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Il commercio globale frena: eurozona in pericolo

Il commercio globale frena: eurozona in pericolo

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

26 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Gli economisti di S&P prevedono una crescita del Pil nell’area euro dell’1,1% nel 2019 e dell’1,3% nel 2020

  • I paesi più svantaggiati sono l’Italia e la Germania, a causa della loro dipendenza dalla domanda esterna

  • La Bce potrebbe non aumentare i tassi di interesse prima del secondo trimestre del 2021

L’economia dell’eurozona sta subendo duri colpi dal rallentamento del commercio globale a causa della maggiore apertura agli scambi commerciali. Ma quale potrebbe essere l’impatto di un’escalation delle guerre commerciali? Lo spiega un report di S&P Global Ratings

L’economia dell’eurozona è minacciata dal rallentamento del commercio globale. Secondo un recente report di S&P Global Ratings, la maggiore apertura agli scambi commerciali con Paesi al di fuori dell’Unione Monetaria Europea, renderebbe di fatto l’Europa molto più esposta e vulnerabile non solo al rallentamento economico ma anche a una possibile escalation delle guerre commerciali.

Una situazione diametralmente opposta rispetto a quella degli Stati Uniti e della Cina. Quest’ultima, in particolare, ha fatto sempre più affidamento sulla domanda interna. Inoltre, la rapida crescita economica negli Stati Uniti ha contribuito a frenare il rallentamento della domanda dalla Cina nel 2018. In questo contesto, non bisogna dimenticare che gli Stati Uniti e la Cina sono i principali partner commerciali dell’eurozona, motivo per cui un’escalation delle tensioni commerciali tra i due paesi potrebbe di fatto avere delle ripercussioni negative importanti anche sull’Europa.

L'eurozona sta aumentando la sua apertura agli scambi commerciali, a differenza dei suoi principali partner commerciali

“Se gli effetti diretti delle tensioni commerciali sono stati positivi, anche grazie all’atteggiamento accomodante delle banche centrali – spiega Marion Amiot, economista di S&P Global Ratings – un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali potrebbe iniziare a frenare anche le prospettive di crescita degli Stati Uniti, che potrebbero tradursi in esportazioni più deboli per l’eurozona”. In particolare, un secondo impatto dei dazi statunitensi potrebbe non solo indebolire gli investimenti delle imprese ma anche rallentare i consumi degli statunitensi.

Come si evince dal report, gli economisti di S&P prevedono una crescita del Pil nell’area euro dell’1,1% nel 2019 e dell’1,3% nel 2020. A essere maggiormente svantaggiate sarebbero l’Italia e la Germania, differentemente dalla Francia e la Spagna: a causa della dipendenza dalla domanda esterna, i due paesi potrebbero addirittura sottoperformare.

Tuttavia, alcuni sondaggi mostrano che l’industria dell’eurozona e l’economia cinese si stanno stabilizzando, anche se difficilmente si vedrà un importante rimbalzo dell’economia globale. Di conseguenza, quello che potrebbe accadere è unicamente una stabilizzazione della domanda esterna, piuttosto che un vero e proprio rafforzamento dell’eurozona.

Ma quale potrebbe essere la posizione della Banca centrale europea? Secondo gli economisti di S&P, la Bce procederà con cautela e non incrementerà i tassi prima del secondo trimestre del 2021. Nel suo discorso al forum di Sintra, il presidente Mario Draghi aveva sottolineato che la Bce sarebbe pronta ad agire qualora i rischi di ribasso iniziassero a materializzarsi. “In assenza di un miglioramento, al punto che sia minacciato il ritorno di un’inflazione sostenibile ai livelli desiderati, sarà necessario un ulteriore stimolo – aveva dichiarato Draghi – ulteriori tagli dei tassi e misure per mitigare qualsiasi effetto collaterale continuano a far parte degli strumenti a nostra disposizione”. Di conseguenza, secondo gli economisti di S&P, la Banca centrale europea potrebbe non solo ritardare ulteriormente un aumento dei tassi d’interesse, ma anche tagliare i tassi di 10 punti base e introdurre una percentuale sul tasso sui depositi per le banche per limitare gli impatti negativi sulla redditività.

Rita Annunziata
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