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Banche, solo il consolidamento può salvarle dalla crisi

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

23 Giugno 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Le banche (europee) restano l’impalcatura fondamentale per evitare i crolli da crisi covid, ma è ora di pensare a serie politiche di consolidamento. I margini sempre più sottili chiamano a gran voce operazioni di aggregazione. Il perché, nelle parole di Andrea Enria e degli analisti

Sono le banche che hanno permesso la “traversata nel deserto” alle imprese nei primi giorni della crisi. Rispetto al post 2008, il sistema bancario europeo ha in pancia molti meno crediti deteriorati, la metà. L’ossatura bancaria è più solida, più liquida, più patrimonializzata. L’incertezza del momento attuale è però radicale, e un eventuale secondo lockdown molto probabilmente intaccherebbe la tenuta stessa del sistema bancario.

Queste e altre osservazioni nell’intervista che il capo della vigilanza della Bce, Andrea Enria, rilascia al Sole24Ore.

Chiudere 450 banche?

L’economista reputa “vulnerabile” il settore delle banche europee: “Brucia capitale da dieci anni”, dice. L’economista lamenta in particolare una carenza di ristrutturazioni, e fa riferimento all’esperienza americana post Lehman Brothers. Dopo il crollo del gigante bancario nel settembre 2008, prese il via infatti un rapido consolidamento a livello federale. Vale a dire, in quattro anni furono chiuse 450 banche. In Europa invece, si è vista solo qualche operazione di carattere nazionale, mentre il sistema è drogato da finanziamenti pubblici a pioggia. La conseguenza è che la redditività delle nostre banche è rimasta molto bassa, prosegue Enria. “Le banche europee quotate capitalizzano mediamente il 30%” del loro valore a bilancio. Devono tornare ad attrarre investitori, a generare capitale.

E le banche italiane, in particolare? Sono allineate a quelle europee. Anche se, sottolinea il presidente della commissione di vigilanza della Bce, la “pulizia dei bilanci” è lungi dall’essere completata. A fronte di una percentuale media europea di crediti deteriorati (npl) pari al 3,2%, le banche italiane ne hanno il 6,7%. In generale, è difficile operare in questa fase qualunque previsione circa l’aumeno degli npl. Anche se “il peggioramento della situazione è inevitabile”.

Ops Intesa-Ubi, note positive. Del Vecchio e Mediobanca, meno

“L’emergenza sanitaria ha ridotto e sta riducendo i margini di redditività”, ammette l’economista. Ciò apre le porte a una stagione di fusioni e acquisizioni? “Non può che essere così”, ma i regolamentatori devono rimuovere gli ostacoli a una gestione integrata del capitale e della liquidità a livello europeo.

Stanti queste premesse, l’opinione sul risiko bancario in corso nel Belpaese dovrebbe essere positiva. Enria non può sbilanciarsi sull’ops di Intesa su Ubi Banca, “trattandosi di un’operazione ancora in corso a al vaglio delle autorità”. Tuttavia, “in generale, sia pure con prudenza, guardiamo con favore a processi di aggregazione” e poi, dal punto di vista Bce, l’ops “rispetta i criteri che siamo chiamati a valutare”. Enria plaude in generale alla “biodiversità bancaria”, ma a condizione che vi siano “competenze, tecnologie, redditività adeguate”.

Per quanto riguarda invece Leonardo Del Vecchio e la sua richiesta di salire fino al 20% in Mediobanca, l’economista esprime prudenza. La valutazione “è appena iniziata e ci sarà bisogno di qualche settimana prima di portarla a termine. Noi valutiamo con attenzione ogni cambiamento rilevante negli assetti azionari, sempre mantenendo la prospettiva della sana e prudente gestione della banca”.

Banche ok consolidamento. Ma attenzione ai settori esposti

Non è detto però che siano automaticamente gli istituti più piccoli a soffrire. Soprattutto in Europa infatti, le banche più piccole sono quelle con solidità patrimoniale più elevata e liquidità maggiore. Inoltre, “l’impatto più che dalle dimensioni dipenderà dall’essere più esposte o meno ai settori più in crisi”. E qui Andrea Enria cita trasporti, turismo, ristorazione.

Razzoli, Equita: serve una guida per indirizzare i fabbisogni di nuovo capitale

Giovanni Razzoli, analista Equita, vede nelle dichiarazioni di Enria un segnale dell’arrivo (anche non nell’immediato) di “una guida per chiarire eventuali fabbisogni di nuovo equity”. Prosegue l’analista, “a luglio verrà anche presentato un documento nel quale si specificano i tempi per la ricostituzione dei livelli di capitale post crisi”. Ciò, per chiarire che la flessibilità garantita oggi non deve essere intesa come “un abbassamento strutturale” del livello di patrimonializzazione richiesto a una banca per essere considerata solida. Razzoli ribadisce poi che “il regolatore è favorevole ai processi di concentrazione che possono consentire di superare la strutturale debolezza del ritorno sul capitale”.

Sull’unione bancaria, Enria vede “il bicchiere mezzo pieno”. Rispetto al 2009 è stato fatto un salto di qualità, dice l’economista. Aggiunge poi che “finché non c’è una rete di protezione integrata [a livello europeo, ndr] il mercato rimane segmentato a livello di singoli Stati”. E la diversità di aiuti provocherà un’ulteriore segmentazione nel sistema bancario Ue.

Quanto all’ipotesi una bad bank europea, Razzoli ritiene che l’iniziativa “ha più chance di essere realizzata rispetto al passato vista la maggior convergenza dei sistemi paese”. Tuttavia, “i tempi potrebbero essere lunghi e non coerenti con la necessità di agire rapidamente per far fronte di qui a un anno a una possibile accelerazione dei crediti deteriorati”.

Teresa Scarale
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caporedattore
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