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Allianz, nel Global Wealth Report nessun vincitore

Allianz, nel Global Wealth Report nessun vincitore

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Francesca Conti
Francesca Conti

18 Settembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Gli asset finanziari netti in Italia sono diminuiti del 6,5% nel 2018, il calo maggiore dall’avvento della crisi finanziaria

  • I depositi bancari sono rimasti la destinazione preferita per i nuovi risparmi, ma le perdite subite dalle famiglie a causa dell’inflazione dovrebbero salire a quasi 600 miliardi di euro nel 2018

  • I nuovi risparmi hanno al contrario segnato un nuovo record aumentando del 22% e raggiungendo oltre 2.700 miliardi di euro

  • I due terzi di tutti i risparmi nei paesi industrializzati hanno origine negli Stati Uniti

Per la prima volta in oltre un decennio, a livello globale la classe media di ricchezza non è cresciuta. Asset finanziari in calo, aumento del debito globale e incertezze sui mercati finanziari completano un quadro del 2018 – stilato da Allianz – piuttosto cupo

Per la prima volta dalla crisi finanziaria gli asset finanziari globali sono diminuiti. I risparmiatori si sono trovati in difficoltà per una molteplice serie di fattori, con un impatto diretto sulla crescita degli asset finanziari delle famiglie. E in questo contesto, si è fermato il processo di recupero dei paesi più poveri sulle regioni più ricche del mondo.

Questo in sintesi il quadro a tinte tutt’altro che rosee che emerge dall’ultimo Global Wealth Report di Allianz. Il rapporto globale sulla ricchezza finanziaria dei privati mette sotto la lente asset e indebitamento delle famiglie in più di 50 paesi nel mondo.

Per la prima volta quindi, nel 2018 gli asset finanziari nei paesi industrializzati e nelle economie emergenti sono diminuiti. Un triste primato, considerando che non era successo nemmeno nel 2008, al culmine della crisi finanziaria.

Le ragioni del calo

L’escalation del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’infinita saga della Brexit e le crescentitensioni geopolitiche hanno messo in difficoltà i risparmiatori sul fronte politico-economico. Dal lato più strettamente finanziario, non hanno aiutato l’inasprimento delle condizioni monetarie e l'(annunciata) normalizzazione delle politiche monetarie.

I mercati azionari hanno reagito di conseguenza: le quotazioni azionarie globali sono scese del 12% circa nel 2018. Ciò ha avuto un impatto diretto sulla crescita degli asset finanziari delle famiglie. Gli asset finanziari lordi globali sono diminuiti dello 0,1%, rimanendo pressoché invariati a 172.500 miliardi di euro.

“La crescente incertezza prende il sopravvento”, afferma Michael Heise, capo economista di Allianz. “Lo smantellamento dell’ordine economico globale basato sulle regole è deleterio per l’accumulo di ricchezza. Anche i numeri per la crescita degli asset lo rendono evidente:il commercio non è un gioco a somma zero. O tutti sono dalla parte dei vincitori – come in passato – o dalla parte dei perdenti, come è successo l’anno scorso. Il protezionismo aggressivo non conosce vincitori”, conclude Heise.

La convergenza tra paesi più poveri e più ricchi si arresta

Nel 2018, le attività finanziarie lorde nei mercati emergenti non solo sono diminuite per la prima volta, ma il calo dello 0,4% è stato anche più pronunciato rispetto ai paesi industrializzati (-0,1%). Il debole sviluppo della Cina, dove le attività sono diminuite del 3,4%, ha svolto un ruolo chiave in tutto ciò. Tuttavia, anche altri importanti mercati emergenti come il Messico e il Sudafrica hanno dovuto assorbire perdite significative nel 2018.

Questa è un’inversione di tendenza “notevole”, sottolinea Allianz. Negli ultimi due decenni, il divario di crescita tra le regioni più povere e quelle più ricche del mondo si è attestato in media a ben 11,2 punti percentuali. Sembra che le controversie commerciali abbiano troncato improvvisamente il processo di recupero dei paesi più poveri.

Tuttavia, anche i paesi industrializzati non ne hanno tratto beneficio. Sia il Giappone(-1,2%), che l’Europa occidentale (-0,2%) ed il Nord America(-0,3%) hanno dovuto far fronte a una crescita negativa degli attivi.

Il prezzo dei bassi rendimenti

Allo stesso tempo, i nuovi risparmi hanno segnato un nuovo record. Sono aumentati del 22%, raggiungendo oltre 2.700 miliardi di euro. L’aumento del flusso di fondi, tuttavia, è stato trainato esclusivamente dalle famiglie statunitensi, che – grazie alla riforma fiscale attuata negli Usa – hanno aumentato i loro nuovi risparmi di ben il 46%: i due terzi di tutti i risparmi nei paesi industrializzati hanno quindi origine negli Stati Uniti.

