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2019, un anno di incognite per i mercati

2019, un anno di incognite per i mercati

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Francesca Conti
Francesca Conti

20 Febbraio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Per Giancarlo Fragomeno di Valeur Asset Management, il problema italiano è rappresentato dalla dipendenza dal commercio estero e dalla mancata crescita di competitività e investimenti

  • La guerra commerciale, secondo Peter Botoucharov di T. Rowe Price, “sarà un evento di disruption per i mercati. Come tutte le ‘guerre’ ci saranno vincitori e vinti”

Analisti e rappresentanti del mondo finanziario si interrogano sul 2019. Dagli Stati Uniti arriverà la temuta recessione? E l’Europa riuscirà a lasciarsi alle spalle i propri problemi politici? Le riflessioni dei professionisti presenti alla Forecast dinner di Cfa Society Italy

Un calendario fitto di problemi politici continua ad offuscare l’orizzonte dell’Europa, dagli Stati Uniti pesa lo spettro della recessione sui mercati globali e l’Italia è entrata ufficialmente in recessione. Con queste premesse il 2019 presenta numerose incognite, ma anche sfide per i professionisti del settore. Alcuni di questi si sono confrontati nel corso della tavola rotonda organizzata il 19 gennaio in occasione della Forecast dinner di Cfa Society Italy.

La situazione italiana

“Se il 2018 è stato un brutto anno per gli asset finanziari, è andata meglio in Italia”, analizza Dennis Montagna, Cfa senior portfolio manager di Credit Suisse Asset Management. “Rispetto alla recessione del Paese i dati non arrivano totalmente a sorpresa. Il quadro macro economico non è ancora compromesso”, continua il manager, spiegando che “le previsioni sugli utili degli azionari italiani non sono negative, abbiamo perso l’obiettivo di recupero rispetto allo scorso anno. Servirebbe più flessibilità e qualche manovra azzeccata per far ripartire le cose”.

Secondo Giancarlo Fragomeno, senior consultant di Valeur Asset Management, in Italia ci sono due grandi problemi. “Il primo è la dipendenza dal commercio estero: oltre il 70% della crescita degli ultimi due anni è stata dipesa dal commercio internazionale. L’Italia presenterà questa dipendenza anche in futuro e se consideriamo i conflitti commerciali in corso c’è forse da preoccuparsi. Il secondo punto è il fatto che la competitività e gli investimenti non sono cresciuti. Oggi questi due fattori sono ancora del 20% inferiori rispetto ai livelli del 2008”, commenta il manager. D’accordo anche Peter Botoucharov, senior sovereign analyst, Fixed Income di T. Rowe Price. “Non vorrei arrivare a dire che l’Italia è un mercato emergente. È un investimento interessante, soprattutto dal punto di vista del fixed income”, sottolinea il manager.

Lo scenario europeo

“In una situazione di rallentamento globale sono maggiormente a rischio i Paesi ad alto debito e con un deficit pubblico superiore al 3% del Pil, secondo i parametri di Maastricht. Se è vero che stiamo andando verso appunto un rallentamento dell’economia globale, non credo che la prossima recessione arriverà dall’Europa ma dagli Stati Uniti, a partire eventualmente dal 2021-21”, chiarisce Fragomeno, per cui “ci sono degli eccessi negli Usa che continueranno a svilupparsi. Ci sono invece dei Paesi in Europa che hanno ancora spazio per attuare delle politiche di espansione e ripartire, come Germania, Danimarca, Olanda o Irlanda. Ma credo che questi spazi di crescita riguardino determinati settori”. “Non siamo preoccupati dalla redditività delle aziende europee, perché sono in salute”, commenta Martyn Hole, Cfa, equity investment director di Capital Group. “Ci sono settori, come quello bancario, che sono invece maggiormente esposti alle turbolenze economiche. Ma in generale gli azionari europei sono ancora convenienti”, prosegue Hole.

Tensioni commerciali Usa-Cina

Rispetto all’impatto delle tensioni commerciali tra Pechino e Washington, secondo Hole, “le società con una supply chain coinvolta nei Paesi in cui è in corso la trade war saranno le più coinvolte. L’economia cinese sta vivendo una fase di decrescita. Noi pensiamo che tra Cina e Stati Uniti si troverà un accordo e questo perché essenzialmente entrambi i Paesi hanno bisogno l’uno dell’economia dell’altro”. Per Botoucharov, “sarà un evento di disruption per i mercati. Come tutte le ‘guerre’ ci saranno vincitori e vinti”, mentre secondo Dennis Montagna si tratta di “un gioco delle parti. Gli Stati Uniti si sono messi in campo prima, anche se in beni e servizi (come i prodotti agricoli) che non rappresentano il vero nodo della questione, che è invece costituito dalla proprietà intellettuale e dalla tecnologia”.

La Cina “ha bisogno del tech – prosegue Montagna – perché ha investito molto in questo settore e vede la possibilità di affermarsi. Gli Stati Uniti invece vedono nella tecnologia il modo più veloce per far crescere i propri utili e la propria economia. Si avranno continui rimandi, ma alla fine si troverà un accordo. Di sicuro sarà un tema dominante per tutto il 2019”. Dello stesso parere anche Fragomeno, per cui “un accordo ci sarà. Il problema è che può mancare ancora molto tempo. Un aspetto significativo è anche la grossa differenza culturale tra questi due Paesi, una visione opposta del mondo (più individualista e più familiare), che continuerà ad esserci”.

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