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Il destino dell’oro tra un Occidente che compra e un Oriente che vende

Il destino dell’oro tra un Occidente che compra e un Oriente che vende

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

28 Settembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Mentre sui mercati finanziari si è assistito a una vera e propria corsa all’oro, la domanda reale, proprio in quei paesi che sono i maggiori “consumatori”, è calata drasticamente

  • Se da una parte da inizio epidemia sono stati investiti più di 60 miliardi in Etf sull’oro, la domanda in Cina e India rispetto al 2019 è calata di più del 50%

  • Nonostante questi fondamentali, la politica perseguita dalle banche centrali è l’elemento che probabilmente più influenzerà il destino del metallo giallo

Tutti lo vogliono, nessuno lo vuole. È il paradosso dell’oro, bramato dagli investitori in cerca di un porto sicuro e liquidato dalle genti orientali per poter sopravvivere alla crisi economica. La domanda allora sporge spontanea. Prevarrà il ponente o il levante sulla corsa borsistica dell’oro?

Che l’oro sia il bene rifugio per eccellenza per sfuggire alla volatilità dei mercati è cosa risaputa. Ma se a seguire questa strategia d’investimento sono investitori e fondi, dal calibro di Warren Buffet e Bridgewater, c’è un motivo in più per fidarsi a diversificare il proprio portafoglio in questo senso. Tuttavia non è tutto oro quel luccica. Guardando ai fondamentali, domanda e offerta non giocano a favore di un ulteriore rialzo. Seppur da parte degli Etf c’è una grande richiesta di acquisto di oro, in Cina e soprattutto India la gioielleria è alle strette. Tuttavia secondo Carlo Alberto De Casa, capo analista presso il broker londinese ActiveTrades, tra rialzo e ribasso del prezzo lo scenario più probabile è il primo.

La corsa dell’oro

Warren Buffet, da sempre scettico su questo tipo di investimento, nel secondo trimestre dell’annoha investito 565 milioni di dollari nelle azioni Barrick Gold, la seconda più grande miniera d’oro al mondo. Bridgewater ha acquistato quote di Etf sull’oro per 316 milioni. Se queste manovre siano state causa (in parte) o conseguenza della corsa del metallo giallo, ad ogni modo tutto il mercato ha mostrato un forte interesse quanto più le preoccupazioni per la stabilità del sistema economico aumentavano. Secondo il Financial Times, da inizio epidemia sono stati investiti più di 60 miliardi di dollari negli Etf sull’oro, il 50% in più di quanto investito durante la crisi finanziaria del 2008. Il risultato è stato un prezzo in continua crescita. Dal minimo del 2018 di 1160 dollari per oncia il prezzo del metallo giallo è arrivato in agosto a 2073 dollari. Come emerge, da questo dato l’interesse dell’oro come veicolo finanziario non è stato solo conseguenza dell’epidemia. Ad oggi gli Etf contano sulla domanda complessiva di oro per il 35%. Dieci anni tale quota era appena del 8%

La gioielleria d’Oriente non vende

Se dunque è vero che rispetto a una decade fa, il prezzo dell’oro è molto più influenzato dai mercati il consumo al dettaglio rimane, secondo l’analisi fatta dal Financial Times, un indicatore importante per gli investitori circa lo stato di forza di questa materia prima. In questo senso segnali non incoraggianti arrivano da oriente, in particolar modo da Cina e India, la cui domanda di oro conta complessivamente per il 50% di quella mondiale. In questi due paesi, dove le persone preferiscono detenere fisicamente l’oro piuttosto che tramite schemi finanziari, infatti, contrariamente a quanto si osserva ad occidente, l’appetito aureo è in forte calo. Secondo il Word Council la domanda di questo metallo prezioso si è contratta nella prima metà dell’anno del 56% in India e del 50% in Cina. In India, dove le famiglie detengono oro non tanto per ragioni finanziarie quanto più di status symbol, le gioiellerie, anche per via del lockdown e del rinvio dei matrimoni, hanno venduto meno. Ma la ragione principale è la crisi economica. Il Pil indiano si è infatti contratto del 24% nel secondo trimestre, portando le famiglie in cerca di liquidità a vendere i loro gioielli.

La bilancia pende ad ovest

Che sia in parte questa la ragione della recente contrazione, ad ogni modo il prezzo dell’oro è diminuito del 9% dai massimi di agosto, mentre quello delle azioni delle miniere gialle del 13%. SPDR gold Share, l’Etf  più al grande al mondo in questo settore, ha registrato per la prima volta dopo otto mesi un deflusso di capitali. Secondo Carlo Alberto De Casa, intervistato da We Wealth, nonostante i fondamentali non siano forti, la politica accomodante della Fed, e quindi il dollaro debole, è la faccia della medaglia che con più probabilità uscirà se, tirando la moneta, ci si chiede quale è l’elemento che più influenzerà i prezzi nei prossimi mesi. “La salita dell’oro è giustificata se rapportata ai bilanci delle banche centrali. Il dollaro debole, essendo il prezzo espresso in termini della valuta americana, gioca a favore di un oro forte” spiega l’analista di ActiveTrade, che afferma che tra un metallo giallo commerciato a 2500 o a 1200 dollari, seppur entrambi scenari improbabili, sia più probabile che si verifichi il primo. Per quanto riguarda il ribasso delle ultime settimane non c’è troppo da preoccuparsi. “La correzione di agosto è una pausa di consolidamento dopo un lungo rally. Il prezzo dell’oro è raddoppiato dai minimi del 2015, per perdere il 10% nell’ultimo mese. I 1850 dollari potrebbero essere una prima soglia critica, ma se anche si dovesse avere un calo più forte a 1600 gli investitori probabilmente ricomincerebbero ad avere un atteggiamento long” chiosa De Casa.

Lorenzo Magnani
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