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Brexit, nessun dubbio: trionfo dei conservatori

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

13 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Johnson adesso ha i numeri per far approvare dal Parlamento il suo accordo per il recesso del Regno Unito dalla Ue entro il 31 gennaio 2020. Poi però seguirà il periodo di transizione

  • Balzo della sterlina sul dollaro nei primissimi minuti degli exit poll. Mai così tanto dal 2017

  • Johnson dovrà essere in grado di concludere gli accordi commerciali entro il periodo di transizione. Accordi per i quali sono di solito necessari “vari anni”, come dicono gli esperti di commercio internazionale

  • Se Johnson non sarà in grado di negoziare un accordo commerciale con l’Ue entro la fine del periodo di transizione, il Regno Unito applicherà le regole del Wto. Con il rischio di ridursi il Pil del 10 – 15% nel lungo termine

Al motto di “Get Brexit Done”, i conservatori hanno conquistato la più vasta maggioranza dall’epoca della Thatcher. E adesso, dopo tre anni e mezzo di discussioni, per il recesso effettivo del Regno Unito dall’Ue è solo questione di (poco) tempo

Le più importanti elezioni britanniche della storia contemporanea hanno dato il loro chiaro verdetto: per i conservatori di Boris Johnson è vittoria schiacciante. Il partito conservatore conquista infatti 365 seggi [dato definitivo], mentre i laburisti si fermano a 202. Il risultato segna un progresso del +49% rispetto alle ultime elezioni per i conservatori.

Elezioni Uk, la Brexit è dei conservatori

La maggioranza, la più vasta dal 1987 (secondo governo Thatcher), consentirà di rendere concreta e definitiva la Brexit a tre anni e mezzo (23 giugno 2016) dal referendum che l’aveva decisa con la vittoria del leave sul remain. Boris Johnson, leader dei Tory, porta a casa lo storico risultato anche grazie alla decisione di Nigel Farage (leader del partito della Brexit) di non candidare nessuno dei suoi nelle fila dei conservatori. La mossa del “padre della Brexit” però non ha avuto altro esito che quello di aumentare il numero degli elettori dei Tory: molti “Brexiteers” infatti hanno ritenuto più saggio non disperdere il voto. Il trionfo di Boris Johnson è arrivato grazie a un messaggio semplice: votare per i conservatori avrebbe significato portare a termine la Brexit. In cinque mesi Johnson ha rinegoziato l’accordo sulla Brexit e unificato il suo partito, convincendo gli esasperati elettori britannici a sostenerlo.

La promessa ha consentito a Johnson di vincere in distretti da sempre considerati roccaforti del partito laburista. Sulla sconfitta del fronte remain, hanno pesato non solo le divisioni interne, ma anche la scarsissima attrattiva di cui gode il leader dei laburisti Jeremy Corbyn, considerato troppo lontano dalla base tradizionale del partito della sinistra britannica.

Brexit, il difficile viene adesso

Johnson adesso ha i numeri per far approvare dal Parlamento entro il 31 gennaio 2020 il suo accordo per il recesso del Regno Unito dalla Ue. La data comunque non rappresenterebbe l’uscita ufficiale del paese dalla Ue. Si aprirebbe infatti il periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020. Come riporta l’Economist però, “quasi tutti gli esperti di commercio internazionale” si dicono scettici sulla effettiva capacità di Johnson di chiudere in tempi così brevi trattative così complesse. “Accordi simili richiedono di solito vari anni”. Johnson dovrà allora ricorrere a un’altra estensione? Se, per motivi elettorali non dovesse farlo, il rischio (di nuovo) di una Brexit senza accordo sarebbe elevatissimo.

Lo sa bene Silvia Dall’Angelo, senior economist, Hermes Investment Management. “L’approvazione di un accordo di uscita non implica necessariamente una navigazione tranquilla. Il disegno di legge sull’uscita riguarderà solo l’aspetto del ‘divorzio’. La negoziazione delle future relazioni con l’Ue [invece], compresi gli accordi commerciali e di sicurezza, potrebbe richiedere anni”.

Scozia e Brexit, niente di buono

Nel tripudio generale, cresce una spina nel fianco di Johnson. Il partito nazionalista scozzese (Snp) ha infatti stravinto, ottenendo 20 distretti in più rispetto alle elezioni precedenti. Risultato che riporterà l’indipendenza scozzese nell’agone politico britannico.

Brexit e asset management

I mercati hanno salutato con entusiasmo i primi exit poll, con la sterlina in salita del 2% sul dollaro già nei primi minuti dopo la chiusura dei seggi. Si tratta del più grande balzo della valuta britannica dal 2017 a questa parte.

Fra chi plaude al risultato delle elezioni c’è sicuramente Peter Kinsella, global head of forex strategy di Union Bancaire Privée (Ubp). Kinsella sottolinea che un tale risultato elimina dallo scenario l’incertezza derivante dalla Brexit. La maggioranza assoluta dei conservatori vuol dire infatti ratifica dell’accordo di recesso dell’Ue entro la fine di dicembre. L’eliminazione dello spettro di un governo laburista e di una Brexit non definita potrebbero portare al rally di alcuni asset britannici, dice l’analista.

Come visto, la sterlina sta brillando. Alla vigilia delle votazioni i mercati valutari avevano del resto già prezzato questo risultato, favorendone gli acquisti rispetto alle vendite. Eli Lee, economista di Bank of Singapore, però ha dei dubbi. “Il rally del gbp potrebbe interrompersi l’anno prossimo, alla luce del percorso negoziale che Uk e Ue dovranno intraprendere per raggiungere un accordo commerciale”. Dello stesso avviso è Ranko Berich, head of market analysis di Monex Europe.

Silvia Dall’Angelo, Senior Economist, Hermes Investment Management, aggiuge però che una “transizione brusca provocherebbe probabilmente un forte movimento di breve termine”. Ossia, “in assenza di un accordo commerciale, il Regno Unito ricorrerà alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio”, fatto “potenzialmente in grado di ridurre il Pil del 5%-10% nel lungo termine”.

Elliot Hentov, responsabile policy research di State Street Global Advisors, rileva gli effetti benefici del risultato elettorale su azioni e asset di rischio nel breve termine. Infatti “una parte del premio di incertezza legato alla Brexit potrebbe venire meno, contribuendo così a sbloccare almeno una parte degli investimenti inattivi. Anche se non ci sarà un ritorno ai livelli pre-referendum, nel 2020 assisteremo a un trend positivo per gli investimenti, soprattutto per le imprese orientate al mercato interno”. Mette però anche lui in guardia dal rischio politico legato ai negoziati commerciali.

Coincidenze

A gennaio 2020 termina anche il mandato di Mark Carney, governatore della Banca di Inghilterra. Nella sua ultima riunione, la banca ha mantenuto la neutralità del suo orientamento, facendo chiaro riferimento a “scenari di breve termine in cui sarebbe necessario un ciclo di  alleggerimento”. Passati gli entusiasmi, la consapevolezza che potrebbero essere necessari anni per giungere a un accordo commerciale prospetta una riduzione dei già bassi tassi.

Teresa Scarale
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