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Dal fallimento di Lehman Brothers, cos'è cambiato in 10 anni?

17 Ottobre 2018 · Andrea Goldstein · 3 min

Da Lehman Brothers a Crazy Rich Asians, ecco i 10 anni che hanno rivoluzionato la globalizzazione. Le crescenti tensioni, non solo commerciali, tra Stati Uniti e Cina non fanno presagire un futuro immacolato. Resta adesso da vedere quale struttura globale emergerà tra occidente in declino e Oriente in ascesa

Cosa è cambiato a dieci anni dal fallimento di Lehman? Su una cosa non è possibile nutrire dubbi: la ricchezza non si trova più esclusivamente laddove eravamo abituati a cercarla e trovarla. Le economie emergenti sono ormai una forza vera, con cui tutti dobbiamo apprendere a misurarci. L’Asia, in particolare, che tra il 1998 e il 2008 aveva visto la sua partecipazione al Pil mondiale aumentare quasi impercettibilmente, dal 24% al 25%, è esplosa da allora, arrivando al 34% nel 2017. Nel frattempo, l’Occidente (in senso lato, comprese le sue pro – paggini nel Pacifico) è passato da 83% a 73%, a 64%.

La Cina è ormai il principale partner commerciale per la maggioranza dei paesi al mondo (escludendo gli scambi intra-Ue). Nella classifica di Fortune delle Global 500 ci sono 173 imprese asiatiche (124 nel 2008). Il motivo più interessante (ancorché non necessariamente il più importante) di questo accelerato ribilanciamento fa riferimento alla natura delle politiche economiche. In Asia, esposta in prima fila all’improvviso arresto del commercio internazionale del 2009, la risposta è consistita in misure di sostegno alla domanda aggregata, rese efficaci dall’esteso intervento pubblico nell’economia, diretto e indiretto.

Probabilmente il Washington Consensus non è mai stato applicato alla lettera da nessuna parte, e forse il Beijing Consensus non esiste neanche a Zhongnanhai, la cittadella della nomenklatura accanto all’ex Città Proibita – ma è certo che nel 2018 il socialismo di mercato gode di un’immagine più positiva che il neoliberalismo.

Dello scombussolamento della carta geo-economica globale è testimonianza il successo di Crazy Rich Asians, il blockbuster dell’estate 2018 nei botteghini americani e presto europei. Un film ambientato a Singapore, nel milieu molto particolare dei miliardari del Bamboo Capitalism, ma che parla anche degli ABC (American Born Chinese) che si fanno velocemente strada nella società statunitense. Recitata da attori esclusivamente asiatici, è la sempiterna storia di Cenerentola. C’è poco spazio ai dubbi esistenziali: nella corsa alla realizzazione pragmatica dei propri desideri l’abnegazione non può che prevalere, anche se delle tradizioni non ci si libera tanto facilmente.

Dal film di Kevin Kwan (singaporiano emigrato in Texas a 11 anni) e Jon Chu (californiano con genitori di Cina e Taiwan) traspaiono però anche alcune criticità di questo modello. Malgrado la notorietà planetaria di un Jack Ma, nel capitalismo privato asiatico ci sono poche fortune della New Economy. A dominare sono tuttora i settori protetti, e in particolare l’immobiliare. Nicholas Young, il Principe Azzurro, acquisisce titoli di noblesse comprando alberghi in Europa, quanto di più lontano si possa immaginare dalla distruzione creatrici di Alibaba! Invece di poveri non se ne vedono, e questo ci può ben stare in una comme dia romantica.

Ma l’Asia sta diventando un continente di ineguaglianze sempre più marcate, in cui secondo il Fondo monetario il coefficiente di Gini è passato da 37 nel 1990 a 47 nel 2014. Tanto da suggerire alla Banca mondiale, nel recente rapporto Riding the Wave, che l’Asia è destinata al dubbio privilegio di sorpassare l’Africa sub-sahariana per diventare la seconda regione più iniqua al mondo, dopo l’America latina. E non si discute neanche di corruzione, discriminazioni e democrazia, che in Emerging Asia sono problemi veri, nella misura in cui ostacolano la transizione verso la crescita sostenibile. Ciò detto, i progressi sono stati enormi, soprattutto in Corea e in Cina, ma anche altrove. La partecipazione dell’Asia (escluso il Giappone) alla produzione mondiale di ricerca in scienze e ingegneria è cresciuta da 22,95% nel 2008 a 30,35% nel 2016.

A dieci anni da Lehman, la narrativa dell’Asia è cambiata radicalmente e non caso siamo noi occidentali ad accorrere al cinema per vedere un film che non parla più di assimilazione e d’immigrati, ma di tycoon e influencer che si esprimono con l’accento di Oxbridge. Resta da vedere quale struttura globale di relazioni economiche, politiche e sociali emergerà dalla dialettica tra Occidente in declino e Oriente in ascesa. Le crescenti tensioni, non solo commerciali, tra Stati Uniti e Cina, non lasciano presagire un futuro immacolato, e potrebbero rendere molto difficile una risposta coordinata ed efficace alla prossima crisi finanziaria, che prima o poi scoppierà. La domanda è quando.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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