PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Aumenta ancora il rendimento dei tassi americani decennali

Aumenta ancora il rendimento dei tassi americani decennali

Salva
Salva
Condividi
Teresa Scarale
Teresa Scarale

22 Maggio 2018
Salva
  • Grazie al buono stato di salute dell’economia americana e alla disoccupazione al minimo, la Fed inasprisce i tassi a breve

  • Il ruolo del petrolio: la risalita del prezzo del greggio è di per sé un fattore di inflazione e quindi di rialzo dei tassi decennali

Continua ad aumentare il rendimento dei tassi americani con il decennale che ha superato, la scorsa settimana, la soglia del 3,10%. Non succedeva dal 2011. Le giustificazioni vanno ricercate sia nel lungo che nel breve termine

Lo sfondamento del tetto del 3.10% dei tassi decennali sui treasury bond ha indotto alcune rflessioni. Di seguito si riportano quelle di Olivier De Berranger, Cio di La Financière de l’Echiquier.

Quali le determinanti di lungo periodo? Grazie al buono stato di salute dell’economia americana, l’inflazione ritrova un livello giudicato soddisfacente, attorno al 2%. Soglia giudicata anche duratura, visto che la disoccupazione americana è ai minimi. La Fed, di conseguenza, alza i tassi a breve e riduce il suo bilancio.

Quali le determinanti di breve? Sono individuabili nell’aumento del prezzo del petrolio a seguito del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Vienna sul nucleare iraniano. Il prezzo al barile s’impenna, dato che sarà più difficile d’ora in poi sfruttare il petrolio iraniano. Il Brent si è attestato ai massimi degli ultimi quattro anni, ossia a 79 dollari. Su questo versante “le cose vanno male”. A dir il vero però, il nuovo corso dell’andamento del petrolio affonda le radici ancora prima. Dopo aver raggiunto i 31 dollari nel gennaio del 2016, il prezzo del greggio non ha smesso di risalire. E non è un caso che i tassi americani abbiano seguito una traiettoria simile. Hanno toccato un punto minimo più o meno nello stesso momento, nel luglio 2016, con i decennali che si attestavano a 1,36%.
I tassi e il petrolio si sono coordinati lungo la stessa traiettoria. La risalita del prezzo del greggio è di per sé un fattore di inflazione, e quindi di rialzo dei tassi a lungo termine. Se il petrolio dovesse continuare a salire sotto la spinta di una forte crescita mondiale, “si potrebbe assistere nel 2018 a una riedizione del 2007”. Il petrolio sale, l’inflazione pure e quindi i tassi… C’è di che preoccuparsi? No. I tassi attuali dimostrano il buono stato di salute dell’economia americana e contribuiscono a normalizzare una situazione in cui erano anormalmente bassi.
 
Il trend porta però in sé i fermenti di un rallentamento futuro. Riduce l’attrattiva delle azioni rispetto ai tassi americani e aumenta il costo dell’indebitamento, rallentando quindi gli investimenti e indebolendo le entità maggiormente indebitate (Stati, aziende, famiglie…).
Questo stesso trend ha portato di recente un rialzo del dollaro, che si è ripreso ad aprile. Rendendo più fragili i paesi emergenti. Essi rappresentano buona parte della crescita mondiale dato che il loro debito attrae meno gli investitori e il loro finanziamento in dollari si rivela più costoso. Ne ha fatto le spese l’Argentina, costretta a chiedere aiuto al Fmi.

Ogni evoluzione genera i fermenti della propria fine, sui mercati e in generale. Il livello dei tassi americani si inquadra in questa logica dimostrando che il ciclo sta diventato molto maturo negli Stati Uniti. Ciò non sta accadendo in Europa o negli emergenti, lasciando ancora margine di crescita per il ciclo mondiale. “I tassi possono quindi continuare a salire”.

 

 

Teresa Scarale
Teresa Scarale
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU: Outlook e Previsioni