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Cina-Usa, la pistola ad acqua dei dazi americani

Cina-Usa, la pistola ad acqua dei dazi americani

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Contributor, Fabrizio Galimberti

20 Febbraio 2019
Tempo di lettura: 5 min
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Se si considerano gli scambi bilaterali Usa-Cina si nota che il deficit dell’America nei confronti della Cina nell’ultimo anno è addirittura aumentato, malgrado la guerra commerciale in corso. Segno, questo, che le cause di quel deficit che Trump aveva denunciato non sono ‘colpa’ della Cina

“Fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia”: così disse la senese donna Sapìa, nel XIII del Purgatorio. E Trump, come donna Sapìa, sembra più interessato alle umiliazioni altrui che al benessere del suo Paese. Nella guerra commerciale intrapresa con la Cina (ma non solo) il Presidente sembra più preoccupato di far ‘danni’ all’avversario che a proteggere la ‘ventura’ dell’economia americana, un’economia che sta chiaramente soffrendo delle tensioni negli scambi. La Cina, nell’immaginario collettivo, è un Paese mercantilista che impila export su export, impingua le riserve, e protegge le proprie prodezze esportatrici con pratiche discriminatorie e discutibili. Sarà. Ma i numeri dicono un’altra storia. O, per meglio dire, la storia di cui sopra era vera una dozzina di anni fa ma non è più vera adesso.

Il grafico mostra la stupefacente discesa dell’avanzo corrente cinese, che, dal 10% del Pil nel 2007, scenderà quest’anno quasi al pareggio. La Cina, insomma ha continuato ad esportare alla grande, ma il suo import è cresciuto ancora di più. Ha quindi aiutato l’economia degli altri Paesi succhiando il loro export, e rallentando solo di poco il proprio ritmo di crescita, con una domanda interna che lievitava più di prima. E tutto questo malgrado una massiccia rivaluta zione dello yuan, che, dal 2007 ad oggi, si è rafforzato (cambio effettivo reale) del 38% circa. Una rivalutazione, questa, che avrebbe messo in ginocchio i produttori di altri Paesi, ma che è stata assorbita dal gran corpaccio dell’economia cinese, grazie a produttività, innovazione e spostamento, quindi, verso segmenti più elevati di valore aggiunto.

grafico bilancio corrente Usa-Cina
Bilancio corrente Usa-Cina

Ora, ci si potrebbe aspettare che la massiccia riduzione dell’avanzo cinese abbia avuto come necessaria conseguenza un miglioramento (più avanzo o minore disavanzo) nei conti con l’estero degli altri Paesi, dato che la somma di disavanzi e avanzi nel mondo deve necessariamente essere zero. O no? In realtà questa somma, se si fotografano gli scambi in un dato momento, rivela più esportazioni che importazioni. E’ una discrepanza dovuta a numerosi fattori; fra l’altro, al fatto che, dati i tempi di viaggio, l’export viene registrato prima dell’import, talché la somma delle bilance correnti del terzo pianeta porta, secondo i calcoli del Fondo monetario, a un avanzo di 447 miliardi di dollari nel 2017, nei confronti di… non del resto della galassia, ma di se stesso!

“Esportate, esportate verso la discrepanza”, usava dire un economista dell’Ocse, “è là che ci sono ricchi mercati!”. Comunque sia, quell’enorme riduzione dell’avanzo cinese qualche contropartita la dovrà pure avere, e, dato l’acerbo contenzioso in essere fra l’America e la Cina, sarebbe interessante appurare se c’è stato un corrispettivo miglioramento del deficit corrente americano. Il grafico mostra che non è questo il caso: la principale controparte del minore avanzo cinese si ritrova in un maggiore avanzo dell’Eurozona (non rappresentato nel grafico). Segnatamente, dal 2016 (quando fu eletto Trump) a quest’anno, i numeri della bilancia corrente mostrano che, a fronte di una continua riduzione dell’avanzo cinese c’è stato, paradossalmente, un peggioramento del disavanzo Usa.

E se si vanno a vedere gli scambi bilaterali Usa-Cina (in beni e servizi) si nota che il deficit dell’America nei confronti della Cina nell’ultimo anno è addirittura aumentato, malgrado la guerra commerciale in corso. Segno, questo, che le cause di quel deficit che Trump aveva denunciato con la solita veemenza (con annesso impegno a ridurlo) non sono ‘colpa’ della Cina ma dell’America. L’economia americana continua a consumare più di quel che produce, e dato il ruolo egemone del dollaro nel sistema monetario internazionale, non paga lo scotto di questo continuo squilibrio in termini di svalutazione del biglietto verde e/o di crisi finanziaria. Insomma, si nota ancora la ‘strana coppia’ dell’economia mondiale, con il produttore cinese che ‘spinge’ l’offerta e il consumatore americano che ‘spinge’ la domanda.

I dazi Usa sui prodotti cinesi o non hanno effetto significativo, o, se lo hanno, non incidono più di tanto sul deficit complessivo americano, dato che l’America importerà di più da altri Paesi a basso costo (nei quali, sia detto per inciso, le stesse aziende cinesi delocalizzano). La globalizzazione è una forza della natura… Prima consumo e produzione erano ‘cuciti’ assieme. La storia della globalizzazione è una serie di ‘scuciture’, spinte da una sequenza di crolli nel costo di trasporto di merci, capitali e tecnologie. La concorrenza non viene da operai che si contentano di un pugno di riso, ma da operai che, oltre a contentarsi di poco, sono equipaggiati con la tecnologia dei paesi avanzati.

Date le catene di offerta attuali, introdurre i dazi è come erigere un muro a metà di una fabbrica. Alla fine, l’amministrazione americana se ne renderà conto («Potete sempre fidarvi che gli americani faranno la cosa giusta – una volta che abbiano esaurito tutte le alternative», diceva Winston Churchill), ma il danno del protezionismo trumpiano si rivelerà enorme.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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