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Mifid2, intermediari italiani bocciati alla prova dei rendiconti

Mifid2, intermediari italiani bocciati alla prova dei rendiconti

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Francesca Conti
Francesca Conti

05 Novembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Secondo la ricerca della School of Management del Politecnico di Milano commissionata da Moneyfarm, la maggior parte degli intermediari non ha recepito in toto le indicazioni di Esma e delle associazioni di categoria

  • Nessun intermediario si è distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti

  • Solo il 28% dei documenti riporta informazioni focalizzate esclusivamente sui costi. Nel 72% dei casi le informazioni sono diluite in rendiconti più lunghi (in media 15 pagine)

Indicazioni Esma non recepite. Documenti poco chiari e poco leggibili. Una media di 15 pagine, spesso contenenti messaggi di varia natura, anche di tipo pubblicitario. Ecco com’è andata la prova dei rendiconti Mifid2 per i principali intermediari italiani

Complessivamente una grande bocciatura. Ecco come è andata la prova dei rendiconti Mifid2  per i principali intermediari italiani. A tirare le somme sulla qualità delle informative ex post a consuntivo dell’anno 2018, inviate dai principali intermediari finanziari a milioni di investitori retail italiani, è la seconda parte – ex post, appunto – della ricerca della School of Management del Politecnico di Milano commissionata da Moneyfarm.

La bocciatura generale è giustificata da diversi fattori emersi dall’analisi dei rendiconti. La maggior parte degli intermediari, spiegano gli autori dello studio, non è riuscita a recepire in toto le indicazioni di Esma (European Securities and Markets Authority, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) e delle associazioni di categoria. Inoltre, molti documenti risultano ancora poco chiari e leggibili.

Per il lavoro, la School of Management del Politecnico ha stato selezionato un campione di 18 fra i maggiori intermediari finanziari presenti sul territorio nazionale e focalizzati su una clientela retail (mass market e mass affluent). L’analisi ha comportato la raccolta dell’informativa ex post per il 2018 inviata da ciascuno degli intermediari selezionati e ha visto la collaborazione di clienti che hanno reso disponibile la documentazione in forma anonima.

Obblighi rispettati per 5 intermediari su 18

Il primo dato emerso dallo studio riguarda i requisiti obbligatori minimi imposti dalla direttiva Mifid2 e dai regolamenti attuativi di secondo livello. I risultati non sono confortanti: solo 5 intermediari su 18 hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa. Il rispetto di questi – sottolinea lo studio – delinea lo sforzo minimo che gli intermediari sono chiamati a compiere per poter essere ritenuti adempienti rispetto agli obblighi di trasparenza nei confronti degli investitori.

Nel dettaglio, rispetto all’indicazione dell’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento, parametro richiesto dal legislatore per aiutare l’investitore a visualizzare la relazione tra costi e rendimenti dell’investimento, il 44% degli intermediari lo ha indicato in modo parziale –omettendo il dato sul rendimento e indicando il solo costo sostenuto – mentre nel 6% dei casi l’informazione è del tutto assente.

Il 22% dei rendiconti presenta solo parzialmente la voce relativa agli oneri fiscali(imposta di bollo e Iva), da riportarsi invece obbligatoriamente per legge. Nell’11% dei casi, invece, questi oneri non sono stati illustrati.

Indicazione degli oneri fiscali relativi ai servizi di investimento o accessori

Una nota positiva: tutti gli intermediari hanno invece correttamente riportato i costi totali applicati all’investitore(in valore assoluto e in percentuale) e la ripartizione in forma aggregata dei costi in strumenti finanziari, servizi d’investimento e pagamenti di terzi riconosciuti all’intermediario finanziario.

Una questione di tempi.. lunghi

Nessun intermediario – sottolinea lo studio – si è distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti, nonostante la raccomandazione di Esma fosse quella di provvedere “il prima possibile”. In una recente intervista a We Wealth, Luigi Provenza, chief commercial officer di Widiba aveva auspicato per il prossimo anno una maggiore rapidità, denunciando una certa “difficoltà” nel recuperare i dati dalle controparti, Sgr o compagnie assicurative.

