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La rivoluzione cinese del terzo diritto

La rivoluzione cinese del terzo diritto

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Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi

16 Agosto 2019
Tempo di lettura: 3 min
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I comportamenti considerati dannosi per un bene pubblico o privato danno luogo a specifiche punizioni. Fare scommesse o consumare troppi alcolici, ad esempio, può inibire l’accesso ai servizi sociali

Chiunque abbia preso in mano almeno una volta un manuale di diritto sa perfettamente due cose. La prima è che il diritto si divide in due grandi categorie: il diritto pubblico e quello privato. Il diritto pubblico regola i rapporti fra i cittadini e lo Stato. Il diritto privato regola i rapporti fra i singoli cittadini. Salvo eccezioni. La seconda è che il diritto, sia quello pubblico, sia quello privato, si basa su un modello repressivo/riabilitativo abbastanza simile in tutto il mondo. Ad ogni illecito corrisponde una sanzione che ha l’effetto, una volta pagata, di estinguere l’illecito. Per farla facile, se rubo una mela, vado in prigione. Uscito di prigione, torno ad essere il cittadino che ero prima. Ho pagato la mia sanzione, ho estinto il mio illecito. Allo stesso modo, se non onoro per tempo un debito sono costretto a pagare gli interessi. Una volta pagati debito ed interessi, il mio comportamento illecito è finito ed io sono riabilitato. Funziona così più o meno dappertutto, dall’Europa agli Stati Uniti al Messico. Un sistema giuridico così congegnato ha tre grossi difetti che le società massificate tendono ad amplificare. Il primo: è molto costoso. Volendo punire con una specifica sanzione ogni illecito, costringe a creare e mantenere un sistema repressivo, fatto di guardie, prigioni, secondini, agenti della riscossione, tribunali e chi più ne ha più ne metta. Il secondo difetto è la diretta conseguenza del primo: il sistema non funziona, o funziona male, con i micro illeciti, quelli che costa più reprimere che tollerare. Giusto poco tempo fa il governo ha promosso la rottamazione delle cartelle di importo inferiore a una certa soglia. Cosa è questa se non l’ammissione che il sistema repressivo/riabilitativo non riesce a stare dietro alla massa di micro violazioni che si accumulano?

Il terzo difetto deriva anch’esso dal precedente: è un sistema regressivo e quindi ingiusto. Si occupa solo del cittadino cattivo, punendolo. Non si occupa del cittadino buono, che non viene premiato per il suo comportamento corretto. Al contrario, quest’ultimo è penalizzato, perché sa che il costo delle altrui violazioni saranno pagate da chi è ligio, per scelta o per necessità. È inoltre un sistema ingiusto perché favorisce il ricco rispetto al povero. Cinquanta euro di multa per parcheggiare in seconda fila sono tanti per chi guadagna mille euro e guida la Panda, sono nulla per chi guadagna centomila euro e gira in Bentley. Ma entrambi intralciano il passaggio delle ambulanze e dei pompieri. Come rimediare a questi “difetti”?

Qualcuno pare che ci abbia pensato. I cinesi che hanno inventato il terzo diritto. Un diritto che non è pubblico, non è privato, non è repressivo, non è riabilitativo. È un diritto puramente reputazionale. È un diritto intermedio fra pubblico e privato che si occupa di tutti i comportamenti dannosi, soprattutto di quelli piccoli e medi, che possono danneggiare tanto un bene privato, quanto un bene pubblico. Non si sostituisce alle tradizionali leggi sanzionatorie. Le affianca cercando di disincentivare futuri comportamenti dannosi e, soprattutto, premiando attuali comportamenti virtuosi. Lo trovate ben descritto da Wikipedia, per cui non ve lo sto a spiegare: it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale. Vi basti sapere che funziona né più né meno come una patente a punti. Ognuno di noi parte con un certo numero di punti. Se non si commettono infrazioni socialmente dannose, ogni anno i punti salgono. Se si commettono infrazioni socialmente dannose, i punti scendono. A seconda dei punti accumulati da ognuno, si ha o non si ha accesso a servizi sociali, scuole, trasporti, internet, assistenza medica, ecc. In Cina, ad esempio, sotto un certo punteggio non si ha accesso ai treni ad alta velocità. O non si possono avere certi servizi sociali. O non si possono iscrivere i figli alle migliori Università. Le scorrettezze che possono entrare nella patente sociale sono le più svariate. Dal mancato pagamento con puntualità dei propri debiti, alle violazioni stradali, all’evasione fiscale, alle cattive abitudini personali, come fumare, bere troppi alcolici, sprecare tempo e denaro a fare scommesse. Le nuove tecnologie che, volenti o nolenti, registrano tutti i nostri comportamenti rendono l’esercizio fin troppo facile.

Se al proprietario della candida Bentely in doppia fila che blocca l’ambulanza, o semplicemente il tram, cinquanta euro di multa fanno lo stesso effetto che strappare un pelo a un bove, forse sapere di non poter mandare i figli alla Bocconi fa un altro effetto. Allo stesso modo premiare chi nella sua vita non ha mai pagato un debito con un giorno di ritardo, non ha mai preso la metro senza il biglietto, non ha mai superato in autostrada sulla corsia di emergenza, sarebbe un bel modo per dirgli grazie a nome di tutti. Il sistema ha i suoi detrattori. Che vedono il rischio del condizionamento sociale dettato dal mega algoritmo che controlla ed elabora tutti i nostri comportamenti pubblici e privati. E ci spinge a comportarci bene. Secondo un modello di bene che qualcun altro ha deciso. Non c’è dubbio, il rischio c’è ed è reale. Dare un punteggio all’uso della coca cola e un altro all’uso dello spritz significa condizionare i comportamenti, massificando le scelte e umiliando l’individuo. Nelle mani sbagliate il Social credit system – così si chiama in Cina – può essere uno strumento di eusociologia orwelliano.

Ma cosa è meglio? Meglio affidarci a milioni di mani, tutte libere di decidere i propri comportamenti senza alcun condizionamento, ma tutte altrettanto capaci di condizionare i comportamenti di altri milioni di persone? Meglio tollerare le piccole violazioni quotidiane, come fregarsene del riciclo o sfrecciare con il motoscafo a pochi metri dalla spiaggia, che rimangono di fatto impunite e alla fine pagate da chi queste cose non le fa? Ma le domande possono essere anche altre e più complesse. Le spese per curare un malato di cancro debbano essere sostenute allo stesso modo da chi non ha mai toccato una sigaretta in vita sua e da chi ne ha fumate 40 al giorno per 40 anni? Non ho una risposta e se anche l’avessi non mi sentirei di scriverla. I cinesi però una risposta l’hanno data. Chapeau.

Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi
Partner dello studio legale Orrick e responsabile del Tax Group italiano. Con oltre 25 anni di esperienza nel settore della fiscalità interna ed internazionale, è uno dei più ascoltati specialisti in materia di wealth management: tassazione della famiglia, passaggio generazionale, trust, asset protection, art investment.
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