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La casa che brucia e i pompieri di Francoforte

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Contributor, Fabrizio Galimberti

01 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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L’emergenza aggrava la necessità di nuovi paradigmi di politica economica. Questa crisi suona la fine dell’austerità fine a se stessa. C’è solo da rimpiangere che ci sia voluto un sommovimento epocale, col suo corollario di morti e tragedie, per convincere i benpensanti che il bilancio pubblico è al servizio dell’economia e non viceversa

In un articolo leggermente profetico pubblicato su queste colonne nel dicembre scorso avevo argomentato, a proposito della Grande recessione del 2008-2009, che questa fu qualcosa di molto più serio di un ‘giù’ del ciclo economico. Quando la Grande recessione colpì il pianeta, proprio mentre epocali cambiamenti socio-politici – dalla globalizzazione alla rivoluzione tecnologica, dalle ondate migratorie ai cambiamenti climatici – andavano agitando l’economia e la società, la gente faticò a ritrovare quella bussola che fino allora aiutava a dare senso e significato al proprio vivere.

L’onda lunga di quei cambiamenti è ancora visibile: crescono le diseguaglianze. Il rimescolio dei posti di lavoro innestato da tecnologia e globalizzazione ingenera incertezza e tensioni. E molti abbracciarono quelle ideologie che vanno sotto il nome variegato del populismo. Populismo e diseguaglianze non hanno solo ramificazioni politiche. Hanno anche effetti economici. L’economia rallenta perché l’invidia sociale e l’incertezza sull’avvenire minano le propensioni alla spesa di famiglie e imprese.

Ecco perché, dicevo, avanzano nuovi paradigmi. Malgrado il supporto delle politiche monetarie (vedi i bassi tassi reali, perfino negativi), la crescita rimane insufficiente a fugare il malcontento e le frustrazioni. Avanza allora l’ipotesi che governi e Banche centrali debbano collaborare più strettamente per stimolare un’economia che alcuni credono affetta da ‘stagnazione secolare’. E questa ‘collaborazione’ fra politica monetaria e politica di bilancio può voler dire anche finanziamento monetario dei deficit pubblici, o ‘soldi dall’elicottero’. Un’esigenza resa ancora più pressante dall’emergenza sanitaria che ha spinto l’economia globale in recessione.

Era il 1980, e in un dibattito Robert Lucas jr. (che poi, nel 1995, ebbe il Nobel dell’economia) disse: “Non si può trovare nessun bravo economista di meno di 40 anni che si identifichi come ‘keynesiano’. Nei seminari di ricerca, le teorie keynesiane non vengono più prese sul serio; il pubblico comincia a mormorare e si vedono sorrisetti di sufficienza…”. Sarà, ma quando le cose si mettono male, siamo tutti keynesiani. Nella crisi della Grande recessione, tutti i governi decisero di spendere e spandere, e fu questa la ragione per la quale la recessione non si trasformò in depressione.

La stessa cosa sta succedendo oggi. I pacchetti di aiuti che si stanno approntando in giro per il mondo sono massicci e open-ended. La gente, come ai tempi della Grande recessione, tira in barca i remi della spesa. E oggi la crisi non è solo di domanda, è anche di offerta, e la paura è peggiore, perché, oltre ai soldi, mette in gioco la vita. Questa crisi suona la fine delle politiche di un’austerità fine a se stessa. C’è solo da rimpiangere che ci sia voluto un sommovimento epocale, col suo corollario di morti e tragedie, per convincere i benpensanti che il bilancio pubblico è al servizio dell’economia e non viceversa.

Finito lo sfogo. Ma come giudicare le imponenti misure messe in opera, da una sponda all’altra dell’Atlantico e da una sponda all’altra del Pacifico, per contrastare l’impatto del virus sulle economie? Il giudizio non può essere che positivo, ma con una riserva. Le cifre sono imponenti, e anche coloro che rabbrividiscono al pensiero di quanto aumenterà il debito pubblico di seguito ai trilioni di dollari o di euro messi in campo, non si sono opposti. Hanno capito che, quando la casa brucia, bisogna dare via libera ai pompieri. Ma è proprio sulla questione del debito pubblico che bisognerà che le politiche si diano nuovi orizzonti.

Il finanziamento monetario del deficit pubblico, o – quel che nella sostanza è lo stesso – l’emissione di titoli irredimibili a tasso zero sottoscritta dalla Banca centrale – non fa aumentare il peso ‘reale’ del debito pubblico. Certo, questo tipo di finanziamento è vietato dallo statuto della Bce. Un divieto che fu pensato per finanze pubbliche aberranti, non per economie aberranti. Un divieto che non ha più ragione di essere, e che è stato fustigato da un economista (ed ex banchiere centrale della Bank of England) del calibro di Willem Buiter: “La proibizione a tappeto dei prestiti diretti ai governi è una completa idiozia. Questo è quello che devono fare le Banche centrali. Non si deve rinunciare a questo strumento solo perché può essere mal gestito. Si può annegare nell’acqua, ma questo non vuol dire che non potete averne un bicchiere quando avete sete”.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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