PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Analisti divisi tra rimbalzo dei listini e spread a quota 400

02 Gennaio 2019 · Walter Riolfi · 5 min

Quale sarà il destino di Piazza Affari? I gestori e le compagnie di assicurazione sono i più ottimisti. Tra i grandi broker internazionali, invece, prevale il pessimismo

Alla luce dei nuovi eventi e con il suffragio dell’analisi grafica, lo strategist di Vontobel aveva concluso che il «rally di Natale» era a portata di mano per la borsa italiana. Lo scriveva il 4 dicembre, con il cauto ottimismo che potevano aver generato i toni più concilianti del governo italiano sulla manovra finanziaria e l’apparente apertura di Donald Trump sui dazi alla Cina. Non erano trascorse 12 ore dall’incauta dichiarazione di Vontobel, che Wall Street ha iniziato a precipitare trascinando al ribasso le già affannate borse europee e, ovviamente, l’ancor più disastrata Piazza Affari. Sei giorni dopo, L’S&P 500 s’era ritrovato in prossimità dei minimi del 2018 e lo Stoxx ai livelli di due anni prima: come per il povero Ftse Mib che, essendo cresciuto solo nel 2017 in virtù di quello che fu acclamato «il rally di Trump», era invece finito poco sopra quota 18.000, proprio quella che stava faticosamente riguadagnando nel settembre 2013 dopo la grande recessione e la crisi dei debiti sovrani. L’illusione della corsa di fine anno era stata coltivata anche da Intermonte e all’inizio del mese l’aveva confermata Antonio Cesarano, seppure avvertendo che il percorso non sarebbe stato «lineare». A metà dicembre (ossia durante la preparazione di questo giornale) del presunto rally nessuno parlava più e anche i gestori interpellati non avevano idea di come sarebbero andate le cose nelle ultime due settimane di dicembre.

Ma, se un rialzo della borsa dovesse capitare, si tratterà solo di una reazione per risollevare un poco gli indici dagli infimi livelli in cui si sono trovati. Da notare che il clima che si respirava a metà dicembre sui mercati internazionali era già sensibilmente peggiorato rispetto a 15 giorni prima e a New York, accanto alle intensificate voci di recessione alimentate da una pattuglia di pessimisti, s’erano aggiunte le preoccupazioni di molti analisti sulla tenuta dell’economia americana: al punto che anche la relativamente ottimista Goldman Sachs, che stimava una crescita del Pil Usa al 2,5% e di conseguenza, ben quattro rialzi dei tassi Fed nel 2019, per bocca del suo capo economista Jan Hatzius aveva peggiorato le previsioni e sostenuto che le deteriorate condizioni finanziarie costringeranno la Fed a cessare il processo. I tradizionali simboli del mercato rialzista e ribassista, il toro e l’orso, nelle sculture di Andrea Oliva di normalizzazione monetaria dopo l’ultima stretta a marzo.

Se è difficile predire come andranno le cose negli Stati Uniti, lo è ancor di più in Europa e a maggior ragione in Italia. In Eurozona, i problemi di un’economia, già in evidente sofferenza nel 3° trimestre e in aggravamento da ottobre, si sommano alle incertezze politiche in Germania e Francia e all’inquietudine che si sta vivendo in Italia. Per chiedersi come si muoverà Piazza Affari il prossimo anno, occorre capire come andrà l’economia mondiale e come si dipanerà il nodo politico italiano. Nessuno è in grado di dare risposte chiare ma, parlando con i money manager italiani e internazionali, ci pare di cogliere un briciolo di speranza proprio sulle questioni politiche italiane. Quello che, sottovoce, pensano gli uomini di Columbia Threadneedle, la londinese società di gestione che muove circa 420 miliardi di risparmi, pare essere condiviso dalla maggior parte dei gestori italiani: la questione Italia dovrà trovare una soluzione nei prossimi mesi, o perché verrà modificata la legge finanziaria, o perché si arriverà a un compromesso con l’Unione europea.
L’Eurozona non può permettersi un’altra crisi dei debiti sovrani, come nel 2011, specie se a generarla dovesse essere il terzo più grande paese fondatore dell’Unione. Per queste ragioni i mercati finanziari italiani (borsa e Btp, per intenderci) potrebbero essere quelli con le maggiori potenzialità di rialzo, non fosse altro perché sono quelli ad avere più sofferto.

