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Carmignac: il nuovo mercantilismo Usa costerà caro

Carmignac: il nuovo mercantilismo Usa costerà caro

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

05 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • L’America di Donald Trump, come la Francia di Colbert, mostra oggi una performance economica invidiabile. Ma non è destinata a durare

  • Puntando a convogliare gli effetti della crescita mondiale unicamente su un paese, il nazionalismo economico come inteso da Trump impoverisce i partner commerciali. Mossa che prima o poi finisce per avere un effetto boomerang

  • Si tratta di una dottrina che nega il principio di un libero scambio che avvantaggia tutti, concependo gli scambi commerciali come un gioco a somma zero, con vincitori e perdenti

  • I contraccolpi nel medio periodo saranno altamente destabilizzanti, per tutti

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac, racconta a We Wealth le insidie del nuovo mercantilismo Usa. Una pratica di politica economica “drogata”, che dopo i primi roboanti risultati verrà pagata a caro prezzo

“Così come la Francia di Colbert si era arricchita, anche l’America di Donald Trump mostra oggi una performance economica invidiabile”. Parte da lontano, Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac, quando prende ad analizzare il nuovo mercantilismo Usa.

Una strategia vincente? Solo nel brevissimo periodo

Quindi il mercantilismo di Donald Trump sarà una strategia vincente? “A breve termine, l’esercizio di un rapporto di forze da parte dell’attore più potente non può che dare risultati spettacolari”, risponde Didier Saint-Georges. “Ma il mercantilismo si scontra inesorabilmente contro un duplice scoglio, come conferma già l’avventura trumpiana. Puntando a convogliare gli effetti della crescita mondiale unicamente su un paese, questa forma di nazionalismo economico impoverisce i partner commerciali, mossa che prima o poi finisce per avere un effetto boomerang, affossando le esportazioni e generando peraltro fortissime tensioni bilaterali. E fu questo nel passato a decretare la fine del mercantilismo, dopo che, a causa delle intense rivalità mercantilistiche, nel XVII secolo si erano moltiplicati i conflitti armati”.

I guai del nuovo mercantilismo Usa

“Nel XXI secolo gli ostacoli assumeranno probabilmente altre forme. Le multinazionali americane perderanno inizialmente il vantaggio sui margini derivante dalle supply chain globalizzate”. Ma sono i colpi di coda del Dragone per un eventuale salvataggio della sua economia, a spaventare maggiormente. Oltre alle misure di ritorsione infatti, si aggiungerebbe “il rischio di un significativo indebolimento della valuta cinese”. Tale rallentamento per la Cina sarebbe “socialmente e finanziariamente intollerabile”.

“Un drastico calo del renminbi renderebbe vana qualsiasi speranza di un accordo commerciale ed esporterebbe verso gli Usa e il resto del mondo una forte dose di deflazione, di cui nessuno ha bisogno oggi. Una reazione decisa della Fed, con un rapido ribasso dei tassi di interesse [come del resto appena annunciato da Powell, ndr], migliorerebbe temporaneamente l’economia globale, ma farebbe entrare gli Usa in una guerra dei cambi globalizzata”.

Il trumpismo è rischioso perché sfrutta un rapporto di forze favorevole a breve termine. Al salatissimo prezzo però di contraccolpi molto destabilizzanti nel medio termine.

Perché il nuovo mercantilismo Usa?

“In nome del programma America First, l’amministrazione Trump porta avanti una politica commerciale improntata a una coerenza che vale la pena capire. Parte dalla contestazione del libero scambio, basata sull’idea che la Cina non rispetta le regole e approfitta del libero scambio degli altri per arricchirsi a spese di tutti. Questa accusa, sia essa giustificata o meno, autorizza gli Usa a intraprendere la medesima politica esplicitamente mercantilistica che rimproverano alla Cina, affermando che è necessario ritornare a una situazione più equilibrata”.

Per finire, un po’ di storia

“In Europa la dottrina del mercantilismo non ha segreti. La Francia, l’Olanda e l’Inghilterra del XVII secolo ne hanno ampiamente sperimentato i meccanismi. Consiste, per un paese che gode di un rapporto di forze ad esso favorevole, nell’arricchirsi imponendo ai partner commerciali condizioni di scambio che gli permettono di favorire la sua attività manifatturiera e accumulare ingenti eccedenze estere”.

“È una dottrina che nega il principio di un libero scambio che avvantaggia tutti, concependo gli scambi commerciali come un gioco a somma zero, con vincitori e perdenti. Oggi, le politiche fiscali e commerciali statunitensi consistono nell’abbassare il tasso di imposizione delle attività manifatturiere sul territorio nazionale. Tassando però le importazioni. In tal modo, vengono favoriti gli investimenti negli Stati Uniti a scapito del mondo emergente”. Il tutto in controtendenza rispetto alla dinamica degli ultimi quarant’anni, sviluppatasi sotto l’egida della globalizzazione.

Teresa Scarale
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caporedattore
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