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Covid-19: troppa liquidità nei mercati mal gestita

Covid-19: troppa liquidità nei mercati mal gestita

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

03 Novembre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Questi straordinari interventi monetari hanno aiutato Ii mercati azionari internazionali a recuperare la maggior parte delle perdite subite a febbraio e marzo

  • Siamo dunque in un sistema etichettato come “lemon socialims” dove i profitti sono strettamente di proprietà degli azionisti e le perdite catastrofiche sono un’esternalità per la società

Dallo scoppio della pandemia sono stati introdotti sui mercati circa 5 mila miliardi di dollari dalle cinque principali Banche centrali, senza nessun controllo su come questi venissero spesi

Iniezioni di liquidità incontrollate da parte delle Banche centrali. Dallo scoppio del Covid sono stati introdotti sui mercati circa 5 mila miliardi di dollari, senza nessun controllo su come questi venissero spesi. I governi sperano che il credito arrivi alle Pmi e ai cittadini, ma in realtà a questi soggetti sono toccate solo le briciole. Secondo la ricerca: “Why bailing out companies doesn’t help people recover from economic shocks of Covid-19”, pubblicata dal World economic forum, questi straordinari interventi monetari hanno aiutato i mercati azionari internazionali a recuperare la maggior parte delle perdite subite a febbraio e marzo. La disoccupazione e gli elevati fallimenti sono però rimasti immutati nella realtà.

“Tale politica monetaria accomodante fa parte di una tendenza pluridecennale che è culminata nell’attuale tasso di interesse pari a zero, nella maggior parte del mondo sviluppato. Tuttavia, dalla grande crisi finanziaria, interventi di questa portata hanno creato la sensazione che l’incoscienza sia istituzionalizzata e persino ricompensata quando le organizzazioni sono troppo grandi per fallire. Queste misure hanno avuto gravi conseguenze negative a lungo termine sulla crescita potenziale e sulla società , inclusa la promozione del rischio morale”, si legge dal report.

Un’altra grave conseguenza di tale rischio morale è il significativo aumento del numero delle cosiddette “imprese zombie“. Il documento spiega come queste realtà sono delle che generano fondi sufficienti per coprire il pagamento degli interessi ma non il capitale. Dal 2008, in poi il numero di queste aziende è aumentato in modo significato, soprattutto nei paesi industrializzati. “Impedire alle aziende di fallire impedisce l’allocazione efficiente delle risorse in parti più produttive e in crescita dell’economia”, sottolinea il report.

Ma non solo il report sottolinea come “in realtà, ciò che abbiamo visto negli ultimi anni è un’accelerazione di un trend pluridecennale, un continuo aumento dei rendimenti degli azionisti e dei riacquisti, l’indebitamento aziendale e una significativa riduzione degli investimenti produttivi e della ricerca e sviluppo”. Mentre i governi hanno sostenuto il fardello di eventi come Covid-19, le aziende hanno sostanzialmente trascorso gli ultimi 40 anni a restituire il capitale agli azionisti.

Siamo dunque in un sistema etichettato come “lemon socialims” dove i profitti sono strettamente di proprietà degli azionisti e le perdite catastrofiche sono un’esternalità per la società. Nel tempo questo sistema ha creato realtà definite “troppo grandi per fallire”.

Cosa fare?

“Dobbiamo riparare gli incentivi aziendali per garantire che ingenti somme di sostegno statale non vengano nuovamente utilizzate invano. Se continuiamo ad intervenire attraverso il sostegno monetario e fiscale senza adeguati aggiustamenti agli incentivi, amplificheremo le distorsioni e getteremo le basi per un’ulteriore instabilità sistemica in futuro” spiega il report.

Per riequilibrare gli incentivi, mitigare il rischio morale e adeguare i sistemi economici bisogna dunque attuare riforme normative e fiscali critiche. VV Chari e Patrick J. Kehoe propongono di “regolamentare la leva finanziaria dell’azienda e tassare le dimensioni per ottenere un risultato sostenibile ed efficiente. La leva finanziaria dell’azienda, suggeriscono, dovrebbe avere un limite al rapporto debito / capitale proprio”. In aggiunta si dovrebbe riuscire ad eliminare la distorsione del “too big too fall”.

Giorgia Pacione Di Bello
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