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Corsi e ricorsi 
dei cicli economici

Corsi e ricorsi 
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Contributor, Fabrizio Galiberti

13 Maggio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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L’espansione dell’economia americana si avvia a essere la più lunga da sempre: smetterà mai di macinare i chilometri del Pil? “Ha sempre smesso” avrebbe risposto Mark Twain

“Ha sempre smesso”: fu questa la lapidaria risposta che Mark Twain diede aun amico sconsolato che dopo giorni e giorni di pioggia chiedeva: “Smetterà mai di piovere?”. Riavvolgiamo il nastro deltempo e cambiamo argomento: l’espansione dell’economia americana si avvia a essere la più lunga da sempre: smetterà mai di macinare i chilometri del Pil? «Ha sempre smesso», avrebbe risposto Mark Twain (che era uno che non cambiava facilmente opinione). Quando arriverà, allora, la recessione prossima ventura? Difficile dirlo, perché la longevità di questa fase favorevole del ciclo ha dietro alcune ottime ragioni: le recessioni in genere partono quando il buon andamento dell’economia va ad accumulare scompensi: la piena occupazione porta aumenti salariali, questi spingono i prezzi e la Banca centrale interviene aumentando i tassi e mandando l’economia in tilt. Insomma, come non c’è rosa senza spine, non c’è boom senza recessione. Un grande economista del Novecento, Joseph Schumpeter, scrisse (nel 1939): «I cicli non sono come le tonsille, cose separate che possono essere curate da sole, ma, come il battito del cuore, appartengono all’essenza dell’organismo». E nell’America di oggi, pur con un tasso di disoccupazione vicino ai minimi storici, non si notano accese pressioni salariali, mentre la Banca centrale ha dichiarato di non avere alcuna fretta di alzare ancora i tassi di interesse. Il mercato del lavoro sembra teso secondo le statistiche, le quali però ci dicono come ci siano ancora delle ‘riserve’ di lavoro: pur con nuovi sussidi di disoccupazione ai livelli più bassi dal 1969 (da cinquant’anni!), la partecipazione alla forza lavoro è anch’essa più bassa di prima, segno che ci sono degli ‘occupabili’ che possono tornare nel mercato del lavoro.

Allora, quanto durerà ancora l’espansione?

Nessuno ha la palla di cristallo, ma, per rispondere a questa domanda è utile fare un confronto fra le ‘uscite’ dalle passate recessioni e l’uscita da quella più recente. Il grafico mostra, facendo 100 il 12° mese prima del minimo, l’andamento dei superindici anticipatori Ocse per quattro aree: Usa, Giappone, Eurozona e Italia. Sull’asse delle ascisse figura il numero di mesi trascorsi a partire da un anno prima del minimo. La curva ‘attuale’ si riferisce alla crisi che ebbe inizio nel 2008. La curva ‘passate’ si riferisce alla media delle ultime recessioni, dagli anni Ottanta in avanti (4 per Stati Uniti e Giappone, 3 per Eurozona e Italia). Si è deciso di prendere a base un anno prima del minimo perché altrimenti, prendendo a base il nadir della recessione, il rimbalzo susseguente avrebbe beneficiato indebitamente l’ultimo episodio, che è stato di gran lunga il più grave: più forte la caduta, più forte il rimbalzo.

Per gli Stati Uniti, si nota come il ‘dopo-crisi’ attuale sia stato più esitante rispetto alle precedenti ‘uscite’ dalla recessione (la curva ‘attuale’ si situa al di sotto di quel che successe nel passato). Gli Usa erano usciti dalla crisi prima e con più slancio rispetto a Europa e Giappone, ma oggi il confronto col passato fa emergere una preoccupante divaricazione: il superindice Ocse volge verso il basso con più decisione, è più lontano rispetto agli andamenti prevalenti nel passato, alla stessa distanza dal punto di parten- za. Sembra quasi che la Grande recessione abbia spento uno slancio vitale che in altre occasioni l’economia americana aveva dimostrato. E una spiegazione si può notare in due altri squilibri che connotano la temperie presente dell’economia americana: i ‘deficit gemelli’ – il disavanzo pubblico e quello commerciale – sono forti e crescenti.

Nel caso del Giappone c’è più aderenza fra gli episodi ciclici del passato e quello attuale, mentre per Eurozona e Italia si nota, come per gli Usa, un rallentamento più accentuato rispetto al passato. Ma c’è un’aggravante per l’Italia: gli indicatori Ocse sono aggiustati per l’ampiezza del ciclo – un ciclo che in Italia è quasi piatto – talché il rallentamento italiano è tale rispetto a una situazione di quasi stagnazione, mentre quello Usa è tale rispetto a una situazione di crescita.

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Contributor , Fabrizio Galiberti
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