Forse ha ragione Intermonte a stimare uno spread in discesa fino a 250 punti in futuro: tutto sta capire se la strada sarà una graduale discesa dai 290 punti di metà dicembre o un più accidentato percorso, dopo aver toccato i 400 punti, come ancora sostiene Bank of America. Non a caso, sulle “virtù” pedagogiche dei mercati nel condizionare le azioni della politica sembrano tutti concordare gli uomini della finanza, in Italia come all’estero.

E, allora, quale sarà il destino di Piazza Affari il prossimo anno e quello dei nostri disastrati Btp? Si notano al riguardo due posizioni solo in apparenza contraddittorie: da una parte i gestori del risparmio (fondi e società d’assicurazione), preoccupati a non drammatizzare le cose e intenti a spiegare che solo con un’accorta e attiva gestione si possono ridurre i rischi e procurare qualche buon ritorno; dall’altra i grandi broker internazionali che vedono cupi nuvoloni sull’Europa e ancora tempesta sull’Italia. Se i primi tendono a non creare allarmismo tra i risparmiatori, i secondi puntano a muovere continuamente le acque: se non puoi convincere i tuoi clienti a comprare titoli, puoi comunque incitarli a vendere (anche al ribasso) per fare commissioni. La posizione dei gestori ci pare ben espressa da Allianz. Ci sono parecchi problemi sui mercati internazionali, sostengono gli analisti della compagnia assicuratrice, dal quantitative tightening (la liquidazione degli attivi acquistati durante il quantitative easing), al rallentamento dell’economia americana (al 2% nel 2019) e soprattutto europea, alle incognite della politica (i dazi di Trump e i sovranismi da noi). Il risultato è incertezza e una volatilità che «può creare opportunità per gli investitori capaci di affrontare con successo le sfide del nuovo contesto». Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda sono i gestori di Axa, i quali sposano la tesi del soft landing (atterraggio morbido): ovvero di crescita rallentata, ma ancora decente (pil europeo a +1,4% e +1,2% nel 2020) grazie anche alla politica della Bce che resterà a lungo espansiva con un’operazione di rifinanziamento (Ltro) già a marzo e un tasso sui depositi (ora a meno 0,4%) che salirà a zero solo nella primavera del 2020. L’Italia, tuttavia, potrebbe soffrire ancora, specie se le agenzie di rating dovessero abbassare il giudizio sul paese, cosicché il rendimento del Btp potrebbe salire fino al 4% con uno spread che, par di capire, potrebbe raggiungere i 350 punti circa. Decisamente più ottimista è la svizzera Union Bancaire Privée che s’immagina un’Eurozona in crescita del 2% e rialzi per le nostre borse superiori a Wall Street.
Di diverso tenore sono le analisi dei grandi broker. Vedono pericoli in Europa gli analisti di Bofa. E mentre s’aspettano una crescita ancora decente (+1,4%), mettono l’accento sui rischi politici in tutto il continente e in Italia in particolare, su possibili crisi bancarie, principalmente nel nostro paese, e sulle conseguenze delle guerre doganali di Trump. Per fortuna o, meglio, proprio per queste difficili condizioni, la politica della Bce dovrebbe restare ultraespansiva, con il primo rialzo dei tassi fra 12 mesi e il tasso sui depositi che tornerebbe a zero solo nel giugno 2020. Al riguardo, l’unica incognita starebbe nella successione a Mario Draghi il prossimo anno che BofA immagina tuttavia non traumatica, con un nuovo presidente «centrista» scelto tra «candidati finlandesi o francesi»: insomma, non del tutto schierati con la Bundesbank. Per l’Italia si prospetterebbe un primo semestre ancora assai difficile: per l’economia che già sta danzando con la recessione e per lo scontro tra il governo e l’Unione europea sulla legge di bilancio. Se si troverà un compromesso, si potrà allora sperare in un eventuale recupero di Piazza Affari e dei Btp nella seconda metà dell’anno.

