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Aziende: le tre sfide per i prossimi 2 anni

Aziende: le tre sfide per i prossimi 2 anni

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

26 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Per il 39% degli intervistati il passaggio generazionale potrà rappresentare un fattore di stress e rischio

  • Per il 35% invece la continua crescita senza controllo dei fattori legati alla globalizzazione

Assenza di un passaggio generazionale nelle imprese familiari, tasso di globalizzazione in forte crescita e una cultura aziendale non al passo con il cambiamento

Assenza di un passaggio generazionale nelle imprese familiari, tasso di globalizzazione in forte crescita e una cultura aziendale non al passo con il cambiamento. Questi  i 3 principali fattori di rischio che imprese e imprenditori dovranno affrontare nei prossimi 2 anni.

Secondo il “Global risk landscape 2020” pubblicato da BDO, società di consulenza, in un contesto fortemente caratterizzato dall’incertezza economica causata dalla pandemia e adesso anche dalle imminenti elezioni americane, per 500 manager intervistati, nei prossimi 2 anni ci saranno diverse sfide da affrontare e superare. E dunque per il 39% degli intervistati il passaggio generazionale potrà rappresentare un fattore di stress e rischio. Per il 35% invece la continua crescita senza controllo dei fattori legati alla globalizzazione. E infine per il 47% c’è il rischio di avere una cultura aziendale non al passo con la velocità del cambiamento. A tutto questo si deve aggiungere un’importante fattore e cioè quello umano. Il 50% degli intervistati è preoccupato dai differenti modelli lavorativi che vogliono le nuove generazioni. E il 38% sottolinea che una mancanza di diversity nella propria realtà potrebbe creare situazioni esplosive.

Ma nel caso in cui l’imprenditore non dovesse cogliere queste sfide e comportarsi in modo tradizionale come nel periodo pre-Covid, cosa succederebbe?

Il report evidenzia come si potrebbe realizzare una diminuzione delle azioni (25%) e una perdita dei clienti (25%). Oltre a danni sugli asset intangibili dell’azienda (la motivazione tra i propri dipendenti, la scarpa capacità di tenere i talenti, un calo nella qualità dei prodotti). A questo si aggiungerebbe poi anche la componente finanziaria. E dunque una flessione economica (37%), minacce informatiche (34%), chiusura o sospensione delle attività (28%). Questi gli eventi più temute e le conseguenze che i manager intervistati temono.

Altro aspetto che molto spesso non è capito dagli imprenditori, o viene distorto dagli stessi è la leadership. Il 62% ritiene che la credibilità della società coincida con quella del suo capo. Mentre l’85% pensa che avere un manager esposto mediaticamente aumenti il rischio reputazionale.
Ma dunque come gestire o anticipare la nascita di questi rischi?
Secondo il report un passo fondamenta e nominare un risk manager nel board della aziende. Tasto dolente, dato che in Europa solo il 22% degli intervistati ha dichiarato di aver un risk manager di livello-C, contro il 46% dell’area Asia-Pacifico.

Altra modalità potrebbe invece essere quella di cambiare strategia, passando da un approccio reattivo a quello proattivo. Il 58%ritiene, infatti, che prevenire sia più efficace che reagire, mentre il 18% è convinto che quello che conta sia l’azione di risposta alla crisi. In questo senso, il 45% dei manager considera la strategia della propria azienda come proattiva mentre il 35% reattiva. Ma attenzione perché solamente 1 manager su 5 ha definito la propria organizzazione come estremamente proattiva. Ma le cattive notizie non finisco qua perché Dei 500 manager C-level intervistati da Bdo, 300 si trovano nell’area Emea e solo il 45% ritiene che le proprie aziende siano in grado di avere un approccio proattivo rispetto alle situazioni di crisi. Il 36% ammette di adottare un approccio reattivo, E IL 57% vede nella preparazione di una potenziale crisi lo strumento più efficace per ridurre al minimo i danni.

Giorgia Pacione Di Bello
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