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Amazon & Co: la rivoluzione green delle big tech

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

10 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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  • In un anno Amazon, Google, Microsoft, Facebook e Apple hanno un consumo energetico che è pari a quello della Nuova Zelanda.

  • Il comparto It nel suo complesso è responsabile per una cifra compresa tra il 2,8% dell’emissione di gas serra: quanto il settore aereo

  • I dati di Reba mostrano che gli acquisti aziendali di energia pulita negli Stati Uniti sono saliti a un record di 10,6 GW l’anno scorso

Amazon, Facebook, Google e Microsoft: le big tech è ormai da anni che portano avanti la rivoluzione energetica. Quali sono le ragioni che hanno spinto queste multinazionali a convertirsi al green e quali gli obiettivi per il futuro?

Era il 2017 e Jeff Bezos era in piedi in cima a una gigantesca turbina eolica ad inaugurare l’Amazon Wind Farm Texas, un parco eolico da 253 Megawatt nella contea di Scurry. A distanza di tre anni molti ritengono che quel momento sia stato il vero punto di svolta per la transizione green. Non solo per Amazon. Seguì infatti un’ondata di investimenti nelle energie rinnovabili, da parte di molte altre aziende, in particolare da quelle del comparto tech.  Google, Microsoft e Facebook, che già avevano intrapreso investimenti energetici importanti, sono diventate così  i maggiori acquirenti aziendali di energia pulita al mondo.Il Financial Times ha fatto il punto sulla rivoluzione energetica delle big tech.

L’analisi del quotidiano britannico parte da un presupposto e da dei numeri: le aziende tecnologiche sono grandi consumatori di elettricità a causa dei loro data center, che necessitano di ingenti quantità di energia per mantenere freschi i server. II consumo energetico combinato di Amazon, Google, Microsoft, Facebook e Apple è di oltre 45 terawatt ora all’anno, circa quanto consuma la Nuova Zelanda. E tale importo aumenterà certamente alla luce della maggiore potenza di calcolo richiesta dall’ascesa dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico. Inoltre, secondo un rapporto pubblicato questo mese dalla Lancaster University e Small World Consulting, il settore IT rappresenta direttamente dall’1,8% al 2,8% delle emissioni globali di gas serra (inclusi data center, reti di telecomunicazioni e dispositivi degli utenti): più o meno lo stesso delle emissioni del settore aereo.

Un cambiamento richiesto

La presa di coscienza delle big tech del proprio impatto sul pianeta non è in alcuni casi stato automatico. Il cambiamento talvolta è stato imposto, o perlomeno richiesto, dal basso. Nel settembre 2019, centinaia di lavoratori di Google, Amazon e Microsoft organizzarono uno sciopero per il clima, programmato in concomitanza con le manifestazioni guidate da Greta Thunberg a New York. Una delle richieste principali dei dipendenti era che le aziende tecnologiche smettessero di fornire alle compagnie petrolifere e del gas servizi di apprendimento automatico: una richiesta che nessuno di loro ha ancora ottemperato. Tuttavia, qualche effetto la manifestazione la sortì su Jezz Bezos, che, come riporta una dipendente al Financial Times, liberò la sua agenda nei successivi due giorni per incontrare gli scienziati del team sostenibilità.

Amazon: l’azienda “più green” d’America

Amazon, seppur sia tra le ultime big tech ad essere salita sul carro della rivoluzione, è attualmente quella che più investe in energia pulita. Eppure, essere il più grande acquirente aziendale di energia pulita al mondo non è sufficiente. Al 2019 i suoi ingenti investimenti coprivano solo il 42% del suo fabbisogno energetico. Per Amazon infatti la sfida delle emissioni non sono solo i suoi data center – che sono aumentati sotto Amazon Web Services – ma anche i suoi centri logistici e camion di consegna. Oltre all’impegno di rendere rinnovabile il 100% della energia utilizzata da Amazon entro il 2025, Bezos si è anche impegnato di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2040. Per farlo la società aumenterà gli acquisti di energia pulita, investirà in veicoli elettrici e acquisterà “compensazioni” o crediti di carbonio, per compensare eventuali emissioni rimanenti

big tech

Google e Microsoft rilanciano

Anche le altre big tech non sono da meno:  Microsoft  ha promesso di essere “negativa al carbonio” entro il 2030, il che significa che attirerà più anidride carbonica dall’atmosfera di quanta ne emetta ogni anno, in parte utilizzando tecnologie come la cattura diretta dell’aria, che aspira anidride carbonica dal cielo. L’azienda utilizza anche un prezzo interno del carbonio di $ 15 a tonnellata e lo fattura a ciascun team in base alle sue emissioni, il che incentiva il personale a usarne di meno. Anche Google è molto impegnata sul fronte e ha un obiettivo dichiarato molto stimolante: il gruppo leader tra i motori di ricerca si è impegnato a gestire tutti i suoi data center con elettricità senza emissioni di carbonio (come l’energia idroelettrica, eolica e solare) 24 ore al giorno, entro il 2030.

Gli effetti di questa nuova politica energetica delle big tech si inizia già a vedere. I dati di Reba mostrano che gli acquisti aziendali di energia pulita negli Stati Uniti sono saliti a un record di 10,6 GW l’anno scorso, che è equivalente alla capacità dell’intera flotta eolica offshore del Regno Unito, e nuove installazioni di energia eolica e solare hanno raggiunto livelli record negli Stati Uniti nel 2020, nonostante il limitato sostegno federale alle energie rinnovabili durante l’amministrazione Trump.

Lorenzo Magnani
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