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Cina e Covid-19: pagano organizzazione e perseveranza

Cina e Covid-19: pagano organizzazione e perseveranza

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Gloria Grigolon
Gloria Grigolon

28 Aprile 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Comparti quali le costruzioni e il real estate tenderanno a guidare la fase di ripresa

  • L’Asia ha le capacità per gestire una pandemia (come la Sars del 2003) e può agire in modo più efficiente delle altre economie

  • La precaria situazione che la pandemia ha portato in Europa e negli Stati Uniti non incoraggia i deflussi di capitali

  • I settori della New economy cinese sono riusciti ad approfittare dell’epidemia per consolidare la propria offerta su prodotti quali 5G, cloud, data center, e-commerce, istruzione online e consulenza medica online

Preparazione alla crisi, disciplina, capacità di reazione all’emergenza. Il fatto che alla Cina sia riconosciuta la miglior capacità di ripresa di fronte alla crisi di Covid-19 non è un caso. Se ne è parlato nel corso della tavola rotonda online organizzata da Carmignac

Pressione deflattiva, bassa crescita, dissidi geopolitici. “Questa crisi” ha commentato Didier Saint-George, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac nel corso della tavola rotonda online a tema Cina, “mostra la fragilità dell’economia globale e del sistema finanziario nel suo complesso”; un’occasione, ha aggiunto l’esperto, per porre l’attenzione sulla corretta gestione del rischio e su quelle economie più in grado di rispondere alla crisi con prontezza. In primo luogo, l’economia del Dragone.

Dopo un lockdown forzato durato circa due mesi, caratterizzato da misure stringenti e social distancing (applicata per tempo), a marzo l’economia cinese ha lentamente iniziato a riprendersi, sebbene in maniera non uniforme. Le principali disomogeneità riguardano i singoli settori.

Cina, l’analisi settoriale

Comparti quali le costruzioni e il real estate tenderanno a guidare la fase di ripresa, grazie anche ai sostegni locali e alla parziale ripresa del prezzo delle case dopo il crollo di febbraio.

Mentre la manifattura si sta riprendendo, seppur lentamente, l’attenzione di Pechino ruota attorno a due comparti precisi dell’economia nazionale: il settore dei servizi (che attualmente pesa il 55-60% del Pil), il cui indice a febbraio è sprofondato a quota 26,5 punti (dai 51,8 del mese precedente) per poi tornare sui 43 punti a marzo, e le realtà più esposte all’export, che risentiranno della interruzione delle catene di approvvigionamento, specie verso Stati Uniti e verso l’Asia stessa. Come sottolineato dall’esperto di Carmignac, il problema cinese, a tendere, non sarà tanto la domanda domestica di prodotti e servizi (sulla quale bisognerà concentrarsi), ma il minor contributo economico che potrà dare l’export, correlato a fattori esogeni.

Sempre in un’ottica settoriale, a beneficiare dell’attuale fase di lockdown globale, saranno la tecnologia e tutto ciò che riguarda il mondo online, cresciuto a marzo del 10% (rispetto al 2% di febbraio).

Tra i comparti più a rischio instabilità, quello bancario occupa una delle prime posizioni, per via del rischio che si lega alle pmi più esposte alla crisi di covid-19. L’eventualità di un credit crunch, a detta dell’esperto, resta però da escludere.

Diversamente dalle regioni più sviluppate, “l’Asia ha le capacità per gestire una pandemia (come la Sars del 2003) e può agire in modo più efficiente delle altre economie”, grazie anche ad un tessuto di base dotato di capacità di ripresa e risposta migliore. Non ci sarà quindi da stupirsi se, dopo aver affrontato il coronavirus, eventi di mercato nel mirino quali le elezioni americane del novembre 2020 appariranno come un “non evento”.

Verso una de-globalizzazione

La crisi in atto a livello mondiale, secondo Saint-Georges, metterà in discussione l’impalcatura della globalizzazione e l’efficacia delle supply chain mondiali, nonché la relazione che lega economicamente e le diverse catene di produzione. “Un passaggio” ha commentato l’esperto, “che potrebbe rivelarsi abbastanza costoso”, ma che sarà portato a termine dalla Cina con maggiore facilità, grazie alla forte produzione locale e ad un mercato interno che, da solo, è meglio diversificato di quello statunitense.

Deflusso di capitali? No grazie

Sul fronte dell’equity, il mercato cinese ha ricominciato a fare bene a partire dalla seconda metà di marzo, recuperando i bruschi ribassi grazie ad una capacità di ripresa più veloce. A sostenere i corsi azionari, anche il pronto intervento da parte dello stato che, a differenza del blocco europeo e di quello americano (dove sono state adottate anzitutto risposte monetarie), ha posto in essere misure politiche più a target.

A favore del mercato cinese gioca infine la precaria situazione che la pandemia ha portato in Europa e negli Stati Uniti che, come sottolineato da Saint-Georges, non incoraggia i deflussi di capitali.

Azionario Cina: 4 fattori post covid

Secondo Haiyan Li-Labbé, analista finanziaria e gestore di Carmignac, la sovraperformance delle azioni cinesi potrebbe legarsi a quattro principali fattori.

In primo luogo, il fatto che il mercato cinese presentasse valutazioni iniziali pre crisi non così elevate (specie se confrontate ai multipli del mercato statunitense).

In secondo luogo, la fermezza e l’efficacia dellemisure di contenimento, nonché la preparazione nel far fronte all’emergenza con sufficienti dotazioni di sicurezza (avere abbastanza maschere ha permesso ai lavoratori di tornare al lavoro dopo un mese).

Terzo punto, l’iniezione di liquidità da parte della banca centrale, che non ha impattato la domanda reale nell’economia ed è quindi confluita nel mercato finanziario.

Infine, i settori della New Economy cinese, che sono riusciti ad approfittare dell’epidemia per consolidare la propria offerta su prodotti quali 5G, Cloud, Data Center, eCommerce, istruzione online e consulenza medica online.

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