Ma l’analisi dei nuovi risparmi nel 2018 rivela un’altra peculiarità:i risparmiatori sembrano aver voltato le spalle alle asset class di tipo assicurativo e pensionistico, la cui quota sul totale dei nuovi risparmi è scesa nel 2018 ad appena il 25% a fronte di un livello superiore al 50% prima e immediatamente dopo la crisi. E mentre le famiglie statunitensi hanno aumentato la loro domanda di titoli, in tutti gli altri paesi le famiglie hanno preferito i depositi bancari (e venduto titoli).

Nell’Europa occidentale, ad esempio, due terzi dei nuovi risparmi sono finiti nelle casse delle banche; in tutto il mondo, i depositi bancari sono rimasti la destinazione preferita per i nuovi risparmi, per l’ottavo anno consecutivo. Questa propensione a mantenere le attività liquide e presumibilmente sicure costa però cara ai risparmiatori: le perdite subite dalle famiglie a causa dell’inflazione dovrebbero salire a quasi 600 miliardi di euro nel 2018.

“È un paradossale comportamento di risparmio”, afferma Michaela Grimm, co-autrice del rapporto. “Molte persone risparmiano di più perché si aspettano una vita più lunga e più attiva in pensione. Allo stesso tempo, evitano esattamente quei prodotti che offrono un’efficace protezione della vecchiaia, vale a dire assicurazioni sulla vita e rendite pensionistiche. Apparentemente, il contesto di bassi rendimenti per questi prodotti mina la volontà di risparmio a lungo termine. Ma il mondo ha proprio bisogno di risparmiatori e di investitori a lungo termine per affrontare tutte le sfide imminenti”, sottolinea Grimm.

La crescita del debito si stabilizza a livelli elevati

Il debito globale delle famiglie è aumentato del 5,7% nel 2018, un po’ al di sotto del livello dell’anno precedente (6%), ma anche molto al di sopra del tasso di crescita medio annuo a lungo termine pari al 3,6%. Il rapporto fra debito globale e Pil espresso in percentuale, tuttavia, è rimasto stabile al 65,1%, grazie a una crescita economica ancora solida.

La maggior parte delle regioni del mondo ha registrato un simile sviluppo. Per l’Asia (Giappone escluso) la storia è diversa. Solo negli ultimi tre anni, il rapporto debito/Pil è salito di quasi dieci punti percentuali, trainato principalmente dalla Cina (+15 punti percentuali).

“Le dinamiche del debito in Asia, e in particolare in Cina, sono per lo meno preoccupanti”, commenta Patricia Pelayo Romero, co-autrice del rapporto. “Con un rapporto debito/Pil del 54%, le famiglie cinesi sono già relativamente indebitate come quelle tedesche o italiane. L’ultima volta che abbiamo assistito a un così rapido aumento dell’indebitamento privato è stato negli Stati Uniti, in Spagna e in Irlanda poco prima della crisi finanziaria”.

“Rispetto alla maggior parte dei paesi industrializzati, i livelli di debito in Cina sono ancora notevolmente inferiori. Le autorità di vigilanza, tuttavia, non dovrebbero più restare a guardare. La crescita alimentata dal debito non è sostenibile, anche la Cina non è immune da una crisi del debito”, conclude Pelayo Romero.

A causa della forte crescita dell’indebitamento, le attività finanziarie nette, cioè la differenza tra attività finanziarie lorde e debito, sono diminuite dell’1,9% arrivando a 129.800 miliardi di euro alla fine del 2018.I paesi emergenti, in particolare, hanno subito un drastico calo, con le attività finanziarie nette che si sono ridotte di 5,7% (paesi industrializzati:-1,1%).

Italia: gli asset finanziari lordi calano del 4,8%

Gli asset finanziari lordi delle famiglie italiane sono diminuiti del 4,8% nel 2018, il primo calo dal 2011. L’Italia è in buona compagnia: anche la Francia (-0,8%), la Spagna (-1,6%) e la Grecia (-7,2% ) hanno chiuso l’anno in territorio negativo; in positivo la Gran Bretagna (1,0%), la Germania (2,2%) e la Norvegia (2,8%). Rispetto al picco pre-crisi del 2006, gli asset finanziari lordi sono ancora inferiori dell’1% in Italia; in Grecia si sono ridotti di quasi il 30% ma tutti gli altri paesi europei hanno già recuperato le perdite sostenute nelle crisi finanziarie e dell’euro.

