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Il processo tributario: telematico, ma ingiusto

Il processo tributario: telematico, ma ingiusto

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Aldo Bisioli
Aldo Bisioli

11 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Siamo tra i Paesi più all’avanguardia in termini di “fiscalità digitale”, ma cosa succede se dalla tecnologia si sposta l’attenzione sulla questione sostanziale e si entra più nel dettaglio ad analizzare il processo tributario?

Probabilmente, siamo tra i Paesi più all’avanguardia in termini di “fiscalità digitale”: tra i primi nella trasmissione telematica delle dichiarazioni, nell’utilizzo della fattura elettronica, come pure nella realizzazione del processo tributario telematico; quest’ultimo si caratterizza per una gestione automatizzata del flusso documentale tra le parti, da un lato, e la Commissione giudicante, dall’altro, arrivando addirittura a consentire di partecipare alla pubblica udienza “in remoto”, ovvero mediante un collegamento audiovisivo.

Ma se dalla tecnologia si sposta l’attenzione sulla questione sostanziale, ovvero se il processo tributario possa considerarsi o meno un “giusto processo”, il primato in classifica non è altrettanto sicuro.
Non si contano infatti gli interventi degli ultimi anni, da parte di studiosi e operatori del settore, che lamentano margini di miglioramento (“analogico”) della giustizia tributaria italiana, che, va ricordato, è amministrata da giudici di varia estrazione, e remunerati con un importo fisso per ogni sentenza emessa.

Qualche settimana fa la Corte dei Conti ha quindi rivendicato per sé la giurisdizione tributaria, allo scopo di concentrare in una stessa magistratura la salvaguardia degli interessi dell’Erario (già compito della Corte) e del Fisco (in caso di accoglimento della rivendicazione).
Il professor Franco Gallo – ex presidente della Corte Costituzionale e uno tra i più autorevoli esperti del diritto tributario – ha liquidato a mezzo stampa la proposta, tacciandola di incostituzionalità e sottolineando invece la necessità di una salvaguardia del contribuente, e non di Erario e Fisco.
Dalle colonne dello stesso giornale, il professor Maurizio Leo – altro noto esperto del diritto tributario – nell’invocare (per l’ennesima volta) la riforma del processo tributario, ha osservato come quest’ultimo “debba improntarsi, ancor di più, a una estrema professionalizzazione. Serve un giudice dedicato, sempre più preparato e, non ultimo, ben pagato”.

Difficile dissentire, ma la realizzazione di una tale riforma richiede (realisticamente) un lustro, e, prima ancora, una legge che la sancisca: al riguardo non si registra invece alcun segnale di volontà politica, forse perché nessun governo o forza parlamentare sembra finora aver compreso quanto sia importante, per la crescita economica del Paese, un giusto processo tributario (se è vero che la giustizia fiscale versa, da anni, in uno stato di totale abbandono).

Per comprenderlo, potrebbe bastare una domanda: investireste (come imprenditori o risparmiatori) in un Paese straniero, sapendo che, in caso di necessità, la sua giurisdizione fiscale non offre sufficienti garanzie di tutela da (eventuali) ingiuste o eccessive pretese dell’amministrazione locale?

Se avete risposto no, perché gli stranieri dovrebbero farlo in Italia?

Aldo Bisioli
Aldo Bisioli
Laureato in Economia aziendale con il massimo dei voti presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, dal 1997 svolge l’attività presso lo studio Biscozzi Nobili, in qualità di socio dal 2003. È iscritto all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano dal 1992. Revisore contabile dal 1999, ora Revisore Legale. Specializzato in fiscalità d’impresa.
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