Parole, parole, parole (e tante pagine)

Solo il 28% dei documenti analizzati dal Politecnico riporta informazioni focalizzate esclusivamente sui costi, come prescritto dalla normativa. Nel 72% dei casi le informazioni sono diluite in rendiconti più lunghi, in media di circa 15 pagine, mentre secondo lo studio i requisiti minimi potrebbero essere schematizzabili in un massimo di 4 tabelle. Solo Il 28% dei documenti rimane entro le 5 pagine, il 39% si posiziona nella fascia fra 10 e 30 pagine, mentre il 17% contiene più di 30 pagine.

Numero di pagine dei rendiconti ex post

Solo il 28% dei documenti, inoltre, riporta le informazioni focalizzate esclusivamente sui costi, mentre nel 72% dei casi le informazioni sono diluite in documenti più dispersivi che contengono altri messaggi, anche di tipo pubblicitario.

Modalità di comunicazione dell’informativa ex post: specifica o generale
Modalità di comunicazione dell’informativa ex post: specifica o generale

Pagamenti da terze parti: questi sconosciuti

Il risultato più negativo – sottolinea lo studio – riguarda la poca trasparenza nella comunicazione dei “pagamenti riconosciuti da terze parti”: il 94% degli intermediari utilizza termini di non immediata comprensione (come inducements o incentivi) per questa voce, relativa alle retrocessioni percepite per strumenti finanziari raccomandati o offerti ai propri clienti. Solo 1 intermediario del campione li ha definiti come tali conformemente alle indicazioni di Esma. Questa prassi potrebbe sviare il cliente facendo risultare indipendente un intermediario che invece non lo è.

Non solo. Nel 44% dei casi analizzati dallo studio è mancata l’indicazione disaggregata dei costi fra le varie voci previste dalla normativa e il 72% dei rendiconti riportava invece le informazioni sulla fiscalità personale sui redditi conseguiti (capital gain, ad esempio).

Presenza delle informazioni relative alle imposte personali su capital gain e altri proventi finanziari.
Presenza delle informazioni relative alle imposte personali su capital gain e altri proventi finanziari.

Se la trasparenza sta anche nel linguaggio

Anche se la direttiva Mifid2 si riferisce all’informativa su costi ed oneri relativi ai servizi di investimento e agli strumenti raccomandati nell’ambito del servizio di consulenza, lo studio del Politecnico rileva che solo il 44% dei rendiconti contiene la parola “costi” o “oneri” nell’intestazione.

Questo significa che più della metà degli intermediari del campione (il 56%), inviando il rendiconto ai propri clienti, ha preferito non chiamarlo con il proprio nome. Se è vero che tutti clienti hanno ricevuto il documento, è anche presumibile che oltre la metà di loro potrebbe non essersi resa conto di aver ricevuto proprio il rendiconto costi e oneri 2018 voluto dalla direttiva Mifid2.

Presenza delle parole 'costi' e/o 'oneri' nell'intestazione del documento
Presenza delle parole 'costi' e/o 'oneri' nell'intestazione del documento

Tempo di pagelle (vere)

Per riassumere in un unico indicatore le diverse variabili esaminate dello studio, è stata elaborata una griglia di sintesi, un ranking gerarchico di merito fra i diversi intermediari, che evidenzia i punti più deboli nella rendicontazione. La griglia assegna un ‘voto’ finale in trentesimi, fra 0 e “30 con lode”, a ciascuno dei 18 documenti analizzati.

  • Complessivamente, il voto medio è pari a 21,4;
  • 4 rendiconti non raggiungono la sufficienza, a causa di lacune rilevate nella sezione delle informazioni obbligatorie;
  • Solo 3 rendiconti totalizzano un punteggio superiore a 26/30;

In Italia – sottolinea lo studio – i costi associati alle gestioni finanziarie sono tra i più alti al mondo. Secondo laGlobal Investor Experience Study: Fees and Expensesdi Morningstar, che ha confrontato l’incidenza dei costi dei fondi di investimento aperti che gravano sui clienti retail in 26 nazioni, l’Italia è fanalino di coda insieme a Taiwan; e anche rispetto ad altri paesi Europei, si posiziona molto male.

Indagare sulle motivazioni di questo “spread” sfavorevole per i piccoli risparmiatori del nostro Paese esula da questa ricerca, tuttavia il fenomeno mette in evidenza la necessità di rendere maggiormente trasparenti le informazioni sui costi complessivi, che gravano sui rendimenti dei risparmi degli italiani sotto consulenza o sotto gestione.

Francesca Conti
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