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Cina: il default sui bond non è più affare di Stato

Cina: il default sui bond non è più affare di Stato

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

27 Novembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Con gli ultimi default di Yongcheng e Huachen arrivano a sei le società partecipate dallo Stato (soe)  a cui quest’ultimo non ha prestato soccorso in questo 2020

  • Secondo il Financial Times il 70% del debito cinese ha un retino creditizio di tripla A. La Stessa Yongcheng al momento del default aveva il massimo rating.

  • Secondo Gianluigi Costanzo, ceo di Atman advisory, la posizione del governo non potrà che farà bene a un mercato in cui fino ad ora non era prezzato il rischio di credito

Dopo la stretta regolamentare sulle fintech c’è un cambio di rotta anche sull’obbligazionario: la Cina non è più garante delle emissioni corporate. Tra giudizi di rating non proprio affidabili e una cattiva allocazione delle risorse la mossa del governo potrebbe essere vincente

Fino a poco tempo fa investire nelle aziende cinesi era considerato un investimento a basso rischio, per via della garanzia implicita che lo Stato sarebbe venuto in soccorso degli investitori al verificarsi di default sui pagamenti delle obbligazioni. Nell’ultimo mese qualcosa è cambiato. Ben due società partecipate dallo Stato, la Yongcheng Coal and Electricity Holding Group e la Huachen Automotive Group, sono state abbandonate a loro stesse. Cosa sta accadendo in Cina? We Wealth lo ha chiesto a Gianluigi Costanzo, ceo di Atman Advisory.

Colpirne uno per educarne cento

Il default di Yongcheng su obbligazioni in scadenza per un valore di 153 milioni di dollari sembra avere lanciato un monito al mondo corporate cinese, che non è stato ignorato. Tant’è che dopo la notizia, a quanto riportato dal Financial Times, almeno venti società hanno sospeso l’emissione di nuovi bond per un valore di 2,4 miliardi di dollari. Prima di Yongcheng solo altre cinque SOE avevano mancato l’appuntamento con i loro finanziatori in questo 2020. Secondo Costanzo i motivi per cui il governo ha deciso di tenere il pugno duro verso le società in difficoltà sono chiari ed anche condivisibili. “il salvataggio sistematico e indistinto crea due problemi: da un lato si verifica una cattiva allocazione delle risorse verso imprese che non se lo meritano o comunque ad un prezzo non coerente con il profilo di rischio. Dall’altro è molto facile riscontare il fenomeno del moral hazard, per cui i soldi, certi della garanzia dello stato, vanno a chi offre il rendimento più alto” spiega Costanzo che puntualizza come la Cina questi errori li abbia capiti già da tempo. Il secondo grande è tema è infatti quello della pianificazione cinese. “L’intuizione del governo cinese è stata quella di non sospendere i salvataggi da un giorno all’altro, scatenando una crisi finanziaria, quanto piuttosto di farlo gradualmente senza creare un’eccessiva sfiducia degli investitori verso il comparto obbligazionario”.

Rischio di credito e rischio di cambio

Se dunque la linea del governo non rischia di creare una crisi finanziaria, dall’altra potrebbe avere il merito di porre le basi per un mercato in cui venga finalmente prezzato il rischio di credito. Uno dei principali problemi del mercato obbligazionario cinese è infatti il fatto che il 70% del debito cinese abbia rating tripla A. La stessa Yongcheng, al momento del default, aveva il massimo giudizio creditizio. “Se tale merito creditorio sul debito governativo trova ragione nella forte crescita economica e nel fatto che la Cina è un paese che stampa la propria moneta, analogo giudizio sul corporate poggia unicamente sull’esistenza della garanzia statale” spiega Costanzo che evidenzia come anche su questo fronte il governo si sia mosso già da tempo e abbia aperto il mercato cinese alle società di rating occidentali.

A livello di attori il maggiore beneficio lo avranno le società private. “Il settore privato, non essendo soggetto a garanzie pubblica, era costretto a rivolgersi a finanziatori che si facevano pagare tassi dell’ordine del 20% e 30%. Ora anche queste società potranno trovare finanziamenti a tassi un po’ più bassi” commenta Costanzo che conclude sottolineando come qualche fallimento in più è da leggersi anche alla luce di una maggiore stabilità macroeconomica. “Un eccesso di afflussi di capitale verso la Cina, come quelli attuali, potrebbero creare problemi per l’economia. In questo senso qualche fallimento e conseguenti deflussi interromperebbero l’apprezzamento eccessivo del renminbi”.

Lorenzo Magnani
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