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2020, Vanguard: Rischio recessione sempre più elevato

08 Novembre 2019 · Francesca Conti · 3 min

  • Per Vanguard il rischio di una recessione elevata è diventato elevato sia per il crescente protezionismo a livello globale che per uno sviluppo delle politiche commerciali meno prevedibile

  • Per il 2020 Vanguard si aspetta che la Federal Reserve proceda a uno o due tagli dei tassi, mentre la Bce continui il piano di quantitative easing

  • Secondo Vanguard “le incertezze economiche e la volatilità del mercato “evidenziano il bisogno e i benefici della diversificazione di portafoglio”

Forse non si potrà parlare di recessione, ma di rallentamento sincronizzato di sicuro. La view di Vanguard sul 2020 vede all’orizzonte dei rischi sempre più elevati

Lo spettro della recessione sembra davvero bussare alle porte del prossimo anno. La view di Vanguard per il 2020 è cauta e lucida: “Non pensiamo che il prossimo anno ci sarà una recessione. Ma i rischi sono in deciso aumento”.

Questo incide sulla crescita economica e sul rischio di una fase recessiva a livello globale, anche se ancora non si può parlare di recessione, ma di rallentamento sincronizzato nelle principali aree, come Usa e Europa. A illustrare la prospettiva della società di investimenti statunitense è Alexis Gray, senior economist della società.

Secondo Gray il rischio di una recessione globale è diventato elevato per due ragioni. Innanzitutto, “il crescente protezionismo a livello globale in cui si inseriscono la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che ha generato un aumento dei dazi, e Brexit, che mina le relazioni commerciali tra Regno Unito e area euro. La seconda ragione è che lo sviluppo delle politiche commerciali è diventato meno prevedibile. Non è chiaro come la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si risolverà e, anche lato Brexit, ci sono molte incertezze su quando e in quali termini avverrà”.

Il rallentamento “è dovuto alla debolezza del settore manifatturiero a livello globale, in particolare in aree locali come Germania, Brasile, Corea del Sud e Italia. Pur essendo molto volatile, il settore manifatturiero però pesa solo per il 15% sull’economia globale ed è quindi per questo che non può determinare da solo una recessione. Non pensiamo infatti che la debolezza del settore manifatturiero possa espandersi e trascinare al ribasso il settore dei servizi, la cui crescita è meno debole. Ma se ciò dovesse accadere, il rischio recessione sarebbe più probabile”, spiega l’economist.

Banche centrali: la politica accomodante, da sola, non basta

Le banche centrali “continueranno la loro politica accomodante. Il prossimo anno ci attendiamo che la Federal Reserve possa procedere a uno o due tagli dei tassi, mentre la Bce continuerà il piano di quantitative easing. Ma l’efficacia di queste politiche monetarie espansive è messa a dura prova dalle incertezze sugli esiti della guerra commerciale. Una politica di bassi tassi, da sola, non può compensare gli effetti negativi che derivano dall’aumento dei dazi. E gli spazi e la volontà per politiche di stimolo alla spesa fiscale, soprattutto in Europa, sono limitati”, sottolinea Gray.

Inversione della curva non è per forza recessione

“Non pensiamo – prosegue Gray – che l’inversione della curva dei tassi negli Stati Uniti sia un segnale predittivo di una recessione per quattro motivi. Innanzitutto, l’inversione della curva in passato si è verificata in presenza di tassi americani molto alti. Questa volta la politica è invece incentrata su tassi bassi. Secondariamente, il potere predittivo della curva non è così forte al di fuori degli Stati Uniti. La curva è inoltre solo parzialmente invertita, con i rendimenti a lungo termine ancora più alti di quelli a breve. Infine, i piani di quantitative easing hanno un effetto distorsivo sulla curva, considerati gli effetti ribassisti sui rendimenti”.

“Secondo i nostri modelli – prosegue – che stimano le possibilità di una recessione nei prossimi sei mesi, in Europa il rischio di una fase recessiva è più alto in Germania, seguita dall’Italia, a causa del peso del settore manifatturiero nelle rispettive economie e della loro elevata esposizione alle esportazioni. Anche negli Stati Uniti la probabilità di una recessione è più alta del normale a causa della debolezza di alcuni indicatori, come quelli della fiducia delle imprese e degli indicatori finanziari”.

Il Pil mondiale riflette incertezze

Per il 2020, “le nostre stime di crescita del Pil riflettono le incertezze degli esiti della guerra commerciale e di Brexit. Quest’ultima, in particolare, frena gli investimenti delle imprese, impattando non solo su Uk, ma anche su Stati Uniti e Cina”, chiarisce Gray. Secondo Vanguard, infatti, il Pil Usa dovrebbe crescere nel 2020 dell’1,1% (vs il Bloomberg Consensus pari a 1,7%), quello dell’Eurozona dell’1% (Bloomberg 1,2%) e infine quello cinese del 5,8% (Bloomberg 5,9%).

Rispetto all’evoluzione della guerra commerciale “lo scenario più probabile è che i dazi tra Usa e Cina diventino permanenti, considerata la difficoltà che si possa arrivare a un accordo su temi importanti come proprietà intellettuale, manipolazione valutaria, accesso delle imprese americane in Cina e cyber security”.

I riflessi sugli investimenti

Lo scenario descritto da Gray “causa volatilità sui mercati e una possibile diminuzione dei prezzi delle azioni, determinando nel medio termine una riduzione dei rendimenti, specialmente negli Stati Uniti dove le valutazioni sono più elevate rispetto a quelle europee, dove invece pensiamo che le valutazioni siano corrette. Nel settore obbligazionario, invece, i rendimenti continueranno a essere veramente depressi, comprimendo i ritorni per gli investitori nel medio termine”.

Le incertezze economiche e la volatilità del mercato “evidenziano il bisogno e i benefici della diversificazione di portafoglio. La diversificazione può aiutare a minimizzare il rischio della forte volatilità nei portafogli e consentire agli investitori di focalizzarsi sugli obiettivi di lungo termine”, conclude Gray.

Francesca Conti
Francesca Conti
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