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Corona norvegese, la prima moneta globale?

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

08 Marzo 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • Quartz, giornale online statunitense di informazione economica e politica, ha acceso i riflettori sul fatto che il valore della corona norvegese è sensibile più all’attività del fondo sovrano che all’attività economica della Norvegia

  • Il Government Pension Fund Global ha in gestione 1,3 mila miliardi di dollari (tre volte il più della Norvegia) investe in 9 mila società e detiene l’1,5% delle azioni globali

  • Dalla fine del 2019  le fluttuazioni del valore del dollaro americano rispetto alla corona seguono da vicino quelle dello S&P 500

Cosa succede quando il valore di un fondo sovrano supera quello del pil? La moneta locale diventa globale: la corona norvegese sarà la prima a fare il salto

Il valore del fondo sovrano norvegese – il  più grande al mondo – alimentato dalle sue entrate di petrolio e gas, sta crescendo molto più velocemente del pil della Norvegia. E così la corona norvegese – la moneta in cui sono denominati gli asset del fondo – potrebbe diventare la prima valuta globale del mondo. Non la valuta più importante né tantomeno una valuta di riserva come il dollaro americano, ma la prima valuta il cui valore è determinato in gran parte dal movimento dei mercati globali e solo in minima parte dall’attività economica del suo paese.

Il più grande fondo sovrano al mondo

Dal 1996, il fondo petrolifero norvegese – formalmente chiamato Government Pension Fund Global – ha investito i proventi dei combustibili fossili in attività a reddito fisso, azioni e immobili all’estero, cercando di costruire una riserva finanziaria per i suoi cittadini in un futuro post-petrolio. Attualmente il fondo gestisce intorno agli 1,3 mila miliardi di dollari, il che lo rende il più grande fondo sovrano del mondo, e possiede circa l’1,5% delle azioni globali, distribuite in circa 9.000 società. I suoi rendimenti da soli valevano un terzo del pil norvegese nel 2020, “È come se ogni norvegese avesse un portafoglio personale di investimenti offshore di 240.000 dollari”, ha affermato Tor Vollalokken, consulente senior della società di analisi degli investimenti Exante Data con sede a New York. Vollalokken, che è da decenni che studia attentamente i movimenti della Corona, ha recentemente osservato che negli ultimi trent’anni il tasso di crescita del fondo è stato superiore a quello del pil, portando il primo a valere tre volte il secondo. Le stime parlano di un moltiplicatore di 14 volte entro il 2030.

Come la corona diventerà una valuta globale

Se il valore di ogni valuta è determinato dall’attività economica e dai tassi di interesse del suo paese, potrebbe non valere più lo stesso per la corona norvegese. E nel caso specifico neanche più dal petrolio, di cui la Norvegia è un importante produttore. Con il paese baltico che infatti iniziato a guardare con molto interesse le fonti di energia pulita, la correlazione tra corona e oro nero è svanita. Al contempo è invece aumentata la correlazione con i mercati. Dalla fine del 2019, ad esempio, le fluttuazioni del valore del dollaro americano rispetto alla corona seguono da vicino quelle dello S&P 500. Seppur questa potrebbe essere una coincidenza, Vollalokken ha sottolineato che le tendenze future potrebbero rispecchiare da vicino questo modello – soprattutto perché il fondo continua ad acquistare azioni.

Come la Norvegia potrebbe domare la volatilità della corona

Se così sarà, la corona e la Norges Bank navigherebbero in acque inesplorate. La banca centrale del paese infatti continuerebbe a gestire gli investimenti del fondo, ma perderebbe la capacità di regolare il valore della corona. Un crollo delle azioni statunitensi influenzerebbe la corona e, per estensione, l’inflazione o la deflazione in Norvegia, più che un aumento dei tassi di interesse in patria. Il meglio che la Norges Bank può fare è attutire in qualche modo la volatilità della corona, ha detto Vollalokken. Un modo è cercare più classi di attività in cui investire, riducendo l’esposizione del fondo alle azioni. Attualmente, le azioni costituiscono il 70% del portafoglio del fondo; se questo rimane invariato e il fondo cresce, potrebbe finire per possedere forse il 5-10% delle azioni mondiali quotate.

Lorenzo Magnani
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