E’ quello che pensa pure Goldman Sachs: «Appena si diraderà il fumo in Italia, vediamo ottime ragioni per essere costruttivi», non fosse altro per le «valutazioni del mercato azionario e del credito che hanno ritoccato livelli attraenti». Se quel «fumo» non si diradasse in tempi brevi, argomenta Goldman, servirà una «aggiuntiva pressione dei mercati a creare le condizioni per un ritorno della disciplina fiscale». Per quanto la banca americana escluda un contagio verso gli altri paesi d’Eurozona, come nel 2011-2012, ritiene più interessanti le obbligazioni denominate in dollari anziché in euro, quantomeno nel breve periodo.

Carmignac concorda ed estende la preferenza anche alle azioni americane. Credit Suisse, che da oltre un anno si prodiga nel dispensare abbondante ottimismo su Wall Street e i mercati emergenti, ne riserva un poco anche ai titoli finanziari europei: ma non a quelli italiani. SocGen, che al contrario si distingue per un cronico e universale pessimismo, vede l’S&P 500 cadere fino a 2.400 nel 2019 e lo Stoxx andare ancor peggio (a 300) in compagnia del nostro Ftse Mib, il cui obiettivo di prezzo sarebbe 16.000 il prossimo anno e qualcosa meno nel 2020.

Tutti questi ragionamenti funzionano a patto che non si verifichi alcuna recessione negli Stati Uniti. Nota il broker parigino Oddo Bhf come la correlazione tra mercati europei e Wall Street sia piuttosto debole in condizioni normali, ma diventi stringente nel caso di una recessione americana.

L’augurio è dunque che le cose non precipitino al di là dell’Atlantico, mentre un prezzo del petrolio ridimensionato dovrebbe dare un po’ di respiro all’economia europea. Tuttavia, la centralità degli Stati Uniti nell’assicurare un’accettabile crescita mondiale è ribadita anche da un importante gestore di (grandi) patrimoni, come Edmond De Rothschild: l’America farà meglio dell’Europa il prossimo anno, in economia e sui mercati finanziari. Anzi, per il Vecchio continente i guai potrebbero aumentare con il rischio di diventare l’area «perdente» nel contesto mondiale, anche a causa della guerra commerciale tra Cina e Usa. E l’Italia sarebbe l’anello più fragile del sistema, con un pil in aumento di un misero 0,7% il prossimo anno e 0,4% nel 2020 a causa di una politica fiscale che, anziché arricchire il paese, sottrarrebbe quasi un punto percentuale alla crescita.

Quanto al cambio, si assiste a una singolare convergenza nelle previsioni dei vari analisti citati, cui vanno aggiunti quelli di Lombard Odier, Nomura e UniCredit: il dollaro resterà forte sull’euro ancora per qualche mese, ma comincerà a perdere terreno nella seconda metà dell’anno, quando il cambio potrebbe persino superare 1,25.

Walter Riolfi
Walter Riolfi
Laureato in storia si è avvicinato ai mercati finanziari lavorando in borsa prima di diventare, nel 1992, giornalista economico. Dalle pagine de «Il Sole 24Ore», ha scritto di mercati finanziari e politica monetaria. Non credendo alla teoria dei mercati efficienti, ha sempre cercato di analizzare i comportamenti degli investitori, convinto che il sentiment del mercato giochi un ruolo prevalente nelle scelte d'investimento. Dal 2017 collabora anche all'inserto economico de «Il Corriere della Sera».
VUOI LEGGERE ALTRI ARTICOLI SU: