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Cina 2019: investimenti, attese, prospettive economiche

28 Dicembre 2018 · Teresa Scarale · 3 min

  • Gli esiti del riassestamento dell’equilibrio fra Cina e Usa lasciano prevedere un riposizionamento degli investimenti sia a livello geografico che di ammontare

  • Oltre alle sfide esterne, il Dragone deve fronteggiare il cambiamento strutturale dell’economia cinese, con il Governo a fare da spola fra settore privato e Soe

Se c’è un Paese per cui questa fine d’anno è totalmente diversa rispetto a quella di un anno fa, questo è la Cina. Oggi, parlare di Cina 2019 equivale a scommettere sul presente, perchè è questa la preoccupazione numero uno degli investitori internazionali

Cina 2019

Non solo transizione energetica e politiche attive per il miglioramento della qualità della vita per i suoi cittadini. L’attuale sfida che il Dragone si trova ad affrontare è rappresentato dalla ricerca di un nuovo difficile equilibrio nelle mutate relazioni con gli Stati Uniti. E’ questo il fuoco centrale dell’ultimo rapporto McKinsey sul Paese di Mezzo. E se anche una completa previsione di quanto accadrà è impossibile, è sucra che i livelli degli investimenti sul lungo periodo caleranno. A ciò, si accompagnerà l’indicatore principe del rischio: la volatilità. Della crescita, delle valutazioni degli asset. Le prevedibili scosse richiederanno un approccio conservativo in alcune aree e mosse audaci in altre. Il punto è: quali?

Le relazioni con gli Usa

La questione del mantenimento delle attuali tariffe e dell’imposizione di nuove è solo uno dei tanti nodi dei rapporti fra i due Paesi. La problematica commerciale si articola nell’accesso delle imprese cinesi al mercato statunitense, nell’acquisizione di imprese americane da parte di società cinesi, nel trasferimento di proprietà intellettuale dagli Usa al Paese Giallo, nella possibilità o meno di condurre ricerca scientifica negli Stati Uniti. E’ vero che le restrizioni riguardano qualunque impresa proveniente dal Paese di Mezzo, qualunque sia la sua nazionalità, ma gli ostacoli maggiori riguardano le aziende cinesi di proprietà cinese.

I dazi: ma la Cina non è più quella di un tempo

La guerra commerciale trumpiana arriva in un momento storico in cui nel Paese di Mezzo sono in atto tendenze strutturali riguardanti la struttura produttiva della nazione e la sua transizione, almeno parziale, da economia industriale ad economia dei servizi. Sono molti i colossi cinesi del tech o del tessile i quali hanno delocalizzato la loro produzione in Paesi come il Vietnam, il Bangladesh, la Turchia ad esempio (si pensi a Samsung in Vietnam oppure alla tessile Li & Fung in Bangladesh). Altri Paesi destinatari della delocalizzazione potrebbero essere le Filippine, l’India, addirittura il Messico. Il che favorirà l’aggiramento degli ostacoli tariffari. La dimensione del mercato cinese interno inoltre è tale da rendere quasi indifferente l’affievolirsi del canale delle esportazioni: il cinese medio si è trasformato da lavoratore in consumatore deciso ed esigente. Il 78% del Pil cinese nei primi nove mesi dell’anno è stata generata dalla domanda domestica.

Gli investimenti e la ricerca

Quelli dalla Cina agli Usa sono crollati del 70% nel 2018, e la quota è dstinata ad aumentare nel 2019. Il rischio infatti è quello di incorrere nelle lungaggini procedurali della Committee on Foreign Investment in the United States (Cfius), con la seria probabilità di aver bruciato fiumi di capitali. Sono le stesse società cinesi quindi ad autocensurarsi e ad investire negli Usa minori quantitativi di denaro. A soffrirne saranno soprattutto alcune startup americane, cui i fondi cinesi offrivano valutazioni superiori di quattro o cinque volte quelle degli investitori Usa, con in più la garanzia dell’accesso al mercato sinico.

C’è un altro punto: gli investimenti diretti cinesi del passato spesso non passavano per la Cfius. Oggi, c’è il rischio concreto che molte procedure vengano aperte dopo anni. Per non parlare dei progetti di ricerca universitari e non lasciati incompleti da visa non rinnovate e rimpatri.

Chi invece beneficerà dei capitali cinesi

Israele, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Italia. Questi sono i Paesi che il rapporto McKinsey indica come destinatari dei fondi cinesi a sostegno delle startup. La visita autunnale in Israele del vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese Wang Qishan segna la preferenza per le opportunità israeliane, dall’Intelligenza Artificiale all’agritech. Per quanto riguarda la Gran Bretagna invece i settori destinatari dei capitali cinesi sono il fintech e l’healthtech. C’è poi un lavorio continuo dell’interesse nei confronti del Giappone, dal lusso al tech. Il governo italiano infine è attivamente alla ricerca di investimenti cinesi nel nostro Paese, in molti settori.

Cina 2019
Le savie politiche cinesi, fonte McKinsey

L’attivismo del governo cinese

Il 2018 ha visto una riorganizzazione profonda dell’apparato amministrativo cinese, con nuove nomine, sostituzioni  e politiche attive cui fanno seguito attente procedure di controllo.

Cina 2019: quali mosse aspettarsi dal governo

La priorità numero uno è quella di assicurarsi che le imprese cinesi non comincino con i licenziamenti su larga scala in risposta alla guerra commerciale con l’Aquila. Sono inoltre fortemente incoraggiati gli investimenti interni a discapito di quelli esteri, soprattutto in favore delle disastrate imprese statali (Soe, State owned enterprises). Le ultime settimane del 2018 stanno vedendo i politici cinesi sprecarsi in dichiarazioni di supporto all’imprenditoria privata. Un altro punto che il gigante asiatico si trova a fronteggiare è quello delle disparità regionali. Queste ultime sono infatti aumentate nel 2018, con le regioni sud orientali che hanno aumentato il distacco nei confronti di quelle interne e settentrionali.

Cina 2019
Fonte McKinsey
Cina 2019
Chen Yifei, Old dreams of Shanghai, 1993, Gallerie Marlborough, Londra
Teresa Scarale
Teresa Scarale
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