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La riduzione dell’Iva al vaglio dell’Economia e degli alleati

La riduzione dell’Iva al vaglio dell’Economia e degli alleati

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Alessandro Montinari
Alessandro Montinari

22 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Per far ripartire i consumi, Conte apre alla possibilità di una riduzione dell’Iva. Al momento è solo un’ipotesi, anche perché si tratta di una misura costosa, che va valutata attentamente

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, apre alla riduzione dell’Iva per rilanciare i consumi. Ma con riserva. L’ipotesi deve superare il vaglio del ministero dell’Economia e delle finanze che in settimana effettuerà delle simulazioni per capire la fattibilità dell’intervento e che potrebbe arrivare a tagliare di 10 punti l’aliquota massima del 22%. Oltre alle analisi tecniche, la riserva è rappresentata anche dalla necessità di avere una posizione condivisa con gli alleati di governo che al momento appaiono freddi rispetto alla misura ipotizzata.

Vi sono invece delle aperture da parte dell’opposizione che trova un Matteo Salvini disponibile ad appoggiare una qualunque forma di “taglio delle tasse”. La proposta di riduzione dell’imposta ha una evidente finalità di rilancio dei consumi degli italiani che ancora stentano a tornare alla normalità. L’imposta sul valore aggiunto incide per il 22% sul prezzo finale di beni e servizi acquistati dai consumatori finali che ne rimangono definitivamente incisi. Una sua riduzione, anche solo di qualche punto e seppur in via temporanea, potrebbe incentivare la spesa dei privati fin ora presi da mille dubbi sull’evolversi della situazione economica legata alla pandemia e frenati dall’assenza della liquidità promessa e non ancora arrivata.

A beneficiarne sarebbero tutti i settori oggi più a rischio default quali la ristorazione, l’ospitalità (hotel e strutture alberghiere di tutti i tipi), viaggi e turismo, commercianti al dettaglio e artigiani.

L’Italia valuterà quindi la fattibilità di questa misura che in termini economici è molto onerosa. “Ogni punto in meno dell’aliquota ordinaria del 22% costa 4,5 miliardi all’anno e 3,1% ogni punto dell’aliquota ridotta del 10%”, ha dichiarato al Messaggero il viceministro all’Economia Antonio Misiani. La proposta arriva prevalentemente su richiesta delle associazioni di categoria e degli imprenditori nell’ambito degli Stati generali che si sono appena conclusi.

Recentemente il decreto rilancio n. 34/2020 dello scorso maggio ha previsto la cancellazione delle clausole di salvaguardia e in tal modo è stato eliminato il rischio contrario, e cioè di aumento delle aliquote Iva. La proposta comunque non sembra allineata alla riforma strutturale del sistema fiscale che è stata suggerita dal “Piano Colao”, contenente appunto le iniziative per il rilancio dell’Italia nel periodo 2020-2022 da poco presentato al presidente del Consiglio dei ministri dal Comitato degli esperti in materia economica e sociale. Probabile l’ulteriore ricorso al debito pubblico per il finanziamento delle mancate entrate che deriverebbero dalla riduzione dell’Iva.

La proposta di Conte non rappresenta in realtà una novità assoluta nel panorama europeo. Una iniziativa di questo tipo è stata già presa in Germania. Per tutto il secondo semestre 2020 la locale aliquota ordinaria dell’imposta sul valore aggiunto è stata portata dal 19 al 16%, mentre quella ridotta è stata portata dal 7 al 5%. La misura in Germania costerà da sola 20 miliardi di euro. Rimanendo sul piano internazionale dall’analisi del Bollettino n. 135 del Mef pubblicato il 18 giugno 2020, il gettito Iva nel primo quadrimestre del 2020 (gennaio-aprile) fa registrare una flessione per tutti i Paesi europei considerati.

Il Portogallo registra la flessione minore (- 1%), segue la Spagna (-3,1%), la Germania (- 9,2%), l’Italia (-13,7%), il Regno Unito (-14,3%), l’Irlanda (-15,4%) e la Francia (-25,1%). A causa della forte contrazione dei consumi tutti i Paesi decrescono a ritmi differenziati rispetto allo stesso periodo del 2019. La Francia è l’unico Paese che partendo già nel 2019 con tassi decrescenti (-17,7%) peggiora il tendenziale di 7,4 punti percentuali (pp). Gli altri Paesi registravano un tasso di crescita positivo a fine 2019 rispetto all’anno precedente. La Spagna cresciuta nel 2019 dell’1,9% peggiora in trend di soli 5 pp; il Portogallo cresciuto lo scorso anno del 7,5% perde 8,5 punti. La Germania, l’Italia, l’Irlanda e il Regno Unito hanno registrato le maggiori flessioni nel primo quadrimestre rispetto alla fine del 2019 perdendo rispettivamente 12,8 pp (+3,6% 2019); 16,2 pp (+2,5% 2019); 21,6 pp (+6,2% 2019) e 23,6 pp (+9,3% 2019). Con specifico riferimento all’Italia il documento del Mef evidenzia che in termini generali si registra una decrescita tendenziale (-4,4%) per effetto dell’andamento negativo delle imposte indirette (-13,8%) che prevale su quello positivo delle imposte dirette (+3,8%). Tra le imposte dirette decrescono le entrate derivanti dall’imposta sulle persone fisiche (-0,6%) mentre crescono le entrate dell’imposta sulle società (+6,9%). Tra le imposte indirette si contrae il gettito dell’Iva (-13,7%), quello dell’accisa sugli oli minerali (-14%), dell’imposta di registro (-24,8%) e dell’accisa sull’energia elettrica (-1,8%). Positivo, invece, il risultato dell’imposta bollo (+10,8%).

Alessandro Montinari
Alessandro Montinari
Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. Collabora da più di un decennio con uno studio boutique del centro di Milano.
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