiamento ha solo intaccato la classica divisione dei ruoli nella gestione del denaro famigliare. Dati recenti mostrano come le figure femminili mantengano la gestione operativa del denaro famigliare, mentre alla figura maschile spettano spesso le incombenze di ordine “strategico”.

La stessa divisione dei ruoli appare oggi prevalentemente consensuale. nel senso che molte donne scelgono volontariamente di delegare ad altri o di non occuparsi delle materie finanziarie. Un caso lampante è come i ruoli si modificano quando non è presente l’uomo in famiglia e la donna deve prendere il controllo – per scelta o necessità – delle attività legate ad esempio al risparmio, alle polizze o ad altre aree tipicamente maschili (la gestione dell’auto, ad esempio). Le donne single che dichiarano di gestire in prima persona le proprie decisioni relative a risparmi ed investimenti sono il 63% (invece del 29% della donna in coppia): molte donne single preferiscono dunque appoggiarsi per queste attività a figure diverse.

Il costo sociale ed individuale di questa “distrazione” lo si registra continuamente: le donne detengono maggiormente liquidità e utilizzano meno gli strumenti di investimento rispetto agli uomini, mostrando diffidenza verso il mondo delle soluzioni finanziarie, sentite come lontane e complesse da capire. Una possibile spiegazione la si può trovare nel linguaggio e nei concetti utilizzati dal mondo finanziario, troppo astratti e distanti dal mondo reale.

Non è tanto un tema di complessità del linguaggio tecnico, ma di astrattezza dei riferimenti che rende l’investimento poco comprensibile (e credibile) per un genere che ha un certo talento per la concretezza. Se la finanza assomigliasse di più all’economia reale, se ne mutuasse direttamente valori e riferimenti forse sarebbe tutto più semplice per persone abituate a misurare valore ed opportunità in azienda come in famiglia, nelle scelte economiche di tutti i giorni. Diversamente da quello che pensano alcuni uomini, le donne attuano routine consolidate nel controllo delle loro spese: circa 7 donne su 10 dichiarano di controllare molto spesso le proprie spese.

Ma la forma dominante del controllo è quella ex post. Ovvero, il controllo periodico del livello a cui è arrivato il conto corrente, la cassa comune familiare, la carta di credito. Manca una forma di pianificazione ex ante. La ragione? Gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione per la gestione finanziaria sono ancora poco human oriented e ci richiedono un significativo sforzo per adattarci a loro. Sono pensati per smanettoni ossessionati dal controllo (di qualsiasi genere essi siano), senza dubbio. Ma uno strumento più user friendly di un foglio excel, più in grado di dialogare con esseri umani su un piano più relazionale potrebbe costituire – probabilmente – un approccio più sensato e pragmatico e in ultima analisi, più femminile.

Nelle ricerche, le donne tendono a descriversi e a essere descritte dagli stessi uomini come “più caute, prudenti e risparmiose degli uomini” e “più attente al futuro”. Gli uomini per contro risultano in quasi tutti i test come più orientati alla finanza e agli investimenti. Ma il limite maschile sta proprio in questa “passionaccia” che li porta a essere più orientati al risultato di breve, alla scommessa, alla ricerca del guadagno speculativo. Le donne nella gestione finanziaria non risultano quasi mai più competenti degli uomini e in generale risultano meno appassionate. La ricerca Ocse 2020 sulla financial literacy classifica le donne italiane – e non solo italiane – fra i segmenti a maggiore fragilità anche in termini di cultura finanziaria. Con una sola ma significativa eccezione: anche per la ricerca Ocse le donne italiane hanno più “orientamento finanziario positivo” (financial attitude).

Questa curiosa commistione di attitudine finanziaria allineata a quella dei grandi investitori (il guardare al futuro, il praticare con prudenza continuità nelle scelte) e sostanziale distacco dalle passioni e cultura finanziaria, genera un apparente paradosso. L’approccio femminile sarebbe molto più allineato a quello “corretto” per una finanza famigliare (e aziendale) sostenibile nel lungo termine. Ma le donne non amano la finanza: se compariamo lo sforzo che ci separa da una finanza sostenibile potremo ritenere più facile insegnare una finanza sostenibile a chi “sa già di futuro”, che insegnare a pensare al futuro a chi è inviluppato nelle spire, voluttuose ma insidiose, del pensiero finanziario speculativo.

Come ha di recente detto il professor Michelangelo Tagliaferri (grande saggio ed esperto di comunicazione) parlando del femminile e del maschile in azienda: “Il femminile cura, il maschile combatte”. Curare e combattere nella attività di gestione del denaro sono due componenti che ciascuno di noi può facilmente riconoscere. La motivazione classica dell’investimento finanziario è quella (maschile) di combattimento: l’investitore vince se batte gli altri (i mercati, gli altri investitori), se è più astuto, più veloce o più forte. Ma il nuovo scenario dell’investimento sembra più adatto alla cura (femminile) che al combattimento: le nuove prospettive d’investimento sono i megatrend, ovvero la risposta di medio lungo periodo ai bisogni del mondo: l’allungamento delle aspettative di vita, l’aumento della popolazione, le nuove città, la nuova medicina, la nuova tecnologia. Gli stessi investimenti Esg (Environmental, social, governance) ne sono una forma ancora più esplicita.

Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza
Sociologo, imprenditore, ricercatore sociale e di mercato. Laureato in Scienze Politiche e Sociali all’Università di Milano, dal 2015 è presidente di Eumetra Monterosa, l’istituto italiano di ricerca sui temi del mutamento sociale e dell’innovazione.
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