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Coronavirus, l’S&P 500 potrebbe toccare i 2.000 punti

Coronavirus, l’S&P 500 potrebbe toccare i 2.000 punti

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

16 Marzo 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • I bear market “event driven” della storia sono stati caratterizzati da un calo medio dei listini del 29%, una durata di nove mesi e la necessità di ulteriori 15 mesi per riprendersi

  • Nel caso di shock virali i mercati azionari in passato hanno conosciuto un rimbalzo al calare del tasso di diffusione dell’epidemia

  • Secondo gli analisti di Goldman Sachs, l’S&P500 potrebbe concludere il 2020 a quota 3.200 punti

Gli analisti di Goldman Sachs puntano il faro sull’S&P 500: sulla scia dell’emergenza sanitaria il listino statunitense potrebbe toccare i 2.000 punti entro la metà del 2020. È ancora possibile un rimbalzo entro la fine dell’anno? Sì, e la storia lo dimostra

La diffusione su scala globale dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha provocato delle perturbazioni sociali e finanziarie significative. Se da un lato la popolazione ha dovuto modificare le proprie abitudini di vita e di consumo, tentando di adeguarsi di volta in volta alle disposizioni governative, dall’altro anche le principali piazze finanziarie hanno dovuto tenere il passo della crisi, i cui impatti erano stati inizialmente sottovalutati dai mercati azionari. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, l’S&P 500 (l’indice che replica l’andamento di un paniere azionario composto dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione) entro la metà del 2020 potrebbe arrivare a quota 2.000 punti sull’onda dell’emergenza. Eppure, per la banca d’affari statunitense nulla sembrerebbe ancora perduto per i mercati dell’orso.

Ma facciamo un passo indietro. Dal 1835 ad oggi sono state registrate 27 tendenze al ribasso del mercato, dalla Grande depressione del 1929 che comportò un calo dei prezzi dell’85%, fino alla crisi dei subprime che tra il 2007 e il 2009 produsse una riduzione del 57%. Ma quali sono le tipologie di bear market che si sono succedute nel lungo termine e cosa possiamo imparare dal passato per prevedere le future evoluzioni dei listini? Secondo un report di Goldman Sachs, Bear Essentials: a guide to navigating a bear market, sono tre le tipologie di bear market da considerare: il bear market strutturale (innescato da squilibri del sistema e bolle finanziarie), il bear market ciclico (funzione dell’aumento dei tassi d’interesse, delle recessioni imminenti e del calo degli utili) e il mercato dell’orso “event-driven”. Ed è proprio su quest’ultimo che deve essere posta attualmente l’attenzione. Innescati da eventi-shock, i bear market “event driven” della storia sono stati caratterizzati da un calo medio dei listini del 29%, una durata di nove mesi e la necessità di ulteriori 15 mesi per riprendersi (contro i 111 mesi dei bear market strutturali e i 50 dei bear market ciclici).

C’è però un punto che gli analisti della banca d’affari statunitense non mancano di sottolineare: nessuno degli esempi di bear market della storia è stato innescato da un virus o da epidemie. Di conseguenza, se normalmente una politica monetaria è stata efficace, in questo contesto i tagli dei tassi d’interesse “potrebbero non avere la stessa efficacia in un ambiente di paura in cui i consumatori sono costretti, o semplicemente propensi, a rimanere  a casa”, si legge nello studio.

Per non dimenticare che inizialmente i mercati azionari sembrerebbero essersi “scrollati di dosso” l’impatto di quella che poi si è trasformata in una vera e propria pandemia. Secondo Goldman Sachs, il punto è che si supponeva si trattasse di un problema esclusivo della Cina, non abbastanza importante da causare una recessione globale. Inoltre, sulla base dell’esperienza della Sars del 2003 e dell’influenza H1N1 del 2009, molti investitori sostenevano che la correzione avrebbe avuto breve durata, trainati a inizio anno anche dall’ottimismo suscitato dalla ripresa del settore manifatturiero globale.

Nel caso di shock virali, gli analisti precisano che i mercati azionari hanno conosciuto in passato un rimbalzo al calare del tasso di diffusione dell’epidemia. “Se questo può essere vero in Cina, certamente non lo è per molte altre parti del mondo – spiega lo studio – Quindi, nel frattempo, i timori sull’ sull’impatto economico delle misure preventive potrebbe spingere i mercati ancora più in basso”. Ciononostante, la banca d’investimento americana prevede che l’S&P 500 potrebbe concludere il 2020 a quota 3.200 punti.

Rita Annunziata
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