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The Adam Smith Society: Brexit o non Brexit, è il crollo di una civiltà

28 Marzo 2019 · Teresa Scarale · 3 min

  • Un concetto che alla signora Theresa May non appare particolarmente chiaro: “Brexit means Brexit“. Vale a dire, “chi pensa di poter uscire dal mercato unico mantenendone i vantaggi si sbaglia di grosso”

  • “I danni al welfare post Brexit saranno di 800€ a testa per la Gran Bretagna, di 700€ per l’Irlanda e di 150/200€ per Germania e Francia”

  • Il crollo dei valori politici della Gran Bretagna appare chiaro se si pensa all’incoerenza con i principi sempre promulgati, come l’allargamento e la vocazione internazionale

  • Dal punto di vista dei negoziatori europei, la Brexit è un successo. Tutti sono compatti e la Commissione tiene una posizione saldamente unitaria. Invece per la Gran Bretagna, comunque vada, ci sarà la perdita della sua ricchezza più preziosa: il soft power

Quella della Brexit, comunque andrà a finire, è una severa lezione per tutti i governi europei. E rischia di rappresentare il crollo di quei valori fondanti che nei secoli hanno fatto “grande” la Gran Bretagna. Intanto la May annuncia le sue dimissioni in cambio dell’accordo

Sconcertante irrazionalità, specie se paragonata alla luminosa storia di acume politico della Gran Bretagna. Questo, fra le righe, il giudizio emerso dalle parole di tutti i relatori della tavola rotonda “Brexit o non Brexit”, organizzata a Milano da The Adam Smith Society presso la sede di Arca Fondi Sgr. Moderato da Antonio Caprarica, il convegno ha dato spazio al presidente di Assosim Michele Calzolari, al direttore generale di Assonime Stefano Micossi, al presidente di Simest Salvatore Rebecchini e al direttore generale Abi Giovanni Sabatini. A fare gli onori di casa, il presidente di The Adam Smith Society, Alessandro De Nicola, e Ugo Loser, ad di Arca Fondi Sgr. In collegamento da Roma, il presidente dell’Istituto Affari Internazionali Fernando Nelli Feroci. Infine, a titolo di keynote speaker, è stato presente Ken O’Flaherty, vice ambasciatore all’ambasciata britannica di Roma.

O dentro o fuori

“Bisogna spiegare alla signora May che Brexit means Brexit“: Brexit vuol dire Brexit, dice Antonio Caprarica. “Chi pensa di poter uscire dal mercato unico mantenendone i vantaggi si sbaglia di grosso”. A parlare è Stefano Micossi, il quale sottolinea come qualunque paese in exit disponga di un potere negoziale troppo piccolo rispetto a quello dell’Unione. Il suo intervento giunge dopo quello del vice ambasciatore Ken O’Flaherty e la sua ammissione che “l’accesso ai mercati sarà più limitato”. Non una rosea prospettiva, tenendo conto che, sempre nelle parole del vice ambasciatore, “l’Ue è il maggiore mercato di sbocco per il Regno Unito“.

Il crollo di un’infrastruttura

Comunque “l’interesse è quello di mantenere legami con l’Unione”. Ma quest’ultima costituisce un’infrastruttura vera e propria. E “ricostruire le infrastrutture è difficilissimo”, prosegue Micossi. “I danni di welfare post Brexit saranno di 800€ a testa per la Gran Bretagna, di 700€ per l’Irlanda e di 150/200€  per la Germania e la Francia”. Trascurabili per gli altri, come per l’Italia. “Le grandi banche di investimento potrebbero non avere più motivo per tenere sedi a Londra. Prima, era la porta di ingresso per l’Europa… Ora, anche i regulators ci metteranno del loro” per non incentivare il mantenimento e la costituzione di nuove sedi nella capitale britannica. Certo, “non ci sarà un grande crash finanziario perché le istituzioni si stanno attivando, ma gli sviluppi di lungo periodo saranno implacabili“. La Brexit è “una severa lezione per tutti”, interviene Antonio Caprarica.

La fine del liberalismo britannico?

