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Borse, stime degli analisti a confronto tra Europa e Usa

24 Dicembre 2018 · Walter Riolfi · 3 min

Il 2019 non sarà un anno semplice. Quale sarà la Borsa o l’attività finanziaria che produrrà i migliori risultati? Le stime degli analisti

Quale sarà la Borsa o l’attività finanziaria che produrrà i migliori risultati il prossimo anno, ha chiesto Bank of America ai propri clienti alcune settimane fa? La risposta è stata sorprendente: quasi il 50% ha dichiarato che non saranno di certo le azioni americane. Ma, par di capire che nemmeno i titoli europei godranno di buona sorte. Forse andranno meglio quelli dei paesi emergenti, forse quelli giapponesi. Stupisce un poco questa professione di pessimismo in prevalenza raccolta tra operatori statunitensi e britannici, poiché Wall Street ha toccato il proprio record due mesi fa e, pur nel trambusto iniziato ad ottobre, conta perdite piuttosto contenute dal suo recente massimo (-9%). Peggio sono andate le cose in Europa, dove l’indice Stoxx è in ribasso del 12% (dati al 26 novembre) e il giapponese Nikkei dell’11%. Un disastro si sono invece rivelate le Borse dei paesi emergenti (-24% l’indice Mscief) e Shanghai (-28%). E naturalmente la povera Piazza Affari che segna un -22,5% dal picco di gennaio.

L’esercizio delle previsioni, già aleatorio nelle fasi di stabilità dei mercati, si profila quest’anno alquanto improbo, visto il clima d’incertezza che regna ovunque. A giudicare dalle analisi delle grandi case d’investimento si direbbe che i mercati europei potrebbero far meglio di Wall Street. Lo si diceva anche a febbraio, dopo il primo scivolone della Borsa americana. E invece le cose andarono nel senso opposto. E poi “far meglio” potrebbe significare scendere un po’ meno di Wall Street: che è prospettiva poco consolante. L’ipotesi di un indice Stoxx al rialzo e dell’S&P al ribasso non è nemmeno da prendere in considerazione, perché è sempre stata la Borsa americana a dettare l’andamento dei mercati internazionali. Dunque, se si vuol sperare in un recupero delle piazze d’Eurozona, bisogna solo sperare che Wall Street mantenga, almeno, le posizioni. A ben vedere l’unico punto di forza dei mercati del Vecchio continente sta nella relativa sottovalutazione dei titoli o, se si preferisce, nel fatto che da noi le azioni sono un po’ meno care.

Quanto meno care? In base ai calcoli di BofA, di un buon 20%, dal momento che lo Stoxx esprime un rapporto tra prezzi e utili (2019) di 12,7, contro il 16,2 dell’S&P500. Se il confronto è calcolato sul patrimonio (p/bv), si può tranquillamente sostenere che i titoli europei valgono la metà di quelli americani. Ma questo calcolo è spesso fuorviante: infatti non si capirebbe come mai nessuno voglia oggi comprare i titoli bancari italiani, valutati circa la metà di quelli europei e un quarto degli americani. Se dai multipli di mercato si passa alle considerazioni economiche, il confronto tra Eurozona e Stati Uniti si fa assai
meno convincente: la crescita del Vecchio continente sarà nei prossimi due anni assai più bassa di quella americana. E, se negli Usa si paventa una recessione nel 2020, occorre pensare che le cose potrebbero andare ancor peggio da noi. Per questo gli analisti di SocGen, pessimisti da tempo, ma pessimisti verso tutti i mercati, stimano l’indice S&P in calo del 10% (a 2.400) a fine 2019, ma lo Stoxx e il FtMib ancora in caduta del 15-16% e in ulteriore flessione pure nel 2020.

Inclinano verso le azioni europee gli uomini di Pictet: ma non si spingono oltre un consiglio di neutralità (ovvero mantenere il peso attribuito dall’indice MS World), mentre dovrebbero essere sottopesati i titoli di Wall Street e comprati quelli dei Paesi emergenti e soprattutto del Giappone. Propenderebbe per l’Europa anche Erik Nielsen, economista di UniCredit, non fosse altro per le “meno tirate” valutazioni dello Stoxx rispetto all’S&P: “ma le correlazioni tra le due aree sono molto elevate” – sostiene – e se il rallentamento economico si avvertirà in America nella seconda parte dell’anno, non risparmierà certo l’Europa. Il guaio è che da noi già si sta scivolando verso la stagnazione, come hanno segnalato gli indici Pmi (Markit) di novembre, con quello manifatturiero sceso a 51,5, il minimo da 2 anni e mezzo e l’indicatore dei servizi crollato a 53,1 (contro attese di 56,6). Per l’Italia, gli indici sono persino scesi sotto la soglia di 50, che separa la crescita dalla contrazione. Questi dati offrono a Mario Draghi “una carta in più per definire l’attuale rallentamento non temporaneo, ma strutturale”, conclude Antonio Cesarano di Intermonte

Walter Riolfi
Walter Riolfi
Laureato in storia si è avvicinato ai mercati finanziari lavorando in borsa prima di diventare, nel 1992, giornalista economico. Dalle pagine de «Il Sole 24Ore», ha scritto di mercati finanziari e politica monetaria. Non credendo alla teoria dei mercati efficienti, ha sempre cercato di analizzare i comportamenti degli investitori, convinto che il sentiment del mercato giochi un ruolo prevalente nelle scelte d'investimento. Dal 2017 collabora anche all'inserto economico de «Il Corriere della Sera».
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