Il calo è stato innescato da una forte flessione dei titoli, in particolare azioni, obbligazioni e fondi di investimento, pari al -13,4%. Le famiglie italiane non sono state le sole a fronteggiare un duro colpo sui loro titoli, ma si sono distinte per un altro aspetto: rappresentavano gli unici risparmiatori europei con un portafoglio obbligazionario consistente, che hanno ridotto, a partire dalla crisi finanziaria, di più del 60%. Di conseguenza, le famiglie italiane hanno venduto obbligazioni e altri titoli per la maggior parte degli ultimi dieci anni.

I nuovi risparmi oggi vengono suddivisi più o meno uniformemente tra depositi bancari e assicurazioni/pensioni. Di conseguenza, entrambe le asset class nel 2018 hanno registrato incrementi, con un aumento rispettivamente del 2,1% e dello 0,6%.L’indebitamento è cresciuto dell’1,6% – il più veloce aumento dal 2011.

Ma grazie alla relativamente robusta crescita economica, il rapporto debito/Pil delle famiglie ha continuato a scendere per il sesto anno consecutivo, al 53,3% alla fine del 2018, ovvero 21 punti percentuali al di sotto della media dell’Europa occidentale. L’elevato  debito pubblico in Italia può sollevare alcune preoccupazioni in tutta Europa, ma il debito privato non è mai stato un problema: le famiglie italiane sono parsimoniose come quelle tedesche.

La ricchezza dei paesi asiatici e scandinavi in aumento, quella dell’eurozona declina

Gli asset finanziari netti in Italia sono diminuiti del 6,5% nel 2018, il calo maggiore dall’avvento della crisi finanziaria. Con asset finanziari netti pro-capite pari a 53.140 euro, l’Italia è scivolata di un gradino al 17° posto nella classifica dei paesi più ricchi (si veda la tabella degli attivi finanziari pro-capite), un gradino al di sopra della Germania (18° posto). Al vertice, gli Stati Uniti hanno nuovamente sostituito la Svizzera, non da ultimo grazie al dollaro forte.

Nel 2000, l’Italia era ancora tra i primi 10 paesi. Pertanto, appartiene al gruppo di cui fan parte altri paesi dell’Eurozona quali la Grecia (-10 posizioni), la Francia (-5) e il Belgio (-4)  che sono peggiorati dall’inizio del secolo. I “vincitori”, all’opposto, comprendono prima di tutto Singapore (+13 posti in classifica) e Taiwan (+10), nonché la Svezia (+6), l’Australia  e la Corea del Sud (+5).

E’ solo un dosso sul percorso?

Per la prima volta in oltre un decennio, a livello globale la classe media di ricchezza non è cresciuta: alla fine del 2018, circa 1.040 milioni di persone appartenevano a questa categoria, più o meno lo stesso numero di persone di un anno prima. Considerando le risorse in calo in Cina, non è sorprendente perché, sinora, l’emergere della nuova classe media globale era principalmente un fenomeno cinese: quasi la metà di loro parla cinese, così come il 25% della classe superiore per ricchezza.

“Ci sono ancora molte opportunità per la prosperità globale”, afferma Arne Holzhausen, co-autrice del rapporto. “Se altri paesi fortemente popolati come il Brasile, la Russia, l’Indonesia e in particolare l’India avessero avuto un livello e una distribuzione della ricchezza paragonabili a quelli della Cina, la classe media sarebbe cresciuta di circa 350 milioni di persone e la classe superiore di circa 200 milioni di persone”. E la distribuzione globale della ricchezza sarebbe un po’ più equa: alla fine del 2018, il 10% più ricco della popolazione mondiale possedeva circa l’82% degli asset finanziari netti totali.

Mettere a rischio la globalizzazione e il libero commercio, oggi, priva milioni di persone in tutto il mondo delle loro opportunità di avanzamento. “Analizzando i movimenti tra le classi di ricchezza, le cicatrici della crisi finanziaria e dell’euro diventano nuovamente visibili. Mentre i paesi emergenti – in particolare in Asia – possono guardare indietro a due decenni di crescita prevalentemente sociale, il quadro per gli europei occidentali e gli americani è più blando”.

In effetti, è solo in queste due regioni del mondo che la classe di bassa ricchezza è aumentata dal 2000 – del 4% della popolazione in Europa occidentale, e la classe di ricchezza elevata è diminuita – rispettivamente del 6% e del 9% della popolazione in Europa occidentale e Nord America, rapportati alla crescita della popolazione. Anche in Italia, il numero di persone appartenenti alla classe di bassa ricchezza è aumentato di oltre 5 milioni e quello degli appartenenti alla classe di alta ricchezza è diminuito di quasi 10 milioni.

 

Francesca Conti
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