Con l’uscita, il rischio è che venga poi a mancare del tutto nell’Unione quello stimolo tipico del liberalismo inglese tanto benefico per la cultura di impresa. Ugo Loser, ad di Arca, aggiunge a quello comune il suo “sentimento di tristezza” per una defezione che va a scontrarsi con la vocazione internazionale multi secolare della Gran Bretagna, multietnica da molto prima che gli altri paesi imparassero il significato della parola. Come sottolinea Antonio Caprarica, “la Gran Bretagna non è stata molto coerente con i principi che ha sempre promulgato, specie quelli dell’allargamento”.

Un fallimento per tutti, un successo per la Commissione

Per Ferdinando Nelli Feroci dire che “l’attuale situazione è di straordinaria incertezza è dire poco”. L’unica strada praticabile per il presidente dell’Istituto Affari Internazionali sarebbe quella di “accettare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Doganale. Il che è molto difficile. Lo scenario ora più verosimile è quello del no deal. Ma i costi saranno enormi, con un impatto drammatico nel breve medio termine”.

Quello del referendum è stato un “evento catastrofico”, dovuto a “un errore politico grave di un leader che avrebbe avuto il compito di guidare il Paese. Non si affida alla scelta referendaria una decisione simile“. L’articolo 50 (quello che regola il meccanismo di recesso volontario e unilaterale di un paese dall’Ue) “non è stato compreso fino in fondo”. Rincara poi la dose dicendo che “la storia dell’Ue è una storia di successo, mentre la Brexit è un fallimento per tutti“. Ma, dal punto di vista dei negoziatori europei, i negoziati sono un successo. Sono tutti compatti e la Commissione tiene una posizione solidamente unitaria.

Isola versus Continente

La voce fuori dal coro è quella di Salvatore Rebecchini, che, ricordando il discorso di Bruges (1988) della Thatcher, ricorda che il Paese ha sempre difeso le prerogative del Parlamento sopra ogni cosa. E che è sempre stato antinomico rispetto al Continente. Punta il dito poi contro il gigantismo e l’inutile ipertrofia normativa della macchina burocratica europea. E ricorda la contemporaneità del saggio “Per una federazione europea” di Friedrich von Hayek. Il quale nel 1939 aspirava ad una negative integration dei paesi europei, basata sulla decentralizzazione e il principio di sussidiarietà.

Il vice ambasciatore Flaherty ricorda che comunque quella britannica è la quinta economia al mondo e che la disoccupazione non è mai stata così bassa da 47 anni a questa parte. Stiamo allora facendo pagare alla Gran Bretagna il prezzo della salvezza dell’Ue?, interviene Caprarica.

“Non amici eterni, ma interessi permanenti”

Il presidente della Adam Smith Society, Alessandro De Nicola, nel chiudere i lavori ricorda le parole che nel 1840 il visconte Palmerston pronunciò ai Comuni. “La Gran Bretagna non ha alleati, amici o nemici eterni ma soltanto interessi permanenti“. Ciò detto, aggiunge che “bisogna trovare un nuovo modus vivendi” per il Regno Unito in quanto “pezzo fondamentale del Continente” (Caprarica). Magari simile a quello della Norvegia o della Svizzera. Ma De Nicola è pessimista. “Comunque vada, quello che la Gran Bretagna sta per perdere è il suo soft power, l’attrattiva che sempre ha esercitato nei confronti del mondo fra il 1995 e il 2015”. Che poi è un fatto di intelligenza politica e di civiltà.

Un funerale (ancora) senza il morto

Nel suo humor britannico Antonio Caprarica saluta ricordando che “abbiamo celebrato un funerale, ma non c’è ancora il morto”. E che “nella patria della democrazia, non è impensabile proporre un secondo referendum”. Perchè se la hard Brexit sarebbe un disastro, la soft sarebbe ancora peggio, in quanto il Paese si ritroverebbe nella situazione della Norvegia (forte del suo petrolio, che la Gran Bretagna non ha più) o della Svizzera. Ma, “con tutto il rispetto, Londra non è Lugano”.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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