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Gestori e reti di vendita alle prese con Mifid 2 e la pressione sui margini

12 Febbraio 2019 · Riccardo Sabbatini · 7 min

  • Nel 2018 il mercato ha deluso molti: la riduzione della liquidità da parte delle banche centrali da un lato e l’inizio della fine del ciclo economico dall’altro, hanno inaspettatamente dato sprint alla volatilità e fatto saltare le correlazioni

  • C’è chi prevede il 2019 come un anno ancora più oscuro, tra elezioni politiche europee su un fronte, Brexit su un altro e in fondo, la fine del mandato del presidente Mario Draghi, il padre del Quantitative easing

Nonostante i deflussi la raccolta del risparmio gestito italiano nel 2018 è stata ancora largamente positiva. Ma ormai gestori e reti di vendita dovranno spiegare a che titolo hanno percepito commissioni – lo esigono le nuove regole di Mifid 2 – indicate in cifra assoluta e non solo in percentuale

È stato un anno “disastroso” per l’industria dell’asset management, per dirla con le parole di Paolo Basilico, presidente di Kairos Sgr, in una lettera ai suoi investitori . Nel corso del 2018 i fondi italiani, misurati con le classi di Fideuram, hanno perso nel complesso il 6% delle masse gestite. Nelle singole asset class gli azionari hanno lasciato sul terreno il 12%, gli obbligazionari il 4% , i bilanciati il 6 per cento.

Dalla classifica di fine anno di Assogestioni emergono altre indicazioni di trend. Nonostante i deflussi degli ultimi mesi la raccolta del risparmio gestito italiano nel 2018 è stata ancora largamente positiva (7,3 miliardi). Non per tutti, però. Nelle gestioni collettive sono stati i fondi chiusi a ottenere i risultati migliori (+2,2 miliardi) mentre nelle gestioni di portafoglio i volumi sono stati sostenuti soprattutto dagli acquisti degli investitori istituzionali (+ 9,4 miliardi). Quanto ai fondi aperti quello che hanno perso gli italiani (-3,4 miliardi) lo hanno conquistato i fondi di diritto estero (+3,5 miliardi).

Fin qui i numeri. Con l’aggravante – ha aggiunto Basilico – che non se ne trova una “spiegazione convincente”. In fondo si è trattato di un anno “normale” non caratterizzato da crisi epocali. Le inaspettate conseguenze di un “cigno bianco”, verrebbe da dire. Peccato che tra qualche settimana gestori e reti di vendita dovranno essere convincenti con i loro investitori ai quali dovranno spiegare cos’è che non è andato e a che titolo hanno percepito commissioni che per la prima volta – lo esigono le nuove regole di Mifid II – dovranno essere indicate in cifra assoluta e non soltanto in percentuale. Quel 1-2% che i risparmiatori erano soliti osservare con un certo distacco si tramuteranno ai loro occhi in 2-5-10 mila euro di commissioni. Giustificate?

Nel 2018 il mercato ha deluso molti: la riduzione della liquidità da parte delle banche centrali da un lato e l’inizio della fine del ciclo economico dall’altro, hanno inaspettatamente dato sprint alla volatilità e fatto saltare le correlazioni. La minaccia continua di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha incessantemente minacciato la sicurezza delle operazioni trans-oceaniche. La Brexit e il rischio Italia hanno fatto il resto allargando gli spread e innescando la volatilità dei mercati.

C’è chi prevede il 2019 come un anno ancora più oscuro, tra elezioni politiche europee su un fronte, Brexit su un altro e in fondo, la fine del mandato del presidente Mario Draghi, il padre del Quantitative easing. “Suggerirebbe – azzarda Basilico – che sarebbe bene vendere, perché il quadro si è fatto nefasto su tutti i fronti”. E’ sempre così quando i prezzi scendono. Ma i prezzi dei titoli tengono già conto di queste tensioni e oggi le quotazioni sono talmente basse che le possibilità che crescano non possono che aumentare. “Per quanto doloroso possa essere vedere il rendimento giornaliero o mensile, la partita la vinciamo tenendo la barra dritta”, conclude il numero uno di Kairos.

Di fronte alle correzioni di mercato, in effetti le strade sono due. Si può reagire tempestivamente agli eventi e nel tentativo di cavalcarli, scegliere di rimanere il più liquidi possibili. Se incertezza il mercato da’, incertezza il mercato riceverà. E poi c’è chi come Basilico preferisce mantenere il timone dritto e proseguire sulla rotta impostata al momento della partenza, sopportare la tempesta e proseguire. In questo contesto, questo può voler dire puntare sul private debt e il private equity, scartare i titoli quotati e aggirare così il rischio volatilità puntando ai fondamentali. Una strategia sempre di moda perché mai di moda: costruire portafogli più sicuri, più solidi e sul lungo termine potenzialmente più efficaci per ripararsi dalle turbolenze dei mercati.

