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Axa Im, il rally obbligazionario non è ancora finito

Axa Im, il rally obbligazionario non è ancora finito

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Redazione We Wealth
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17 Luglio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Per il manager “stiamo per assistere a un allentamento della politica monetaria, tuttavia abbiamo motivo di sentirci abbastanza tranquilli relativamente alle prospettive di crescita a breve termine”

  • Secondo Iggo “il rally attuale per l’obbligazionario è iniziato a ottobre dello scorso anno per i Treasury e a febbraio dell’ultimo anno per i Bund. Potrebbe continuare se le banche centrali portassero avanti una politica accomodante”

La fase rialzista del mercato obbligazionario – nonostante un leggero rallentamento – non è ancora finita. Parola a Chris Iggo, cio obbligazionario di Axa Im

“I mercati obbligazionari hanno leggermente rallentato, ma credo che la fase rialzista non sia ancora finita”. Inizia così la riflessione di Chris Iggo, cio obbligazionario di Axa Investment Managers sul fixed income. Per il manager “stiamo per assistere a un allentamento della politica monetaria, tuttavia abbiamo motivo di sentirci abbastanza tranquilli relativamente alle prospettive di crescita a breve termine”. Una view positiva, dunque, sul mercato obbligazionario, il cui rally sembra essere destinato ad andare avanti ancora.

Un settore tendente ancora al rialzo

“Ci troviamo nella 5a fase rialzista (in termini di prezzo) del mercato obbligazionario in dieci anni. I picchi precedenti sono avvenuti a settembre 2010, giugno 2012, marzo 2015 e luglio 2016”, ricorda Iggo. Per il manager, “il rally attuale per l’obbligazionario è iniziato a ottobre dello scorso anno per i Treasury e a febbraio dell’ultimo anno per i Bund. Potrebbe continuare se le banche centrali portassero avanti una politica accomodante. Rispetto ai picchi precedenti, il prezzo dei Treasury potrebbe salire di più rispetto a quello dei Bund, in linea con gli yield Usa che sono ancora abbastanza alti”.

Secondo Iggo, “uno yield target dell’1-1,5% per il segmento a 10 e 30 anni negli Stati Uniti non sembra poi così esagerato, qualora la Fed proceda con un allentamento significativo nei prossimi due anni. Questo comporta un rendimento del prezzo a doppia cifra nel segmento a lungo termine della curva dei Treasury. La fase rialzista del mercato obbligazionario non è necessariamente finita”.

Lo yield è una cosa, il rendimento un’altra

“Di fronte a tassi più bassi più a lungo, cosa dovrebbe pensare chi investe in reddito fisso?”, si chiede il manager. Una strategia “interessante – spiega Iggo – resta un approccio Barbell nell’high yield short duration (nei mercati emergenti e sviluppati) e in titoli di Stato a più lunga scadenza e di alta qualità. Eppure, mi sembra che molti investitori abbiano bisogno di essere convinti a investire in titoli di Stato a lunga scadenza perché gli yield sono così bassi. Io continuo a basarmi sullo stesso principio. Nei portafogli obbligazionari a gestione attiva dove il periodo di investimento effettivo è molto più breve rispetto a quello di una strategia buy-to-hold, il livello dello yield in questo momento non è necessariamente quello dei rendimenti futuri”.

La forza della duration

Per Iggo, in questo contesto intervengono i fattori di rischio rappresentati dalla duration e dalla convessità. “Con la tendenza al ribasso degli yield e l’emissione di obbligazioni a cedola più bassa, la duration media tende ad aumentare. La duration dell’indice dei Treasury decennali è salita da 11,7 anni di un decennio fa ai 17 anni attuali, in linea con la riduzione della cedola media dal 6,4% del 2009 al 3,5% odierno.

Maggiore è la duration, maggiore sarà la sensibilità del prezzo delle obbligazioni alle variazioni dello yield. Tale sensibilità varia anche in risposta a un calo degli yield, un rapporto che viene chiamato convessità. Senza entrare troppo nei tecnicismi, più lunga è la duration e maggiore la convessità, più ampia sarà l’oscillazione del prezzo di un’obbligazione in caso di variazione degli yield”, commenta il manager.

La copertura

Naturalmente è molto diverso se si conserva l’obbligazione a lungo termine in portafoglio fino alla scadenza. “Gli yield sono molto bassi e dunque sembra avere poco senso. Uno yield dello 0,35% per il debito giapponese a 30 anni, o dello 0,99% per il debito francese, o dell’1,48% per il debito spagnolo sembrano assurdi. Ma adottando un approccio attivo alla gestione del reddito fisso si può sfruttare la volatilità che deriva dagli strumenti con una duration maggiore, anche se gli yield non variano molto. Questo è importante anche nella costruzione di portafogli multi-asset. Negli ultimi dieci anni, la correlazione tra un portafoglio di titoli di Stato globali a lunga scadenza (in USD o EUR) e gli indici azionari è stata tra nulla e negativa”, spiega Iggo.

“Con la discesa dei prezzi azionari – sottolinea ancora il manager – scendono anche gli yield obbligazionari e ciò significa che i prezzi delle obbligazioni a più lunga scadenza salgono, contribuendo a compensare le perdite azionarie. Da un back-testing approssimativo abbiamo calcolato un rendimento composito del 10% negli ultimi 5 anni per un portafoglio composto al 60% da Treasury e al 40% da titoli S&P500, con una volatilità di 6,5 soltanto. La stessa analisi fatta per un portafoglio in euro ha avuto un rendimento del 6,1%, anche se l’investimento in obbligazioni ha dovuto essere necessariamente più consistente, considerata la scarsa performance dell’azionario europeo negli ultimi anni. In entrambi i casi, una duration lunga ha prodotto un rendimento adeguato al rischio assai migliore rispetto a un portafoglio puramente azionario”.

 

 

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