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2018, anno nero delle previsioni in Borsa

2018, anno nero delle previsioni in Borsa

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Walter Riolfi
Walter Riolfi

06 Febbraio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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Lo scorso anno si è concluso con una perdita del 6%. Un risultato che denuncia lo scoramento tra realtà e fantasia degli investitori che non si vedeva dal 2008

Nelle previsioni dei grandi strategist americani il 2018 avrebbe dovuto chiudersi con guadagni del 7%. E’ finito invece con una perdita di oltre il 6%, denunciando uno scostamento tra realtà e fantasia degli investitori che non si vedeva dal 2008. Tra tutte le maggiori case d’investimento internazionali, solo SocGen aveva centrato le previsioni, avendo additato un obiettivo di prezzo per l’S&P500 a 2.500 punti. Ma la presunta lungimiranza della banca francese lascia qualche dubbio, dal momento che i suoi analisti sembrano affetti da un vizio d’origine: l’essere (quasi) sempre pessimisti o, quantomeno, essere stati tali negli ultimi 10 anni.

Ma quegli stessi grandi strategist che dicevano di vedere un radioso 2018 hanno perseverato nel vizio anche questa volta, predicendo l’indice S&P a 3.100 punti a fine 2019, ossia in rialzo di quasi il 24% dai 2.674 punti del 31 dicembre. Che l’ottimismo, così come il pessimismo, sia un abito che non si dismette facilmente, lo dimostra il fatto che gli operatori più bullish quest’anno sono gli stessi che sognavano grandi rialzi 13 mesi fa: come Brian Belski di Bmo (target price a 3.150), Binky Chada di Deutsche Bank (3.250) e Keith Parker di Ubs (3.200). Di contro, Roland Kaloyan di SocGen ha reiterato il suo scetticismo pronosticando un indice in discesa a 2.400.

Tutto questo succedeva tra fine novembre e le prime due settimane dello scorso dicembre, prima che Wall Street finisse sull’orlo del baratro alla vigilia di Natale (quella che Michael Hartnett di Bank of America ha definito con enfasi “Apocalypse Dow“), quando l’indice crollò a 2.351 punti. Da allora sono iniziati i ripensamenti e i più miti consigli: Citigroup ha abbassato il tiro di 250 punti (a 2.850), come Credit Suisse (a 2.925), e Bmo di 150 punti. Ma non è finito: perché dopo il rimbalzo di Wall Street nelle ultime sedute del 2018 e soprattutto dopo che il 4 gennaio Jerome Powell ha addolcito le prospettive della politica monetaria della Fed, alcuni tra quelli che erano stati pessimisti, come Michael Wilson di Morgan Stanley che aveva previsto l’S&P scendere fino a un minimo di 2.400 nel 2019 (in parziale compagnia con Kaloyan di SocGen), iniziano a diventare più fiduciosi.

Quel minimo sarebbe già avvenuto (o quasi), sostiene Wilson, confermando l’obiettivo dei 2.750 punti per fine anno. Ma quel target sarebbe una via di mezzo, dove uno scenario più cupo s’incrocia con prospettive un po’ più rosee, condizionato da un lungo elenco di ‘se’: se la Fed non rialza più i tassi, se non liquida altri titoli in portafoglio, se Donald Trump rinuncia alle sue smanie di protezionismo, se l’economia americana mantiene una seppur rallentata crescita e soprattutto se continuerà una modesta ma accettabile crescita degli utili societari. L’analisi di Wilson è quella che più convince, proprio perché è duttile, condizionata dagli eventi e per questo in divenire: necessariamente nebulosa. Come a dire: vedremo quel che avverrà. Forse servirà a poco per quanti s’aspettano risposte precise che, sui mercati, come in economia, quasi mai s’avverano.

Nota uno studio di McKinsey del 2010 che gli analisti sono stati super ottimisti negli ultimi 25 anni, pronosticando una crescita media annua degli utili aziendali del 10-12%, il doppio di quanto sia realmente stata. Quanto agli obiettivi di prezzo immaginati per l’anno successivo, si sono viste le più stravaganti previsioni, specie negli anni prossimi alla fine di un ciclo economico e borsistico. Nel 2010 o nel 2011 era stato relativamente facile prevedere i buoni rialzi delle borse, ma già nel 2015-2016 l’esercizio della divinazione s’era fatto più complicato anche perché, con la fine del quantitative easing, si sono sottovalutati gli effetti negativi del potenziale deflusso della liquidità. S’è scommesso a ragione sul Trump rally nel 2017, ed è stato facile in virtù dei forti risparmi fiscali assicurati dal presidente americano. Ma i mercati si sono ostinati nella scommessa anche nel 2018, minimizzando il fatto che quei benefici non potevano essere per sempre.

Negli ultimi mesi s’è iniziato a considerare che anche quel grande flusso di liquidità generato da lunghi anni di quantitative easing e che non poco aveva contribuito a sollevare i mercati si sta ora riducendo, col rischio di aggravare le condizioni in un ciclo economico prossimo ad esaurirsi. Ragionare, come ha fatto un analista americano, consigliando di acquistare azioni poiché il p/e dell’S&P è sceso quasi a 15, «come nel 2013», è un atto insano: sei anni fa ci si poteva ragionevolmente attendere una manciata di anni felici, adesso è solo una speranza. E, tanto per riprendere i dubbi di Wilson, ‘se’ s’arrestasse la crescita degli utili societari in America e in Europa, cosa succederebbe?

E’ un’ipotesi tutt’altro che peregrina, osservando come le stime del consenso (dati Thomson Reuters) siano scivolate da una stima di crescita nel 2019 di oltre il 10%, tre mesi fa, a una di appena il 6%. E per i titoli dello Stoxx, le prospettive sarebbero ancora peggiori: per il 4° trimestre 2018 le aspettative si sono più che dimezzate al 6%. E intanto il rimbalzo di Wall Street dà già segni di cedimento, a dimostrazione che in buona parte è stato alimentato da chi doveva ricoprire le posizioni al ribasso aperte a dicembre.

Walter Riolfi
Walter Riolfi
Laureato in storia si è avvicinato ai mercati finanziari lavorando in borsa prima di diventare, nel 1992, giornalista economico. Dalle pagine de «Il Sole 24Ore», ha scritto di mercati finanziari e politica monetaria. Non credendo alla teoria dei mercati efficienti, ha sempre cercato di analizzare i comportamenti degli investitori, convinto che il sentiment del mercato giochi un ruolo prevalente nelle scelte d'investimento. Dal 2017 collabora anche all'inserto economico de «Il Corriere della Sera».
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