L’analisi qui riguarda la solidità finanziaria delle società, della capacità di generare extra-rendimenti usando il capitale in maniera efficiente e generando profitto, indipendentemente dai cicli dei mercati. Per essere guidato in queste scelte, l’investitore può ricorrere al fai-da-te, rischiando clamorosi abbagli. O può, come soprattutto nel mondo private accade, affidarsi a un consulente finanziario.

Fattore Mifid 2

Nel mondo del risparmio gestito c’è anche una sfida regolamentare da gestire. Ne ha parlato recentemente l’amministratore delegato di Banca Generali, Gian Maria Mossa. La Mifid 2 – la normativa europea che vuole riportare la trasparenza nel mondo dei prodotti di investimento – può avere “effetti collaterali pericolosi” in un Paese “dove non c’è cultura finanziaria e si vive un momento negativo di mercato”.

La risposta secondo il numero uno di Banca Generali, “dovrebbe essere di sistema e dovrebbe avvicinare il risparmio privato a forme di investimento tipiche degli investitori professionali, di medio lungo periodo”. Il grande rischio che Mifid 2 porta con sé, è che i “circa tre mila miliardi fermi sui conti correnti restino lì”. Per l’ad, la normativa “che ha avuto molti vantaggi, ha anche effetti collaterali molto pericolosi in un contesto di bassa cultura finanziaria e di performance di mercato molto negative. Potremmo cogliere l’occasione – conclude – per proteggere il downside e facendo insieme un lavoro nobile di non concentrare l’attenzione su costi. Che non sono il problema vero in questo momento”.

La partita di Mifid II è complessa. C’è il timore delle commissioni “in chiaro” evocato dai gestori ma da gestire è anche il tema delle retrocessioni (inducement) sul quale la Mifid II ha dato una vigorosa stretta. Secondo la definizione del regolatore è inducement “qualsiasi forma di denaro, beni e servizi (diversi dalle commissioni e competenze normalmente fatturate per il servizio) che un’impresa di investimento o i suoi dipendenti ricevono da un terzo in relazione al servizio prestato al cliente”. Per capire di cosa
si parla basta pensare che il 70% delle commissioni applicate dai fondi italiani ai clienti – la stima l’ha fatta la Consob nel 2018 – sono retrocesse alle reti di vendita che collocano quei prodotti.

Mifid 2 stabilisce un divieto generale degli incentivi, a meno che si tratti di commissioni necessarie per “l’accrescimento della qualità del servizio e il non ostacolo” all’obbligo di servire al meglio gli interessi dell’investitore finale.

Chi vincerà?

L’effetto combinato di queste pressioni indubbiamente favorirà un pressione verso il basso delle commissioni. Anche i trend di mercato concorrono nella medesima direzione, con l’espansione delle strategie low cost rappresentate dagli Etf e lo sbarco in forze in Italia di Vanguard – proprio a gennaio ha iniziato a quotare in Borsa i suoi primi Etf “italiani” – che di quell’onda è il principale protagonista a livello globale.

L’interrogativo, a questo punto, è chi farà le spese della prevedibile riduzione del monte commissionale. Tutto lascia pensare che una parte del valore dell’industria del risparmio si sposterà a beneficio delle reti di vendita – dopotutto sono loro ad avere in mano le leve del rapporto con i clienti – a meno che i gestori non sapranno proporre agli investitori prodotti con un valore aggiunto così significativo da meritare commissioni di gestione elevate.

“Dall’inizio dell’anno – ha sottolineato nei giorni scorsi il presidente di Azimut Pietro Giuliani – la nostra performance media ponderata netta al cliente è +3%, superiore a quella dell’industria (Indice Fideuram) di oltre l’1%”. In media, però , non è così. Attualmente non è così, l’Italia – come attesta il primo report dell’Esma sui costi dell’industria europea dell’asset management – occupa un modesto ranking nel continente a causa di performance non esaltanti dei fondi – anche a causa di un asset allocation ancora troppo sbilanciata a favore di prodotti obbligazionari – combinate a commissioni elevate. Il 2019 propone dunque all’industria del risparmio una sfida per la ricerca di una maggiore efficienza. E l’esito non è scontato.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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